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Un ricordo di Giovanni Pattavina

Per statura morale, culturale, politica egli merita ampiamente di essere ricordato in maniera duratura dai suoi concittadini, per cui tanto si spese.

di Ferdinando Leonzio - venerdì 17 giugno 2022 - 2764 letture

Quel giorno di una primavera di fine ’900, facendo, come al solito, la strada che dalla mia abitazione porta al centro di Lentini, volsi lo sguardo verso la Villa Gorgia e vi notai un uomo, seduto da solo in una soleggiata panchina, situata pochi metri alle spalle della statua dell’illustre filosofo, a cui il giardino è intitolato. Mi sembrò di conoscerlo e mi avvicinai:

- Buongiorno, professore!
- Oh, ciao Ferdinando. Siedi qui, accanto a me, fammi compagnia.

Cosí nacque, o meglio rinacque, l’affettuosa amicizia tra noi. Sapevo che era stato un intimo amico di mio padre [1], uno dei due che al suo funerale ne avevano pronunciato l’elogio funebre; era stato anche collega di mio nonno nel Consiglio Comunale. Ma, soprattutto, era stato, per un paio di mesi, mio insegnante privato di latino e greco.

Quando seppe che io ero socialista, coerente con la tradizione assai diffusa nella sinistra di classe (PCI, PSI, PSDI e “derivati”), subito mi chiese di dargli del tu. Rifiutai.

Mi spiegò che ogni mattina uno dei suoi figli lo accompagnava alla Villa, al suo solito sedile, e poi veniva a prenderlo dopo mezzogiorno, per riportarlo a casa, visto che abitava in una zona alta del paese, ormai troppo alta per la sua età.

Quell’incontro in seguito fu reiterato piú e piú volte nel corso di vari mesi, durante i quali ebbi modo di arricchire il mio bagaglio di storia locale e di conoscere vicende, sentimenti e idee dell’illustre personaggio.

Ricordo, fra mille altre cose, un simpatico aneddoto, che ne rivela la profonda umanità e la sorridente arguzia.

Un giorno venne a trovarlo uno dei suoi figli:

- Papà, io e mia moglie, come sai, aspettiamo un figlio, che già sappiamo sarà maschio. È dunque tempo di scegliergli un nome. Tu che dici, vuoi che rispettiamo la tradizione e mettiamo il nome del nonno paterno, cioè il tuo? Oppure non te ne importa nulla e possiamo mettere qualunque nome?

- Ma che dici, ancora pensi a questo vecchiume medioevale, a queste superate anticaglie? Non sai che io sono un uomo moderno e progressista? Ma mettete il nome che vi pare! …Ma ricordati: se non gli metti il nome Giovanni non ti presentare mai piú davanti a me!

Il poliedrico intellettuale si era dedicato a diversi campi dello scibile umano e su tutti aveva lasciato scritti profondi e originali. Politica, storia, poesia, narrativa, psicologia, biologia e scienza erano stati i territori culturali da lui esplorati.

Era riuscito in simile impresa nonostante le difficoltà economiche derivanti dalle sue origini proletarie, grazie alla sua forza di volontà e alla sua vivace intelligenza che gli avevano consentito di ottenere interessanti risultati, tutti inquadrati in una coerente visione della vita, come ampiamente dimostra la sua biografia.

Giovanni Pattavina nacque a Lentini il 26 luglio 1919. Era il terzogenito, dopo due femmine, di una coppia di lavoratori: Paolo Pattavina, bracciante agricolo, e Concetta Fisicaro, calzettaia.

Dopo aver frequentato le scuole elementari, si iscrisse alla locale Scuola di Avviamento Professionale, conseguendone la licenza. Si trattava di una scuola il cui compito era essenzialmente quello di fornire una modesta cultura di base a tutti coloro che, non potendo proseguire gli studi, sarebbero stati avviati al lavoro [2]. Cosí fu anche per il giovane Pattavina che, a 14 anni, cominciò a lavorare come manovale edile.

Ma l’impulso culturale nel giovane Pattavina era insopprimibile e perciò , dopo tre anni di lavoro manuale, si preparò autonomamente e, da esterno, a 18 anni, conseguí la licenza ginnasiale [3].

L’anno dopo, dunque a 19 anni, si iscrisse alla prima classe del Liceo Classico Spedalieri di Catania e fu promosso [4]. Ma intanto studiava - ancora una volta! - da autodidatta, sicché nel giugno 1940 si presentò, da esterno, agli esami di maturità. Durante gli esami – mi raccontò Pattavina – avvenne un fatto singolare che poteva mettere a rischio la sua promozione. Egli presentò il compito di greco, anziché tradotto in italiano, come richiesto, addirittura tradotto in latino! La Commissione, fortunatamente, rimase invece ammirata dell’assoluta sua padronanza delle due lingue classiche, confermata anche agli esami orali dall’eccezionale studente. Fu perciò uno dei sette promossi nella sessione estiva, su oltre un centinaio di candidati.

