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Un terremoto sociale

Il disastro di Bam, rasa al suolo dal sisma di ieri notte, unirà, per ora, la società iraniana. Ma sotto le macerie, cova la profonda, irrimandabile, crisi sociale dell’Iran che, pur possedendo il 9% delle riserve mondiali di petrolio e il 15% del gas del pianeta, ha il tasso di disoccupazione al 18%
di Redazione Luca Salici - sabato 27 dicembre 2003 - 4247 letture

A due mesi dalle elezioni legislative previste per venerdì 20 febbraio il terremoto che ha colpito ieri la regione sud orientale dell’Iran distoglie l’attenzione ai problemi che affliggono la repubblica islamica. Pur possedendo il 9% delle riserve mondiali di petrolio e il 15% del gas del pianeta il reddito medio procapite dell’iraniani è di soli 1800 dollari l’anno il tasso di disoccupazione ufficiale è del 18%. Ogni anno 800mila giovani cercano invano lavoro e in 220mila lasciano la patria per trasferirsi definitivamente all’estero. La fuga di cervelli è accompagnata dalla fuga di capitali stimata inoltre 3miliardi di dollari l’anno molti dei quali non vanno molto lontano, soltanto nel vicino Dubai. Il dato più interessante riguarda i giovani: su una popolazione di 67milioni, il 70% ha meno di 30 anni. Sono loro, che non hanno vissuto nel regime autoritario di Muhammad Reza Shah (1941-1979) e le retate della spietata polizia segreta Savak, nell’entusiasmo della rivoluzione islamica del 1979 e il fascino dell’ayatollah Khomeini, a chiedere qualcosa di diverso ispirato agli ideali di libertà e democrazia. I giovani speravano nelle riforme promesse dal presidente Mohammad Khatami, eletto con una valanga di voti nel maggio del 1997, e nel parlamento in carica dal febbraio del 2000 e dominato dai riformatori. Eppure, nonostante l’apparente maggioranza, né il presidente né i deputati sono riusciti a tramutare in realtà le speranze degli iraniani. Anzi, sotto la presenza di Khatami sono finiti in carcere molti dissidenti, giornalisti, avvocati e persino religiosi. Nella repubblica islamica gli ideali di libertà e democrazia circolano anche grazie a Internet alle tv via satellite, alcune delle quali trasmettono da Los Angeles e sono finanziate da quella diaspora che vorrebbe il ritorno della monarchia. Ieri sera, per esempio, il conduttore di Tv Pars ascoltava con pazienza le invettive lanciate da un telespettatore contro la repubblica islamica. Collegato per telefono, il telespettatore parlava dall’Iran, il costo della telefonata era come al solito a carico dell’emittente. Sullo sfondo la bandiera del tempo dello scia, con al centro il leone e il sole - simbolo eliminato da Komeini dopo la rivoluzione del `79. Il conduttore di Tv Pars era vestito di nero, colore del petrolio, del ciador e quelle donne si devono avvolgere nei luoghi santi, dei turbanti e del leader supremo Ali Khamenei e del presidente Mohammad Khatami. Entrambi Seyed, vale a dire discendente del profeta. Il primo potentissimo, il secondo incapace di difendere i propri sostenitori e di avviare le riforme promesse.

Oggi il terremoto distoglie l’attenzione dall’insuccesso in politica interna, il dolore unisce l’iraniani. Anche quelli che in questi giorni si sono concessi qualche giorno di vacanza aldilà del golfo Persico nei vicini Emirati arabi. Sulla spiaggia di Dubai una giovane coppia della borghesia di Tehran si gode il sole. In pantaloncini corti raccontano di come si va vestiti sulle spiagge della repubblica islamica: le donne devono essere velate ma fare il bagno così con il foulard sui capelli non è il massimo del divertimento. Chi può permetterselo cerca quindi di evadere anche se solo per qualche giorno.

Se, sul fronte interno, gli ayatollah fanno difetto, in politica estera la situazione è ben diversa anche se i rapporti con Washington continuano a essere tesi. I vertici di Tehran si sono rallegrati della fine del regime talebano in Afghanistan e della cattura di Saddam, che nel settembre del 1980 aveva invaso l’Iran approfittando della debolezza delle forze armate iraniane all’indomani della rivoluzione. Negli ultimi mesi, i turbanti hanno giocato bene le loro carte, accogliendo a braccia aperte la diplomazia dell’Unione europea e firmando il protocollo aggiuntivo del Trattato di non proliferazione nucleare, accettando le ispezioni a sorpresa nei loro arsenali atomici. E ora nell’emergenza terremoto, gli ayatollah giocano ancora una volta la carta della diplomazia aprendo le porte agli aiuti umanitari dell’Occidente.

FARIAN SABBAHI * DUBAI

fonte: Il manifesto

* Giornalista e storica iraniana, autrice, tra l’altro, di una «Storia dell’Iran», uscita di recente in Italia presso l’editore Bruno Mondadori


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