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Un "viaggio in Sicilia" tutto letterario

Il "viaggio in Sicilia", archetipo letterario con precedenti illustri da Goethe a Maupassant, rivivrà in chiave contemporanea grazie a un’iniziativa di Antonio Presti e dell’associazione culturale Fiumara d’Arte e di un ampio progetto di rivalutazione di un quartiere periferico di Catania: Librino.
di Redazione - giovedì 4 marzo 2004 - 5849 letture

Il "viaggio in Sicilia", archetipo letterario con precedenti illustri da Goethe a Maupassant, rivivrà in chiave contemporanea grazie a un’iniziativa di Antonio Presti e dell’associazione culturale Fiumara d’Arte nell’ambito del progetto "Terz’occhio - Meridiani di luce" e di un ampio progetto di rivalutazione di un quartiere periferico di Catania: Librino. Portare la cultura in una realtà difficile, che gli stessi catanesi conoscono poco, perché? Come dire che la cultura può riuscire dove le istituzioni hanno fallito o preferito far finta di non vedere? No, piuttosto dare alla cultura il valore dell’impegno. Nella contemporaneità non è tanto la rappresentazione di un linguaggio che ha importanza: in questo momento di azzeramento del codice etico è giusto che la cultura indichi anche una via di impegno e di responsabilità. Rispetto alle periferie, per esempio, siamo stati educati ad un approccio che tende al recupero della solidarietà e anche ad una presunzione di giudizio sui bisogni fondamentali, io questa volta ho voluto ribaltare questo modo di concepire l’uscita dal degrado e affermare il diritto alla bellezza. Le periferie, come Librino, sono luoghi di mancamento, luoghi in cui è stata negata la bellezza, una bellezza che passa dall’acquisire dignità e finisce con la coscienza di essere cittadino.

Come è nata l’idea del viaggio in Sicilia?

È nata dal momento in cui in Sicilia si è chiuso il ciclo dell’antimafia, e la Sicilia è tornata figlia di quell’abuso. In questa contemporaneità se una terra si fa leggere dagli occhi del mondo è già una terra di cultura e ora c’è questa apertura a farsi leggere e a farsi apprezzare. Alle nuove generazioni volevo dare un’idea non più della staticità, dell’essere "gattopardo", concezione di cui siamo stati vittima negli ultimi dieci anni, ma affermare il valore del divenire. Ed è in quel divenire che la Sicilia si fa leggere da questi grandi autori che la attraverseranno, autori che non andranno nei luoghi scelti dai soliti tour.

Gli scrittori che partecipano a questo "viaggio in Sicilia" sono importanti nomi del panorama letterario contemporaneo. Proprio in questi giorni si trova a Catania Meir Shalev, vuole ricordarne qualcun altro?

Paco Ignacio Taibo II, Daniel Chavarria, Jonathan Coe, Daniel Pennac, Tahar Ben Jelloun, Joseph O’Connor e molti altri: ogni artista, anche rispetto al suo linguaggio e alla sua storia, verrà abbinato a una provincia e testimonierà l’impegno che nasce dalla sua parola. Questo è anche il desiderio di ribadire il valore della parola.

Quali sono i luoghi che gli scrittori visiteranno e come è stato fatto l’abbinamento?

Con il criterio dello spirito che anima ogni viaggio. Per esempio, andremo ad Agrigento per affermare che l’acqua c’è. Lo scopo non è tanto capire perché non arrivi a valle, quanto quello di ricordare che esiste, che c’è ed è un bene di tutti, come l’aria e quindi non va pagata. Partiamo da Agrigento, terra simbolo, dove ci sono stati molti abusi, e da lì si vuole dare un messaggio alle nuove generazioni: mi sembra doveroso e al tempo stesso molto poetico. Poi faremo il viaggio nelle miniere, nelle province di Enna e Caltanissetta. A Palermo saremo con Jonathan Coe per dare un messaggio di vitalità alla città, andremo nella via dei mercati e partiremo da Ballarò, il mercato simbolo, segno del cambiamento con cui si identifica in questo momento la città. A Catania abbiamo voluto rispettare la sacralità della festa di Sant’Agata, la devozione più forte della città. Faremo anche un omaggio alla montagna sacra, l’Etna, e parteciperemo alla vita notturna catanese insieme ai giovani della città per dare un senso, una voce alla nostra gioventù. Lo scrittore che ci accompagnerà sarà Sergej Bolmat, autore russo de I ragazzi di San Pietroburgo, romanzo in cui si affronta il problema del disagio giovanile. Ci sarà così l’incontro con i nostri ragazzi che potrà far emergere il valore della differenza tra le varie generazioni e rivivere con l’autore l’emozione del suo racconto.