C’è un passo nel suo romanzo Cavie e robot che ci sembra sbucato fuori dalla sua personale esperienza:

Ai poveri basta un niente per campare, un privilegio che li accomuna agli antichi dei dell’Olimpo che si nutrivano d’ambrosia e nettare. Malgrado tutto studiai, lavorando tutti i santi giorni dell’estate e i restanti  pomeriggi dei nove mesi dell’anno scolastico, garzone ovunque capitasse da ragazzo, commesso d’un notaio da giovinetto. E a sera, quando i miei fortunati coetanei se la spassavano, io preparavo le lezione per il giorno appresso, sebbene le palpebre assonnate s’ostinassero a chiudersi.

Si iscrisse dunque alla facoltà di Lettere dell’università di Catania. Ad interrompere la sua formidabile ascesa culturale intervenne però l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale (10-6-1940) e il richiamo del Nostro al servizio militare. Le operazioni belliche gli fecero conoscere da vicino la disumanità della guerra, facendo crescere in lui lo spirito antifascista germogliato in occasione della guerra civile spagnola [5].

Finirà, col grado di sottotenente di fanteria, distaccato in Slovenia. Fu lí che lo colse il comunicato-radio dell’8 settembre 1943, con cui veniva annunciato l’armistizio stipulato (dopo trattative segrete) dal governo Badoglio [6] con gli anglo-americani e la conseguente uscita dell’Italia dalla guerra. Com’è noto, la reazione della Germania nazista non si fece attendere e l’esercito italiano rimase allo sbando.

Il reparto di Pattavina, diviso tra chi voleva unirsi ai partigiani jugoslavi e chi voleva aderire alla nascente Repubblica di Salò, si dissolse e Pattavina intraprese, da Fiume, l’avventuroso e pericoloso viaggio per tornare in Sicilia e a Lentini [7], dove arrivò il 5 gennaio 1944.

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Giovanni Pattavina al lavoro - foto dal suo sito internet

Sarà stata la consapevolezza di provenire dalla classe operaia e dell’aver dovuto affrontare notevoli sacrifici per ottenere quello che altri avevano potuto facilmente avere; saranno state le sue intime e radicali convinzioni laiche, legate alla sua originale interpretazione della natura; avrà probabilmente influito l’aver assistito molto da vicino agli orrori della guerra: fatto è che dopo due mesi dal suo arrivo a Lentini, precisamente il 5 marzo 1944, si iscrisse al Partito Comunista Italiano (PCI), dove si mise subito in luce, tanto che già il 10 aprile 1944 il Comitato Esecutivo lentinese lo delegò, assieme al leader Francesco Marino, a rappresentare la sezione al congresso regionale di Messina.

Il PCI di Lentini era stato il primo dei partiti antifascisti a riemergere dall’oscurità della cospirazione a cui l’aveva costretto il ventennio fascista. Ricostituitosi clandestinamente già nel 1933, con segretario l’ebanista Delfo Nigro, con l’ingresso degli Alleati a Lentini era subito risorto alla luce del sole, aprendo poi la sua storica sede di Via Roma 10, con leader il geometra Francesco (Cicciu) Marino, fiancheggiato dalla vecchia guardia che nel 1921 ne aveva costituito il nucleo iniziale.

Sindaco della Città, nominato dal Governo Militare Alleato, era allora l’ex maggiore dei carabinieri dott. Vincenzo Magnano di S. Lio. Fu durante la sua sindacatura che la Sicilia tornò sotto la sovranità del governo nazionale (11-2-1944) [8] e che in città la vita e il dibattito politico riesplosero, vivaci e appassionati, dopo vent’anni di dittatura.

Giovanni Pattavina, grazie alla sua cultura e alla sua intelligenza emerse rapidamente in un partito prevalentemente costituito da braccianti agricoli analfabeti, anche perché si rivelò polemista agguerrito ed oratore efficacissimo. Lo testimoniano due episodi di cui fu protagonista, nell’effervescente clima del dopoguerra a Lentini.

