Una donna di Ragusa

Brani scelti dall’autobiografia di Maria Occhipinti, Una donna di Ragusa, Feltrinelli, 1976
di Pina La Villa - sabato 2 dicembre 2006 - 4353 letture

Maria Occhipinti

Nata a Ragusa il 29 luglio 1921, la sua figura è legata alla vicenda tutta meridionale dei “non si parte”, il rifiuto cioé da parte dei soldati di tornare di nuovo nell’esercito dopo lo sbarco degli Alleati e l’8 settembre. La sua vicenda è da lei stessa raccontata nel libro “Una donna di Ragusa”, Feltrinelli, 1976.

Maria vive la sua infanzia e adolescenza negli anni del fascismo, il padre è un muratore, un artigiano specializzato nei muri a secco, tipici della zona del ragusano e ha parecchi uomini alle sue dipendenze. Particolare da tenere presente, per gli inevitabili confronti con le altre ragazze siciliane dell’epoca, Maria vive in un ambiente urbano e in una famiglia in cui i valori della piccola borghesia si uniscono al legame con la terra e col lavoro che è tipico di questa parte di Sicilia.

La madre fa i lavori all’uncinetto, guadagna mezza lira al giorno e nel frattempo prepara il corredo per le figlie, tre, di cui Maria è la maggiore, abituate fin da piccole, dalla madre, “alla pulizia, all’igiene e a tutti i lavori di casa. L’aiutavamo perfino a tessere la tela”.

Nel 1936, una domenica di luglio, il padre parte, va per lavoro, a cercare fortuna in Africa Orientale: “La casa era piena di gente come quando è morto qualcuno”.

Come tutte le adolescenti sogna:

“volevo amare come una regina, vestirmi come una dea, girare il mondo, e, insieme con l’uomo amato, scoprire luoghi incantevoli, passare i nostri giorni sulle rive dei ruscelli, vicino alle cascate, sui prati fioriti, parlando di tutte le cose belle, cantando le canzoni dell’enima”.

La realtà è però che nel 1940 Maria è già sposata, a 19 anni, e già sconfitta, delusa. La maternità non arriva e anzi, il cercarla le crea alcuni problemi: una gravidanza falsa, un male alle ovaie, una bambina morta poche ore dopo la nascita per la fame patita in quegli anni di guerra.

Nell’estate del 1943 Maria si iscrive alla Camera del lavoro, organizza le donne del quartiere nelle manifestazioni contro il carovita e il mancato pagamento dei sussidi alle famiglie dei richiamati alle armi.

Il marito è stato richiamato e lei scrive a Mussolini per denunciare l’ingiustizia di quelli che il militare non lo fanno e hanno l’opportunità di arricchirsi.

Lei resta sola, senza marito, senza figli, in casa della madre. Ha fatto la terza elementare e ora va dalle suore e fa la quarta... Legge I Miserabili.

“Dalle suore non si sentiva la guerra. Stavano rimodernando la casa, la cappella. Le cantine erano piene di legumi e di ogni ben di Dio. Dicevano che era tutta roba per l’assistenza ai poveri. [ p. 65]

Nel luglio 1943 gli alleati sbarcano in Sicilia

“Fu la domenica mattina verso le sette che gli americani entrarono coi camion, tra due file di stracci bianchi che sventolavano dai lati della strada. Erano le mie care vicine. Evviva la pace, evviva l’America, gridavano” [...] Alcuni soldati tedeschi piangevano e si nascondevano tra la folla. [le donne danno loro dei vestiti borghesi per salvarsi]. Si diceva dappertutto: Ora faranno scopa nuova, spazzeranno tutto il vecchio mondo. Si desiderava l’epurazione negli uffici come il pane. Per la povera gente gli uffici erano il covo dei prepotenti, autori di tutto il male nel paese. Si sperava che anche l’ingegnere della luce fosse epurato. Per avere un contatore o ci voleva la raccomandazione del Padreterno.. [p. 68] “ben presto i galli rialzavano la cresta e facevano la voce grossa come prima” (p. 69) Proverbio citato da Maria Occhipinti a questo proposito: "Le code si mangiano tra loro, ma teste con teste non si scornano"

L’arrivo degli Alleati non cambia le cose, ricomincia la miseria, ancora più nera.

“Ci fu un mese che non pagarono nemmeno il sussidio alle famiglie dei militari. Dissero che si aspettavano ordini. Allora non c’era la Camera del Lavoro e le donne andarono a protestare in municipio. Il segretario ci disse: Andate a fare le “buttane” con gli americani. A quest’offesa ci rivoltammo e una lo afferrò per le parti delicate. Successe una baraonda.” [ pp. 70-74]

Quando l’Italia del sud è ormai fuori dalla guerra, dopo lo sbarco alleato, il governo Badoglio impone ancora il reclutamento di soldati per la guerra in corso, per un esercito già alla disfatta. Il primo scaglione fu raggruppato a Reggio Calabria, nel gennaio 1945. Degli 8.000 uomini previsti, ne arrivarono 2.600, che furono adibiti a servizi.

