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Una donna denuncia

Voglio raccontarvi di un pastiche recentemente pubblicato sulla storica rivista femminista LEGGERE DONNA. Si intitola “Nessuna sentenza mi ha sanguinato tra le mani, ha macchiato la mia toga”...

di Valerio Malimpensa - mercoledì 19 ottobre 2022 - 2502 letture

Voglio raccontarvi di un pastiche recentemente pubblicato sulla storica rivista femminista LEGGERE DONNA, diretta da Luciana Tufani (Ferrara). Si intitola “Nessuna sentenza mi ha sanguinato tra le mani, ha macchiato la mia toga” ed è ispirato al noto romanzo di Leonardo Sciascia Il Contesto. Esiste anche un video su Youtube girato circa un anno prima della sua pubblicazione nel corso di un convegno organizzato presso l’Università di Urbino dal gruppo Urbinoir (che nel novembre 2022 dedicherà proprio alle donne le sue giornate di studio). In questo racconto l’autrice fa coming out e si mostra quale vittima, donna tra tante - molte delle quali ancora tacciono - di molestie e di soprusi, di minacce e di aggressioni, ed è testimonianza fatta persona di quanto abbia fallito lo Stato nel tentare di difendere una donna.

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Leggere donna - Prima pagina della rivista

Una donna, Simonetta, denuncia. Denuncia come dicono di fare molte pubblicità mirate e mille accorati appelli di altrettante persone dello Stato; denuncia seguendo i consigli del centro antiviolenza a cui si è rivolta, di altre vittime come lei, dei suoi avvocati; denuncia persecuzioni, molestie, minacce, atti intimidatori, ma non accade nulla. Tanto che poi arriva anche la violenza fisica, quella più vera per taluni, più reale perché visibile e brutale, ma che non deve essere il solo tipo di violenza da contrastare. Denuncia dopo aver già sopportato l’insopportabile, quando la realtà è diventata così abbagliante davanti ai suoi occhi che neanche chi la subisce può più far finta di non vedere, ma che nel frattempo ha già lasciato ferite profonde in Simonetta.

Denuncia persone che hanno sempre detto di amarla (ma non l’hanno mai onorata), sempre pronte a dirsi disponibili per lei (non essendo mai stata questa la realtà), prodighe, a parole, nel dirsi dalla sua parte (salvo poi pugnalarla alle spalle). Denuncia due uomini - non persone qualsiasi - che sono gli uomini della sua vita da sempre, a lei accanto da quando è nata. Una decisione difficile e amara, non scevra di ripercussioni psicologiche. Due uomini ai quali ha dato tanto, che le hanno chiesto tanto, ai quali è sempre andata incontro anche accantonando le proprie priorità. Uomini della sua famiglia, non quella per scelta, quella di origine. La parola famiglia… per taluni realizza l’immaginario della serenità, della stabilità, per altri quella dell’abbandono, della prevaricazione, della violenza. È da quest’ultima prospettiva di significato che lo Stato si dice pronto a intervenire per salvare le donne in pericolo. Ha istituito il Codice Rosso. Ha buone intenzioni, probabilmente - lo sforzo del legislatore sembra dimostrarlo -, ma la magistratura langue di prontezza… o di voglia!

Simonetta non è stata protetta. Simonetta è diventata anche un soggetto di vittimizzazione secondaria. Anni vissuti intrappolata tra la paura cagionata dai suoi persecutori e la speranza disattesa che la giustizia facesse il suo corso le hanno insegnato che certa magistratura non è preparata, come non lo sono certe persone nelle forze dell’ordine. La mentalità, di questi e molti altri individui, è ancora legata a retaggi di un passato che non vuole accettare la realtà, che pure è sotto gli occhi di tutti: un femminicidio ogni tre giorni, forse due. E allora, nonostante una denuncia, due denunce, cinque denunce, otto denunce… (superano la decina quelle di Simonetta e ancora nessuno può dire se siamo alla fine) non solo nulla accade in difesa di chi trova il coraggio e supera ogni propria inibizione culturale, sociale, umana, ancestrale, per andare in caserma e proferire parole difficili, che non sempre sanno uscire da sole, ma proprio la passività delle istituzioni dà potere agli stalker, ai persecutori, a chi deve essere fermato ma non viene fermato. A volte - accade così! - nella mente di chi non sa ragionare che con la forza, la sopraffazione, il ricatto e la violenza, il tacere delle istituzioni è un grido al sentirsi approvato, pensare di avere ragione e proseguire coi propri comportamenti. Soprattutto quando una PM, una donna, in un’aula del palazzo di giustizia intitolato a Falcone e Borsellino, invece di difendere la vittima, le si rivolge dicendole che “il sangue di famiglia si mastica ma non si sputa”. Se non è un retaggio culturale questo… Come si fa ad avere fiducia in un sistema giuridico che si esprime in questo modo? Quale lezione pensate possano averne tratto gli stalker quando lo sono venuti a sapere? Simonetta conosce la risposta: una grassa risata e via al prosieguo delle danze di vessazione.

Il caso… la fortuna… o chissà quale astrale combinazione di pianeti fa sì che Simonetta sia ancora viva per portare a noi la sua voce e urlare quanto ha subìto dai propri persecutori e dall’istituzione della Giustizia, che lo Stato tenta di istruire varando leggi specifiche, ma le cui sentenze, proclamate in aula da una sola persona ma a titolo del popolo italiano tutto, troppo spesso - e tristemente anche nel caso dell’autrice - hanno l’odore insopportabile dell’ingiustizia. Una voce importante, quella di Simonetta, che sulla scia di un racconto di Sciascia, lo trasforma in un pastiche bellissimo e tragico, assolutamente attuale quanto più non è possibile, e restituisce alla Verità tutto il suo tremendo potere, quello del contrappasso - ma solo sulla carta - per far riflettere, per far aprire gli occhi alle persone che leggeranno questo testo su una verità del mondo che in molti ancora stentano a vedere (o non vogliono vedere!); il femminicidio, la violenza gratuita e la giustizia che non la punisce.

Questo toccante lavoro di grande creatività ha anche il merito di riportare alla memoria vicende tragiche che tutti noi conosciamo bene (e che è giusto non dimenticare). Sono infatti citati i nomi di Ilenia (Fabbri), di Gessica (Notaro), Marianna (Manduca), Immacolata (Villani), Antonietta (Gargiulo) e Vincenza (Avino). Tutte storie di violenza non fermata, sottovalutata, non condannata, di vittime non protette, non credute, non salvate, nel cui racconto, però, trovano una sorta di macabro contrappasso all’ingiustizia. Un tema, quello di Sciascia, che vede giudici assassinati, viene ripreso nel pastiche di Simonetta ipotizzando che quei giudici fossero coloro che dovevano difendere queste vittime e che invece non l’hanno fatto, subendo a loro volta tragica sorte. Un racconto aspro con una trama fortemente noir diventa un manifesto per portare l’attenzione sul tema, affinché non accadano più ingiustizie come queste, affinché si aprano gli occhi, affinché alla fine, la Giustizia, quella vera, trionfi veramente (se possibile).

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Leggere donna - Abstract del pastiche di Simonetta Badioli


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