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Un uomo solo


Recensione del libro di Christopher Isherwood, pubblicato nel 1964 e dal quale è stato realizzato il film A Single Man.
mercoledì 10 febbraio 2010, di Piero Buscemi - 792 letture

L’esistenza umana è fondata sui luoghi comuni. Sulle massime da ritagliare ed incollare sui diari segreti. Sugli errori di chi ci ha preceduto, aggravati da un attributo di “esperienza” che vigliaccamente, finiamo per accostare.

Isherwood lo afferma apertamente. Senza troppi giri di parole. Ci consegna la sua filosofia di vita, senza neanche preoccuparsi che venga mai condivisa. Ce lo conferma, tra le sue pagine di narrativa sofisticata. Nobile, come la ricerca e l’utilizzo di un linguaggio erudito, ma poetico. Dove ogni sillaba pesa nell’immaginazione del lettore, che assorbe ed accantona come un mosaico di emozioni e riflessioni, per ricomporsi nei pensieri notturni in elevata letteratura.

Isherwwod la esalta, questa sua filosofia di vita. La innalza a comunicazione, tra i monologhi del protagonista George, professore di letteratura in un college americano, negli anni ’60, tra le aule di un falso perbenismo e una rivoluzione già scoppiata tra le righe di una beat generation non ancora domata.

Sono monologhi a specchio, che il protagonista rivolge a sé nel vano tentativo di esternarli verso un’umanità ottusa, che si nasconde dietro un non-vivere per non soffrire, o un’arroganza culturale di chi frappone le proprie scelte ad orme di vita vissuta, ereditata dai libri.

Diventano così, per assurdo, monologhi a due. Per chi ha voglia di rischiare, ma soprattutto, ascoltare. E allora, confidenze mistiche, quasi in sottovoce, tra George protagonista e l’amica Charley. Vittima consapevole e remissiva di queste “esperienze”, che nella sofferenza provocata, concedono l’alibi di un nascondiglio protettivo, dal quale osservare la vita, come una calamità dalla quale inutile sottrarsi.

O più maturi e temerari dialoghi, che George trattiene con l’allievo Kenny, affascinato dalla chioma canuta di questo giudice di vita, tanto da farsi quasi catturare da una tentazione all’oltraggio e alla sua omosessualità.

Un’analisi profonda che prende spunto dalla morte improvvisa di Jim, compagno trasgressivo del protagonista, in quell’America che distribuiva informazione, condita di puritanesimo da prima pagina. Così bigotta, da affidare ad una testata giornalistica l’ingrato compito di avviare una “crociata” contro la perversione della società che gli omosessuali come George rappresentano.

La stessa America che si preparava alla guerra in Vietnam, armata dall’esperienza di Cuba. Isherwwod impersona questa contraddizione senza tempo, nei coniugi Strunk, vicini di casa di George che tornano a salutarlo, ad invitarlo addirittura ad una bevuta di riconciliazione, quando Jim, simbolo del peccato, è già morto ed il “vedovo” rimasto, da solo, non costituisce più un disagio.

Ma è nella reazione al dolore della perdita, che George manifesta nel suo tornare dentro le aule del college, a raschiare in quei volti puerili ed affascinanti, la sua voglia di vivere. Perché l’essenza di questo vivere, talora denigrato, talora trascurato, nasconde il più semplice messaggio nel libro di Isherwood: la vita non è il passato dei rimorsi dell’amica Charley; non è neanche il futuro nella spavalderia dell’allievo Kenny. E’ una simbiosi di passato, presente e futuro che giustificano in tutt’uno il fascino di viverla.

Perché dietro ogni notte, per un incredibile mistero che neanche un medico potrebbe spiegare, la macchina perfetta del corpo umano può decidere di mettersi da parte. La diagnosi possiamo formularla a piacimento: infarto, cancro o black out “…istantaneo e annichilente”. E’ un attimo, neanche percettibile. Poi, è solo spazzatura da rimuovere dal secchio nel cortile.

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