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Un romanzo lirico dal fango al sublime

Via lurida (Mauro Pagliai, Firenze 2009)
di Matteo Veronesi - martedì 21 luglio 2015 - 3910 letture

Nel suo Via lurida (Mauro Pagliai, Firenze 2009) esito di un lunghissimo lavorio di elaborazione stilistica, Luigi Arista – che è anche valente studioso di Dante – rivisita e rinnova il genere del prosìmetron, della mescolanza, o meglio dell’alternanza, di prosa e versi: e una mirabile coesione tematica e stilistica attraversa e rende uniti entrambi gli elementi.

Una coesione, peraltro, segnata, in sé, da una dicotomia: da un lato l’ambiente suburbano evocato dal titolo, e descritto con i torni corposi, grevi, a trattti quasi melmosi, di un Pasolini, o del Testori narratore. «La nebbia nasconde i passi nel fango, / la ruggine arrossisce margherite e crisantemi».

Ma Via Lurida simboleggia anche l’immobile fluidità, la mutevolezza parvente, del tempo, del viaggio, della fuga: «E pensavo alle navi, che ogni mattino salpavano dalle rive della statale, imbarcando uomini e donne, inghiottiti dalla città per un giorno intero, finché alla sera quello stesso mare li risputava sulle stesse sponde, e così erano trascorsi mesi, stagioni e anni» – e viene in mente, qui, la «trista riviera d’Acheronte», l’eterno reiterarsi di gestualità e ritualità dantesche, scandite, quasi, da un destino superiore e ulteriore, che non è nel tempo.

È una allegorica deriva di scorie, detriti, frantumi, «macerie raccolte lungo le cento strade, scale, cortili, piazze, abitacoli, negozi, anfratti». Il discorso approda infine ad una preghiera rivolta ad una sorta di Dio del nulla, del vuoto, degli smarriti, dei vinti: «Padre del mondo, Padre del deserto / Padre dei pazzi tutti noi negletti / Padre dei colmi e padre degli abissi...».

E questo moderno prosìmetron si conclude con la visione simbolica, onirica, quasi immateriale, di Silvia, personificazione letteraria di una bellezza pura, assoluta, contrapposta al grigiore e al fango del reale. Una sorta, quasi, di fantasma inafferrabile, come le Ninfe di Mallarmé, o la Matelda dantesca.

Ella evoca e richiama, sussurrando, «il canto della vita, il frutto, il seme, / che dalla bocca scivola nel cuore». L’io narrante si dissolve, quasi, insieme a quell’apparizione, quasi come nel Luzi della Biografia a Ebe. «Non se mi salvai, se ritornai. Non so se naufragai o approdai su altre sponde».

Il contatto con l’assoluto può essere compimento o smarrimento, sublimazione ma anche dissolvimento. In questa volutamente irrisolta ambivalenza risiede forse il messaggio ultimo di questa pregevole, delicata e cesellatissima opera.


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