Come è stata accolta l’iniziativa dagli scrittori?

Questi autori non vengono tanto per parlare delle bellezze naturali della Sicilia, quanto della necessità di un impegno nella contemporaneità. Gli scrittori hanno accettato positivamente questa impostazione che considero fondamentale e aver dato loro la possibilità di visitare la Sicilia con questa chiave di lettura mi sembra molto bello. I loro racconti di viaggio serviranno da testimonianza nel tempo, perché questo non è un progetto che si conclude, anche se era nato come un unico ciclo, ma continuerà ad affermare l’impegno che porto avanti da vent’anni con Fiumara d’Arte nel territorio di Cefalù. Dare ogni anno la possibilità a grandi autori di venire in Sicilia sarà così sia la testimonianza di tanti impegni, di tanti valori sia la denuncia delle cose che non vanno.

Dal racconto che ogni autore scriverà, e dalla raccolta che ne seguirà, crede che potrà emergere una visione diversa della Sicilia? Lo stereotipo di gattopardiana memoria, che tutto cambia per rimanere com’è, è finalmente destinato ad abbandonarci?

Sono sempre stato un po’ di rottura, un po’ trasversale rispetto al potere. Faccio la mia personale politica, una politica con la P maiuscola che non è al servizio di voti o di soldi, ma che credo potrebbe ribaltare lo stato di cose attuale. Certo, in questo momento il popolo siciliano è un po’ addormentato, ha un po’ perso lo spirito del suo divenire: quando viene meno la chiara distinzione tra essere mafia o antimafia si crea un momento di sbandamento e allora alle nuove generazioni bisogna dare un valore che non è, naturalmente, la staticità del gattopardo. Quel che è stato è statico e non se ne può più...

Infine un appunto da catanese e siciliana orgogliosa: perché un’iniziativa così bella e importante ha avuto finora pochissima risonanza sulla stampa nazionale?

Penso che il valore della bellezza trovi sempre il suo fare, la sua comunicazione. Dalla Sicilia in questo momento viene un impegno della cultura che non è soltanto rivolto a un potere istituzionale ma è rivolto allo stesso mondo della cultura, che in questo momento ha dimenticato la sua anima, il suo ruolo d’impegno. Dalla Sicilia, e non soltanto da Catania, viene un richiamo che potrebbe rappresentare una via politica di fare cultura. Una cultura che non ha dimenticato il suo valore sociale. E se da Catania emerge che c’è un impegno intellettuale per un cosiddetto quartiere a rischio, questo potrà essere determinante per il cambiamento di rapporto con il mondo della comunicazione che il quartiere ha avuto finora. Parallelamente al grand tour, noi stiamo producendo anche 500 spot pubblicitari che vanno in onda su tutte le emittenti ogni giorno: vi compaiono grandi poeti, ma anche gli abitanti di Librino che affermano il loro diritto di cittadinanza. Tutto questo ribalta e scardina certi modi precostituiti di essere periferia.

La cultura quindi può avere una forte funzione civile?

Se la cultura dà centralità e identità a un luogo potrebbe indicare la via per tante altre periferie. In questo momento storico in cui la nostra società si alimenta dell’apparire, noi dalla Sicilia stiamo affermando invece il valore dell’essere, dell’impegno ma anche del "fare fatto" e non solo del parlare perché questo è necessario dimostrare che non siamo solo utopici. Si tende a definire "utopia" non solo ciò che non si può realizzare, ma anche ciò che il sistema non vuole che si realizzi. Se tutto quello che noi stiamo facendo a Catania e a Librino poteva sembrare utopia, dopo quattro anni di lavoro, si riesce a capire che la cultura non è solo passerella d’élite ma è impegno civile che può determinare un cambiamento sociale.

Allora, si può pensare a una primavera di Catania dopo la primavera di Palermo?

Penso che la cultura possa aprire questa via, anzi che debba farlo. In questo momento vedo molti artisti un po’ allo sbando. Gli autori che pensavano di venire qui per un semplice reading nelle università, si sono trovati nelle famiglie, tra la gente, in mezzo alla vita di una terra che ha scelto di farsi "leggere" e hanno vissuto momenti emozionanti. Di quella primavera, noi vogliamo portare il valore della semina: oggi non è tempo di raccolta, è invece tempo di semina e bisogna tornare ad affermare questo valore. Bisogna insomma ridare seme e se questo seme c’è a primavera verrà un buon raccolto.

Roberta D’Urso


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