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M5S: come finisce? (Parte terza)

Un succinto vissuto del M5S, dalla nascita al governo -Le problematiche del suo futuro e della politica italiana-Parte IIIa

di Gaetano Sgalambro - venerdì 6 marzo 2020 - 2058 letture

Il M5S divenne adulto inaspettatamente, quando circa otto milioni di elettori all’inizio della XVII legislatura (15 marzo, 2013) lo proiettarono dalle piazze di periferia direttamente in parlamento. L’entità dei voti ricevuti sorprese e lasciò sbigottiti sia il movimento stesso, per le inaspettate responsabilità piovutale addosso -come ebbe a dire Grillo-, sia tutti i partiti del centrodestra e del centrosinistra, i quali, nonostante lo sbarramento di una pesante campagna denigratoria oppostogli, se lo videro parare innanzi quale avversario di una forza così mai immaginata.

Nel volere individuare i fondamentali di quell’evento straordinario, ante omnia, occorre tenere in conto i convincimenti muti dei cittadini non votanti o votanti scheda nulla, invero mai tenuti in considerazione come fossero stati tanti paria, i quali nella fattispecie costituirono il vero partito di maggioranza relativa del paese. Gran parte di costoro prima aveva sempre votato per uno dei partiti suddetti. Se al numero di questi particolari astenuti si aggiungono i voti che ottenne il nuovo M5S, si raggiunge una maggioranza assoluta del corpo elettorale, che sconfessò i partiti del centrodestra e del centrosinistra.

Se la scelta della maggioranza muta del corpo elettorale di non rinnovare il mandato ai partiti dello storico bipolarismo tardo-ideologico, già da sola esprimeva la chiara decisione di volere cambiare pagina alla politica italiana, la scelta degli elettori votanti di conferire la maggioranza relativa in parlamento al M5S, ai primi radicalmente opposto, la avvalora, dandole un indirizzo totalmente lontano dai primati dei valori ideologici della destra e della sinistra.

Perché la maggioranza degli elettori, a dispetto della massiccia campagna elettorale dei media a sostegno dei valori dei partiti di centrosinistra e di centrodestra, quali detentori del potere (a fasi alterne), negarono loro la fiducia?

Verosimilmente perché la sua metà circa, quella composta di disoccupati, precari, poveri assoluti e poveri relativi, giovani senza futuro e dalle relative famiglie, decise di spazzare via subito e a qualsiasi prezzo chi li stava azzannando con i morsi della crisi. E scelse di votare il M5S, il cui primo proposito politico, quasi ideologico, collimava proprio con le sue urgenti necessità. Mentre l’altra metà, composta di cittadini a posto fisso e di pensionati del ceto medio, pur temendo di essere azzannata, non ritenne opportuno votare un M5S ancora non accreditato, per paura di anticipare l’accadimento temuto. Tuttavia, ugualmente, ritirò la fiducia a quelli storici e rimase in vigile attesa degli eventi futuri.

Di fatto il tacito tema discriminante della campagna elettorale per la maggior parte degli elettori non fu quello di schierarsi o per il centrodestra o per il centrosinistra, come suggeriva la stantia propaganda di potere, ma quello di considerarli entrambi responsabili o no della cronica crisi sistemica dello Stato e del suo marcato disagio sociale.

E il suo esito dimostrò come la maggioranza dei cittadini avesse preso coscienza che dipendessero dalla colpevole insufficienza della classe dirigente di tutti i partiti storici, che si erano alternati al governo.

La cronica crisi sistemica dello Stato e il suo grave disagio sociale, da temi di un trentennale dibattito politico tra i partiti storici, divennero così fattori decisivi del netto scadimento del loro consenso. E non solo. Divennero il Convitato di pietra che gli elettori posero a capotavola della politica nazionale. Convitato con il quale, inevitabilmente, dovrà ancora chiudere i conti la politica dante causa e farne di nuovi la politica futura. E questa non sarà una semplice partita di giro. Vediamone il perché.

