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Un succinto vissuto del M5S, dalla nascita al governo - Parte Ia

Le problematiche del suo futuro e di quelle della politica italiana.
di Gaetano Sgalambro - mercoledì 8 gennaio 2020 - 692 letture

A scanso d’incappare nella trappola degli equivoci che ognuno di noi è aduso tendere a chiunque avanzi opinioni nuove o comunque diverse dalla nostre, vuoi per la connaturata ritrosia conservatrice o vuoi per il provincialismo (sia ideologico sia da gretta preclusione culturale) che ci contraddistinguono, confesso di mia spontanea volontà perché m’interesso del M5S.

Premetto che mi è simpatico per certe sue connotazioni biografiche d’infanzia, d’adolescenza e di quelle iniziali d’adulto (quando, suo malgrado, lo divenne per l’inatteso e prematuro ingresso in parlamento).

Dette connotazioni, ignote a tutti, sono state da me ricostruite con estrema difficoltà: le più vecchie avendo dovuto documentarmi personalmente via web (questa volta, evviva i social!), unico modo per andare oltre le scarne notizie con le quali i media e i sociologi hanno sempre voluto disconoscerle; le meno datate avendo dovuto depurarle con pazienza, per l’appunto, dagli equivoci nei quali sono state sempre involtate come salami dai media, dai politici e dai cittadini qualunque.

Il che, comunque, ha poco a che fare con le mie valutazioni strettamente politiche, che aggiungerò nel prosieguo, circa la sua specifica posizione rispetto alle gravi problematiche del paese: punto chiave del mio interesse.

La prima e forse più importante connotazione di mia simpatia è che, unico tra i tanti movimenti volatili di piazza venuti alla luce nell’ultimo trentennio, già da quando era ancora in nuce, manifestò un fermo e preciso carattere di contestazione politica: ben circoscritto nell’ambito delle municipalità. Vale a dire perché nacque con un carattere di radicalità focale, chiaramente finalizzata e non violenta.

Poi, perché i suoi “attivisti” andarono fornendo prova di genuinità di passione politica e di coerenza d’impegno in difesa di oggettive e legittime cause, per le quali, ancorché giovani, fissarono come stella polare di riferimento solo la coscienza morale individuale: nella già matura convinzione che fosse l’unica via rimasta percorribile per fronteggiare il diffuso e consolidato costume di dispregio dei diritti civici dei più deboli.

Nei fatti: ancora politicamente implume, disseminato in gruppi random nelle varie periferie delle grandi città, lontane dai centri “ZTL”, lasciate nel disagio più avvilente -per esperienza fertile terreno di crescita di contestazioni violente, anche a danno dell’integrità delle proprietà di chiunque-, vi raccoglieva la reazione traboccante di rabbia dei giovani di varie tendenze politiche, altrimenti incontenibile, assumendola in proprio e volgendola nel fermo sostegno civico di alcuni diritti inalienabili delle rispettive municipalità. Diritti, peraltro, che erano rimasti storicamente orbati di qualsiasi tutela delle istituzionali centrali, le quali, erano già carenti di loro.

Il trovarsi insieme in difesa dello stesso principio civico, a stretto contatto di gomito, come può avvenire in ogni ristretto spazio municipale, ha alimentato la buona crescita della reciproca fiducia tra tutti i suoi protagonisti e ha cementato in un obiettivo politico condiviso ogni loro trasversale diversità d’origine. Con ciò predisponendosi all’eventuale accoglienza di altre simili azioni politiche, anche di più ampio respiro.

In buona sostanza della necessità di dovere fare del proprio ristretto numero un efficiente gruppo sodale ne hanno tratto uno dei loro fattori di forza politica.

Questi gruppi di azione politica locale, come si è detto, costituiti prevalentemente da giovani e fondati su condivisi valori morali, sparsi nelle varie periferie di città grandi e piccole, avevano in comune un tratto politicamente significativo: erano impegnati, all’insaputa l’uno dell’altro, in una medesima lotta diretta e accanita, quasi corpo a corpo, contro i rappresentanti locali e per essi contro i titolari degli stessi partiti nazionali. Ma non avevano mai tentato di fare squadra per mancanza di mezzi.

Eppure di questa loro storia, antecedente l’ingresso sul proscenio della politica nazionale, non è stata mai fatta alcuna menzione di cronica o, tanto meno, di merito dai media. Viceversa, più avanti hanno insistito, ostinatamente e con spiccato acume critico, nel presentarli come improvvisati politici piovuti dal nulla o come quattro scappati di casa o, ancora più avanti, come cloni partoriti da un software della Casaleggio Associati s.r.l. (questa è la tesi più avanzata, accreditata proprio dai nostri opinionisti più validi).

Perché tutto questo ribollire di passioni e di tensioni civiche, che avveniva nelle periferie delle nostre città, è stato sottaciuto dai media (o tuttalpiù lo relegarono nella cronaca locale)? Laddove, a livello nazionale denunziavano chi l’inanizione dei giovani e chi il loro disinteresse totale a fronte della grave crisi del paese? Quando l’assenza di questi giovani e di altri dai seggi elettorali nazionali era dettata solo dalla loro totale sfiducia nella politica dei partiti? Verosimilmente mistificavano questo fermento di reazione radicale al sistema politico municipale, per tema che pubblicizzandolo potesse deflagrare anche su quello nazionale.

Oggi appare chiaro, a chiunque voglia osservare questo fenomeno politico senza pregiudizi, che l’impegno civico di questi giovani, per scelta limitato ma certamente lodevole, rappresentasse quasi inconsapevolmente il primo empito verso una democrazia nettamente diversa da quella praticata e che più avanti si dimostrerà molto più prossima alla democrazia costituzionale di quanto non abbiano mai fatto credere tutti i media.

Metaforicamente si potrebbero assimilare a onesti manovali della democrazia costituzionale perché erano fermamente decisi a posarne i mattoni a fondamento del rispetto di elementari diritti civici.

E non è difficile anche supporre che alla base di questa manovalanza ci potesse essere l’acerbo sogno di riuscire a invertire il corso che i patiti storici avevano impartito alla politica, iniziando dalla buone realizzazione di periferia. Visto che era impossibile farlo dal centro.

Tuttavia occorre riconoscere come la spontanea radicalità di questi gruppi giovanili, più che legittima se posta in relazione alla grave e cronica crisi del paese e, in particolare, alle loro prospettive personali, si esprimesse con toni virulenti di netta differenziazione morale (spesso spinti fino alla protervia), i quali ne hanno costituito un tratto patognomonico caratteristico. Ciò si ritorcerà loro contro in diversi modi, come vedremo.

Specie quando la esprimeranno anche sul proscenio nazionale, ove furono sospinti dal consenso elettorale: risulterà fragorosamente dirompente per l’opinione del ceto medio, dai partiti oramai educato sia alle inconcludenti discussioni d’intermediazione fra le parti, elevate a virtù inviolabile della politica, sia a non ricordare le cruenti manifestazioni di strada di altre radicalità del passato (archiviate come manifestazioni di storica crescita democratica).



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