Nel 1944, non si sa da chi organizzato, ebbe luogo, nella sagrestia della Chiesa Madre, un dibattito fra il noto gesuita padre Insolera e il giovane Pattavina. Il tema era…l’esistenza di Dio! Il religioso naturalmente ribadí la tesi della creazione dell’uomo, mentre Pattavina si schierò per quella evoluzionista, secondo cui l’uomo altro non è che il frutto di una lunga evoluzione. Ovviamente non si arrivò a una conclusione perché il dibattito finí in un parapiglia fra le opposte tifoserie [9].

Sempre nel dopoguerra, nei pubblici comizi era consentito il contraddittorio. Era allora sorto in Sicilia il movimento separatista [10] che mirava ad una Sicilia indipendente dall’Italia, progetto a cui il PCI (ma non solo) era nettamente contrario. Una sera, narra la leggenda, mentre l’oratore indipendentista parlava dal grande balcone del Municipio, quello che si affaccia su Piazza Umberto, Giovanni Pattavina chiese il contraddittorio e per meglio farlo, cioè per mettersi allo stessa altezza fisica dell’oratore, si arrampicò su un lampione della pubblica illuminazione, da cui poi sfoderò tutta la sua “vis polemica”, che gli assicurò la “vittoria” nell’inconsueto dibattito.

Vero o no che sia l’episodio, esso certamente testimonia la facondia del professore comunista e la sua grande popolarità.

Il periodo compreso tra il febbraio 1944 (ritorno della Sicilia sotto la sovranità del Regno d’Italia) e il 17 marzo 1946 (prime elezioni comunali libere del dopoguerra) fu certamente per Lentini uno dei piú vivaci politicamente, brulicante com’era, di iniziative politiche e culturali, di leader emergenti, di passioni travolgenti, di discussioni animate, di incontri e scontri di tutti i tipi.

A dominare la scena politica erano il PSIUP [11] e il PCI, coi loro affollati comizi, con i cortei popolari e gli inni proletari, mentre le bandiere rosse garrivano al vento, come per annunciare un imminente luminoso avvenire. I socialisti erano guidati da Delfo Castro [12] e i comunisti da Ciccio Marino [13]. I due partiti, benché nazionalmente legati da un Patto di unità d’azione, a Lentini rivaleggiavano alquanto.

Questa rivalità prese ad accentuarsi man mano che si avvicinava la data delle elezioni amministrative del 17 marzo 1946. Ad esse parteciparono tre liste: la socialista, la comunista, e una terza lista che raggruppava tutta le anime dell’aria moderata e conservatrice della Città, la quale benché rappresentasse un elettorato intorno al 30 %, a causa del complicato sistema elettorale, mai piú applicato in seguito, rimase tagliata fuori dal consesso civico.

I risultati furono eclatanti: su 30 seggi, 18 andarono ai socialisti e 12 ai comunisti. Fra gli eletti comunisti figuravano Giovanni Pattavina (capogruppo), Francesco Marino (leader del partito) ed Elena Nipitella, prima donna in assoluto a sedere nel Consiglio Comunale di Lentini.

Contrariamente alle strategie nazionali dei due partiti di sinistra, si formò una Giunta monocolore socialista capeggiata da Castro, mentre il gruppo comunista si collocò all’opposizione.

Questa divaricazione diede spesso luogo a una vivace dialettica tra i due partiti operai, ma non portò ancora alla rottura, nemmeno di fronte a due importanti avvenimenti verificatisi nel 1947.

Nel gennaio 1947 ebbe luogo la scissione detta “di Palazzo Barberini”, con cui l’ala destra socialista diede vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI, in seguito PSDI) [14]. Castro aderí alla scissione socialdemocratica, portandosi dietro l’intera numerosa sezione socialista di Lentini [15] e l’intero gruppo consiliare, ma nel sentire popolare non cambiò nulla e i locali della sezione continuarono ad essere chiamati la casa dei socialisti, situata in Via Italia, sempre intesa come la strada dei socialisti.

In questo primo periodo della legislatura il giovane capo dell’opposizione si batté a fianco delle istanze dei lavoratori, ad esempio con la presentazione di una mozione, approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale il 27 luglio 1946, con cui si auspicava l’intervento della Prefettura in favore del collocamento della mano d’opera agricola disoccupata.

Le elezioni regionali del 20 aprile 1947 registrarono un rovesciamento dei rapporti di forza fra i due partiti rappresentati in Consiglio Comunale: il “Blocco del Popolo” (sostanzialmente il solo PCI, vista l’inesistenza a Lentini del PSI), ottenne il 42,9 % dei voti ed elesse deputato regionale Francesco Marino, mentre il socialdemocratico PSLI si fermò al 25,7 %.

Si venne cosí a creare l’anomala situazione per la quale il PSLI, con un quarto dei voti, governava da solo la Città, lasciando fuori dell’area del potere cittadino non solo il centro-destra, che aveva circa un terzo dei voti, ma anche il piú forte partito della Città, quello comunista.