L’ingresso in parlamento, in maggioranza relativa, del M5S segnò la fine dell’imperforabilità della corazza parlamentare del detto sistema bipolare dei partiti. Per trent’anni questa corazza aveva garantito ai partiti dei due poli indisturbate competizioni elettorali e il totale controllo, sia pure a fasi alterne, della maggioranza parlamentare: punto di snodo da cui si diramano tutti gli altri poteri esecutivi e rappresentativi del sistema statuale, compresi quelli delle società pubbliche partecipate.

Questo stabile blocco di potere bipolare aveva consentito a ognuna delle sue classi dirigenti di costruire vaste reti d’interessi con i corpi intermedi della società e di ricavarne fruttuosi ritorni. E’ stata, ad esempio, la forza persuasiva sull’opinione pubblica esercitata da questo vasto impero di relazioni, che ne ha mantenuto la (auto-)conservazione. Nonostante il paese continuasse a sprofondare lentamente nella crisi e in un paralizzante stato catatonico.

Di contro, l’esito elettorale che portò a un terzo polo radicale, destabilizzò la linea del continuo alternarsi dei due governi di opposto colore, con la quale i partiti del bipolarismo avevano garantito alla crisi un singolare “status quo”. Nel senso che il disvalore della cronicità (irreversibilità) della crisi paradossalmente aveva assunto, comunque per molti elettori, una sorta di valore residuale, dovuto proprio alla tranquillizzante linea di continuità governativa: prova dell’assenza di défaillance totale. Finché c’è continuità di governo, c’è vita, si diceva.

E questo era proprio il pericolo che il giovane M5S non poteva scongiurare. Pur avendo tutte le ragioni di volere perseguire il rinnovo totale della politica, a partire dalla rimozione delle sue classi dirigenti, non aveva ragioni sufficienti ad assicurare il proseguimento del cammino verso l’uscita dalla crisi. Ma, “noblesse oblige”!

In effetti, affrontare preparati la soluzione della crisi è stato ed è il perenne problema drammatico di gran parte d’italiani, i quali si sono rassegnati a definirla cronica: ovverosia irreversibile!

Aldilà dell’antinomia lessicale, la cronicità della crisi è espressione dell’irreversibile mancanza delle risorse intellettuali necessarie a progettarne un piano d’uscita, ancora prima dell’insondata disponibilità della maggioranza dei cittadini a farsene carico (realizzativo).

La mancanza di risorse intellettuali, a sua volta, è dovuta al fatto che la crisi ha già avuto una così lunga portata sistemica, dall’avere compromesso tutti i settori dello Stato, in modo particolare quello del sapere, della conoscenza e della formazione dell’alta professionalità.

Pertanto prioritariamente all’accumulo dell’enorme debito economico dello Stato, solo uno dei tanti fattori di crisi, si era già contratto un incolmabile debito di cultura.

Così il Convitato di pietra ha continuato a stagliarsi come una minaccia sempre immanente sulla scena politica nazionale. Dopo avere schiacciato con il suo peso il consenso elettorale maggioritario del centrodestra e del centrosinistra; avere indirettamente dato una spinta e legittimato l’azione politica del M5S; minaccia fulmini celesti contro chiunque (M5S compreso) ardisca assumere responsabilità di governo, senza avere i necessari titoli di elevata competenza per scioglierne l’arcano.

E’ questo il dato di fatto che segnò, solo allora e non prima, la vera fine della prima repubblica (del ’48): quando tutti i partiti discendenti da quelli nati dalla Resistenza furono sfiduciati (per la prima volta nella loro storia) dalla maggioranza assoluta dei cittadini con diritto di voto, per avere fornito ampia prova di non sapere più fare crescere la nazione.

Prima di passare a esaminare le conseguenze politiche di quello straordinario evento elettorale, sia riconosciuto l’onore al merito democratico al M5S di non avere fatto montare l’emotività da elevato disagio sociale lungo il versante violento (in passato molto frequente); di non essersi fatto condizionare dai canali politici mediatici; di avere trasformato la rabbia dei cittadini in consensi elettorali; di essere andato a raccogliergli direttamente sulle piazze e di averli indirizzati verso il parlamento.