Iniziano i rastrellamenti. Di nuovo la cartolina rosa:

“Mio marito era tornato a casa dopo la liberazione di Roma. Ora quello strano biglietto alzava all’improvviso il sipario sul nostro passato. Un’altra cartolina come quella il postino me l’aveva portata tre anni prima, ma allora non capivo nulla della guerra, non sapevo nemmeno cosa voleva dire guerra. Eppure solo 20 anni erano passati”.(p. 83)

La rivolta

“La mattina del 4 gennaio verso le 10, mentre stavo lavando mi sentii chiamare dalle donnette del mio quartiere che gridavano: Venite, venite sullo stradone, comare, voi che sapete parlare, voi che vi fate sentire e avete coraggio, venite a vedere che gran camion che c’è e sta portando i nostri figli. Mio marito era a lavorare, aveva anche lui la cartolina in tasca, ma io ero decisa, il padre di mia figlia non lo prendevano né vivo né morto. Corsi sullo stradone. Era una giornata serena dopo una grande pioggia e le donne fuori dalla porta, al sole, facevano la calza. Il camion carico di giovani veniva avanti come un carro funebre. Fallito il rastrellamento notturno perché i giovani scappavano in campagna e andavano a dormire in casa dei vicini dove c’erano solo donne (e tutte si prestavano in quell’occasione senza i soliti pregiudizi, pur di salvare un figlio di mamma), le autorità avevano deciso di fare una retata, cominciando da in cima allo stradone. Prendevano tutti i giovani che trovavano nelle botteghe dei barbieri, dei calzolai, dei mastricarretta di quel quartiere popolare che chiamavano “la Russia”. Davanti al camion venivano le autorità di polizia, tra gli altri perfino il vicequestore di Catania, mi dissero.”

Incitata dalle altre donne, Maria grida “Lasciateli!” e si mette sdraiata supina davanti alle ruote del camion. E’ incinta di cinque mesi e solo per questo i soldati non le passano sopra...Accorre altra gente , i soldati vengono lasciati liberi. “Ma l’ira dei soldati fu tremenda, spararono sulla folla inerme.

Dice Enzo Forcella nella prefazione al libro, a proposito del movimento dei Non si parte:

"Esso è rimasto come uno dei tanti angoli morti della storia, una di quelle pagine su cui si sorvola perché appaiono fuori quadro, refrattarie agli schemi che aiutano gli storici a padroneggiare la materia del loro lavoro" .

In “Una donna di Ragusa” Maria racconta la sua storia. E il racconto è una miniera di situazioni, di personaggi, di atmosfere, di paesaggi. L’infanzia e l’adolescenza a Ragusa, il matrimonio, la ribellione, il confino a Ustica, dove nasce sua figlia, il carcere dalle suore a Palermo, il ritorno, l’emigrazione.

A Ustica, racconta Maria nel suo libro, ci sono confinati e confinati. Chi ha i soldi e chi non li ha. Maria si arrangia come può e vi dà alla luce sua figlia. Ma almeno è all’aria aperta: il mare, lo spazio. Nessuna descrizione però del paesaggio. Maria racconta la rabbia e l’ingiustizia e anche qui lei svolge quello che ormai sembra il suo ruolo: dar voce al disagio dei compagni, denunciare le ingiustizie alle quali sono sottoposti, dare il via alla ribellione, alla rivolta, all’azione.

Quando esce per amnistia, il 7 dicembre 1946, scopre che il marito l’ha abbandonata. Gira per molte città, in Svizzera incontra un mondo diverso. Resta fuori d’Italia per molti anni, mentre sulla lotta dei “non si parte” c’è un generale silenzio.

Su quest’aspetto si sofferma Anna Bravo, autrice della scheda su Maria Occhipinti nel volume pubblicato recentemente a cura del Ministero delle Pari Opportunità “Le italiane”:

“All’estero lavora duramente, ma trova il tempo di scrivere Una donna di Ragusa, metà autobiografia metà cronaca della rivolta. Racconta i protagonisti, studenti, donne, contadini, reduci da tutti i fronti, molti socialisti e comunisti. Spiega che semplicemente nessuno voleva più saperne di fare la guerra, tanto meno per Vittorio Emanule e Badoglio; che nessuno credeva più sulla parola a chi prometteva un esercito diverso, epurato dalle vecchie ingiustizie e gerarchie. Mostra quanto abbiano avuto torto le forze politiche, compreso il suo partito di riferimento, il Pci, che hanno liquidato la rivolta come frutto di manovre separatiste o di un rigurgito fascista. La calda simpatia di alcuni intellettuali, in primo luogo di Enzo Forcella, non basta a creare consenso intorno a un testo scomodo e a una figura come Maria, antifascista che disobbedisce agli ordini dell’antifascismo, comunista dal cuore anarchico. Una donna di Ragusa resta a lungo un libro per pochi, mentre nell’autrice si vede soprattutto l’erede delle donne di ancien régime tante volte insorte a difesa degli interessi della comunità. In parte è così. Ma Maria è anche una moderna ribelle che fa un gesto imprevisto: molto prima che nascano l’interesse per la storia “dal basso” e il mito della spontaneità popolare, rivendica per sé il diritto di parola e di giudizio disconoscendo a politici e specialisti il monopolio dell’interpretazione. Dal suo racconto esce male la nuova Italia, nordcentrica, sprezzante verso il sud, incapace di riconoscere le proprie aporie e incline a vedere in ogni lotta “irregolare” un anacronismo o un complotto; ne esce esaltata l’iniziativa personale, senza capi né organizzazione. Ancora oggi, che abbiamo imparato a distinguere i diversi dopoguerra e le diverse reazioni popolari, della difficilmente catalogabile eroina di Ragusa nei convegni sulla Resistenza spesso ci si dimentica di parlare”.


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