Quei fatti straordinari si possono così riassumere:

- la crisi cronica del paese con tutti i suoi disagi sociali è divenuta il tema centrale delle attenzioni della maggioranza assoluta del corpo elettorale;

- spezzare la sua perniciosa “cronicità” è l’ostacolo maggiore che si pone davanti a tutta la classe politica, vecchia e nuova, e al paese;

- i partiti del centrodestra e del centrosinistra con i loro valori ideologici, per essere stati ritenuti oggettivamente responsabile della suddetta crisi, sono ridotti a rappresentare la netta minoranza del corpo elettorale;

- il giovane M5S assumendo la maggioranza relativa in parlamento, non sa ancora di assumere (immaterialmente) l’improbo mandato elettorale di rinnovare radicalmente la politica e le sue classi dirigenti. Non ha avuto chiaro di essere stato mandato dagli elettori ad affrontare, al buio, una prova del fuoco.

Ebbene, come si riassestò il nuovo quadro politico dopo tale tsunami elettorale e alla luce dell’interesse assoluto del corpo elettorale: tirare fuori dalla grave crisi il paese?

Quattro fatti salienti furono subito evidenti:

- all’epocale svolta numerica elettorale non seguì un’analoga svolta nella distribuzione dei seggi parlamentari;

- si scatenò un duello all’ultimo sangue del blocco del sistema di potere in atto (centrodestra, centrosinistra, apparati intermedi dello Stato e della società civile, media, e quant’altro) contro il giovane e radicale M5S;

- la crisi economica del paese, oggetto del cronico dibattito politico tra centrodestra e centrosinistra, passò in netto subordine;

- il giovanissimo M5S che, dalle piccole comunità civiche delle quali difendeva diritti e interessi, fu proiettato improvvisamente al parlamento, vale a dire nella stratosfera della politica senza tuta spaziale. Dalle stalle alle stelle. E ne dovrà pagare il fio.

In pratica, la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari restò dei partiti storici, nonostante questa volta rappresentassero la minoranza del corpo elettorale; mentre la minoranza dei seggi fu del M5S, espressione (diretta e indiretta) della maggioranza assoluta degli elettori.

Questa discrasia fu dovuta al fatto che il giudizio di merito della maggioranza del corpo elettorale non si tradusse in maggioranza numerica di voti parlamentari, perché gran parte dei cittadini si espresse con l’astensione e non con il voto. E i seggi parlamentari sono assegnati in proporzione ai voti contati e non ai giudizi muti.

Inevitabilmente la discrasia così creatasi, tra la volontà maggioritaria degli elettori e la sua rappresentanza parlamentare minoritaria, si riflesse sulla politica generale. Questa invece di rinnovarsi secondo la volontà degli elettori, verso "il tirare fuori dalla grave crisi il paese”, come un boomerang tornò indietro a favore della vecchia politica del centrodestra e del centrosinistra. Non per niente continuavano insieme a tenere la maggioranza parlamentare. Anzi, trasformarono l’opportunità in una tacita alleanza, coinvolgendovi i media e tutti i corpi intermedi fidelizzati della società, contro il nemico comune, il M5S.

Ecco il ricomporsi di un nuovo bipolarismo, partititi storici contro il M5S. Ma questa volta era a eliminazione diretta per la presenza di un M5S radicale.

Le formazioni conservatrici (centrodestra e centrosinistra) se da una parte portavano l’handicap storico della responsabilità della crisi del paese, dall’altra avevano il vantaggio, facendo coppia nel comune interesse, di mantenere il pieno controllo del potere politico, del quale usarono tutte le leve per mettere in atto contro il M5S la seguente strategia complessa:

- delegittimarlo come forza democratica, prendendo spunto da certi suoi indirizzi teoretici e da certe approssimative affermazioni verbali di suoi portavoce, fino a considerarlo fuori dall’arco costituzionale -dissacrando gli eletti, volevano dissacrare il giudizio elettorale-;

- denigrarlo in ogni modo, facendo leva sulla sua giovanile inesperienza, fino a demonizzarlo come possibile responsabile della definitiva débâcle della crisi economica;

- controbilanciare la trascinante leadership oratoria di Grillo e Casaleggio sulle piazze, che rubava loro moltissimi consensi, trovando “l’uomo ad hoc”.

Ad autorevole difesa di questo blocco di potere storico, si erse fiero, con il petto in fuori nonostante la tarda età, il presidente Napolitano, il quale nel discorso ufficiale di apertura delle camere apostrofò il M5S come una formazione sostenuta da forze sovversive antisistema. Gli otto milioni di elettori che con il proprio legittimo voto avevano mandato pacificamente in parlamento il M5S, sarebbero stati dei sovversivi! E perché? Perché avevano sostenuto la necessità di un radicale cambiamento di tutta quella classe politica che storicamente aveva imbucato il paese in un tunnel critico senza apparente via d’uscita.

Non una voce si levò alta e forte contro una tale gravissima offesa agli elettori, agli eletti e a tutto il parlamento. Il che è quanto dire sull’etica costituzionale della massima istituzione politica del paese e non solo sulla sua. Anzi, proprio per avere assunto questo compito, piuttosto ardimentoso per la sua avanzata età, di avere denunziato le forze sovversive, il presidente si guadagnò la rielezione dal suddetto orgoglioso parlamento. Non era mai successo prima. E mi auguro che non abbia alcun motivo di succedere più e che si ricordi solo a grave macchia della politica italiana.

Ma se una tale irresponsabile affermazione può essere giustificata dalla senilità incallita di chi la profferì, il silenzio dei media, che non poteva essere che assertivo, diede la misura esatta del loro basso livello d’impegno etico-costituzionale ed etico-professionale. Il loro assoggettamento ai partiti dominanti fu totale.

Altra controprova fu la loro inconfutabile presentazione dello storico esito elettorale secondo un’asettica logica numerica. Dissero che il sistema parlamentare da bipolare era diventato impropriamente tripolare, precisandone la particolarità: il nuovo terzo polo era antisistema o antidemocratico. Come dire che il sistema politico valido rimaneva quello bipolare di centrodestra e centrosinistra. Questo per conformarsi alla volontà sovrana degli elettori! E’ chiaro che intesero, secondo le indicazioni del fiero presidente della repubblica, disconoscere totalmente la determinazione dei nuovi convincimenti maturati nel corpo elettorale che avevano portato al capovolgimento dello storico orientamento politico. Fino ad allora considerato immutabile da tanti.

Gli altri fatti della cronaca politica sono noti a tutti. Ne cito solo tre per la loro tipicità tutta “made in Italy”.

Il primo: l’incarico esplorativo di formare il governo, affidato a Bersani, andò in fumo per la puerile ragione che chiese al M5S i voti necessari, nonostante sapesse di non poterlo coinvolgere al governo perché predefinito movimento “antisistema”. Ovverosia, inopinatamente gli chiese una vera e propria donazione di sangue gratuita–l’incontro è registrato in You Tube-. Forse perché così lo voleva affrancare dalla suddetta infamante accusa? Non si saprà mai! Comunque sia, non li ottenne.

Seguirono le ripetute violenze inferte alla Costituzione dal nobile presidente della repubblica, con la creazione di fantasiose e neutrali commissioni di saggi, in realtà formate da uomini di partito travestiti da saggi, che avrebbero dovuto elaborare un fantomatico programma di legislatura di un fantomatico governo. Questo caos presidenziale fortunosamente si terminò con la provvidenziale nascita del governo Letta. La provvidenza si materializzò con l’insperato (?) arrivo, a completare la necessaria maggioranza di governo, di un manipolo di ardimentosi parlamentari transfughi dalla madre Forza Italia (per salvare la patria!).

Il secondo: il PD pescò “l’uomo ad hoc” in un dismesso deposito ferroviario di Firenze, la Leopolda, ove riuniva i suoi sostenitori. Davano nell’insieme l’idea di una setta. Si trattava, invece, di un rampollo della politica toscana, il baldanzoso grimpeur (suo malgrado anche grippante) Renzi, prima presidente della provincia e in atto sindaco della città. Fu il vero asso nella manica. Capace di contrastare con la sua irrefrenabile e tagliente loquela toscana, la leadership di Grillo. Così fu pilotato a volo prima alla segreteria del PD e da qui, subito dopo, grazie anche alla formula magica “stai sereno Enrico”, al posto di presidente del consiglio, strappato proprio a quell’Enrico che doveva starsene sereno.

Il terzo: questo capo di governo appena in carica sbalordì “urbi et orbe”, conquistando immediatamente il 40% di voti alle elezioni europee; sulle ali del fulmineo successo e della sua tracotante supponenza, combinò (in combutta con il silenzio del provvidenziale presidente Napolitano) un totale tourbillon di norme giuridiche, costituzionali e parlamentari, da trasformare l’Italia in una torre di Babele. Vedi, per tutte, le multiple edizioni delle proposte di legge elettorale, alla fine approvate con l’ “italicum”, ove erano assenti le norme d’elezione dell’esistente senato, nella previsione della sua successiva abolizione costituzionale (della serie attacchiamo il carro davanti ai buoi); ove furono previsti i capilista bloccati e tante altre amenità che furono poi stralciati dalla Corte Costituzionale; per approdare a un provvisorio “consultellum post-mattarellianum”: boh?

Ebbene, per ottenere questo bel risultato strinse perfino alleanze incestuose con Berlusconi (“il patto del Nazareno”). Alla fine, il detto presidente del consiglio, definito “il vero politico di razza” (e allora, tutti gli altri politici di che sotto razza sarebbero?) da tutta la stampa italiana, completò il suo quadro dell’assurdo con la proposta della riforma Costituzionale, portata fino all’elezione referendaria.

Senza accorgersene aveva saltato l’insormontabile ostacolo(non per lui e per il fiero Napolitano) dell’incostituzionalità del parlamento: dichiarato tale dalla Corte Costituzionale perché non era rappresentativo della maggioranza degli elettori italiani. Quindi non avrebbe potuto mai avanzare una proposta di riforma del genere. E così il referendum fu la sua ultima opera d’arte: fu cassata clamorosamente dagli elettori. Intanto, grazie anche a lui, il M5S era cresciuto fino al 33% nei sondaggi, ragion per cui fu buttato giù dalla torre per totale inadempienza.

La legislatura continuò tra scontri del blocco di potere contro il M5S, fino al termine naturale dei cinque anni (record assoluto per un parlamento eletto incostituzionalmente).

Sul versante radical-riformista si registrò subito il rifiuto del M5S alla richiesta di sostenere dall’esterno un governo del PD, in nome della sua radicalità, e la sua dichiarazione che avrebbe tenuto un’opposizione decisa ma ragionata. Quindi si buttò a capofitto nello studio delle complicate norme delle istituzioni pubbliche -compito oggettivamente immane, partendo da un livello zero- e delle trappole dei talkshow per riuscire a dibattere alla pari con gli avversari. Tutto questo con il fine di svolgere, come promesso, un’opposizione ragionata quanto più valida possibile, non potendo, stando all’opposizione, contare sulla realizzazione dei punti del proprio programma.

Apprezzabili, per me, furono le dure prese di posizione a tutela dell’integrità delle norme costituzionali: vedi quella dell’articolo 119. Mentre quella sulla riforma più vasta della Costituzione tenne sì un atteggiamento fermo di opposizione, ma entro i confini del dibattito tecnico-politico delle sue singole norme.

Si tenne invece parecchio distante dal trattare di petto la violazione di un fondamentale principio dottrinario, che avrebbe dovuto dare luogo a un’esplosiva denunzia pubblica.

Si era, infatti, davanti a un parlamento eletto incostituzionalmente per sentenza della Corte Costituzionale, che, grazie a una sua stessa impossibile e ambigua indicazione politica, può continuare a legiferare. Come se niente fosse avvenuto. Forse perché l’Alta Corte già sapeva dell’ignavia della presidenza della repubblica e delle altre istituzioni politiche, deputate a dare corso alla sentenza con il dovuto scioglimento delle camere?’ Ma non basta.

Questo parlamento, addirittura, vuole cambiare proprio quella stessa Costituzione in base alla quale era stato sentenziato incostituzionale. E così fece. Ne eseguì il corso procedurale in diverse sedute, fino ad arrivare, senza alcun intoppo giurisdizionale, all’elezione referendaria

Tutto ciò, appunto, nel silenzio tombale della presidenza della repubblica, degli uomini di cultura e dei media. Altro che tourbillon delle massime cariche giudiziarie, politiche e mediatiche dello Stato. Ci sarebbe dovuta essere almeno la rivoluzione degli uomini di cultura democratica. Invece niente.

Il quasi totale silenzio sulla questione del M5S fu prudenza tattica di fronte all’Alta Corte? Viene da pensarlo, anche perché non ne parlarono neanche i tanti (51 pare) costituzionalisti che annunziarono ufficialmente le ragioni tecniche del loro voto referendario contrario. Fornirono così prova illustre di riconoscere la piena legittimità del referendum. Laddove si sarebbero dovuti astenere dal votarlo e contestarne la piena in costituzionalità. Solo il giudice Alessandro Pace, ne fece cenno, senza, però, calcare la mano. Cane non mangia cane.

Di valore simbolico fu la scelta di decurtarsi lo stipendio dei suoi parlamentari e di devolverne la parte a favore delle piccole imprese. Nel corso della legislatura contribuì all’attività legislativa con proprie proposte, nonostante venissero per lo più cassate, ne approvò di altrui, ne contestò moltissimi, a volte con una tale virulenza – come ai lontani tempi dei Paietta e company (l’accostamento non vuole suonare sacrilego)-, da scuotere la sensibilità dei nostri delicati opinionisti.

In conclusione nonostante il M5S, avesse dalla sua il forte consenso popolare e la stimolo del disagio per la crisi del paese che da sostanza ed energia ai suoi motivi di opposizione, dovette provare “sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” ... del potere. Per questo tentò di dare un po’ più di consistenza alla sua organizzazione liquida, senza apparenti miglioramenti, e di fare tesoro dell’esperienza maturata.

Tutta la XVII legislatura si svolse nell’acerrimo confronto dell’enorme blocco di potere politico tradizionale contro il giovane e inesperiente M5S.

Mentre alla grave crisi del paese furono riservati confortevoli panni caldi da applicare sulle continue emergenze quotidiane. E si concluse con il decaduto governo Gentiloni che emanava decreti, pur essendo in ordinaria amministrazione pro tempore; con il Convitato di pietra là immobile, reso ancora più pesante, perché nulla in cinque anni era stato fatto in suo favore e per avere subito i danni delle gravi torsioni applicate dalle massime cariche dello Stato ai principi costituzionali; con i giovani del M5S decisi a non desistere, nonostante tutto.

Da questa esperienza amara, il cui peggio che non avremmo voluto vedere sono state le alte cariche istituzionali dello Stato, poste a tutela della sana politica, scendere a livello del dibattito politico quotidiano con suggerimenti a sostegno dei vecchi partiti, si trae una sola nota positiva: hanno fatto bene i giovani elettori che hanno voluto discontinuare il potere assoluto dei partiti del centrodestra e del centrosinistra, causa di così grandi danni.

Solo su un salto generazionale della classe politica (con tutti i dovuti punti interrogativi del caso) potrebbero poggiare le speranze di una ripresa del paese.


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