In ossequio ai principi di una sana democrazia, in un tempo in cui la parola “dimissioni” esisteva ancora nel vocabolario politico, Castro si dimise (18-6-1947) e la crisi venne subito dopo risolta con un bicolore PSLI- PCI, con sindaco il ventisettenne capogruppo comunista Giovanni Pattavina, eletto all’unanimità, ed una Giunta con tre assessori socialdemocratici [16] e tre comunisti [17].

Ma l’amministrazione Pattavina che non aveva certo demeritato [18], ben presto si trovò a fare i conti con l’evoluzione della politica nazionale. Circa un mese dopo la sua elezione, PSI e PCI vennero estromessi dal governo nazionale presieduto dal democristiano De Gasperi e, nel dicembre dello stesso anno 1947, PSLI e PRI entrarono nel governo, dando inizio al “centrismo” (DC, PLI, PSDI, PRI) a cui, nell’imminenza delle elezioni politiche, si contrappose il Fronte Democratico Popolare (FDP), costituito principalmente da PCI e PSI.

Dunque a Lentini i due partiti che collaboravano nell’esecutivo locale, PSLI e PCI, vennero a trovarsi su due fronti contrapposti per quanto riguardava la politica nazionale e la polemica tra loro riprese a crescere man mano che si avvicinavano le prime elezioni politiche, fissate per il 18 aprile 1948.

Lo scontro diventò davvero insanabile con la presentazione, il 15 febbraio 1948, da parte del gruppo consiliare socialdemocratico di una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco.

La virulenta polemica che ne seguí si trascinò per piú di due mesi, fin dopo le elezioni. Il 5 maggio 1948, al fine di evitare che il vuoto amministrativo fosse causa di danni agli interessi cittadini, Pattavina e gli assessori comunisti si dimisero:

[…] Ritenuto che questo stato di cose si ripercuote a tutto danno delle esigenze e degli interessi della popolazione, i sottoscritti, pur appartenendo allo schieramento politico che per ben due volte ha ottenuto a Lentini la massima fiducia del corpo elettorale, solleciti e pensosi solo del benessere dei loro concittadini, superando qualsiasi considerazione di indole personale, decidono di restituire il loro mandato al Consiglio Comunale, malgrado la illogica assurda e anacronistica composizione di esso. Pertanto rassegnano le dimissioni rispettivamente da Sindaco e da assessori.

I risultati elettorali del 18 aprile daranno a Castro lo spunto per ritornare alla guida del Comune (6-7-1948).

Infatti il FDP, pur mantenendo il primo posto a Lentini, era risultato in netta flessione rispetto alle regionali del 1947, avendo ottenuto il 35,8 %, mentre la lista socialdemocratica di “Unità Socialista” [19] era risalita al 29,7 %.

Pattavina perciò ridivenne di conseguenza capo dell’opposizione consiliare comunista.

Intanto importanti mutamenti si andavano verificando nella locale dirigenza comunista. Il vecchio gruppo dei fondatori, per lo piú artigiani, e di altri che con essi si erano amalgamati [20], la cui formazione rivoluzionaria era in qualche modo condivisa dal giovane Pattavina, appariva piuttosto scoraggiato dalla storica sconfitta del 18 aprile, seguita dalla perdita del Comune e, in seguito, dai “fatti della Vaddara”, uno “sciopero a rovescio”, conclusosi con molti arresti.

La dissidenza capeggiata dal carismatico Nello Arena era del tutto rientrata [21] fin dalle elezioni comunali.

Al loro posto finirà per affermarsi una generazione di dirigenti [22] molto piú giovani e soprattutto piú allineati con la nuova linea politica del PCI, detta del partito nuovo, che comportava un lungo e paziente lavoro organizzativo e la lenta penetrazione nel potere a tutti i livelli.

Mentre l’opposizione consiliare si mostrava sempre piú stanca e si allargava il distacco tra essa e la nuova dirigenza del partito [23], che intanto, a livello provinciale, si stava dotando di un consistente apparato di funzionari, il Pattavina, che pure, per un certo periodo era stato vicesegretario della Federazione [24], cominciava a sentirsi sempre piú estraneo al nuovo clima politico e perciò propenso a rientrare nel suo privato, cominciando a pensare al suo avvenire, anzitutto portando a termine gli studi universitari.

Un lunedí di fine febbraio 1949, su consiglio del prof. Matteo Gaudioso [25], si rivolse alla professoressa Gina Fasoli [26], docente di “Storia medievale e moderna”, da poco arrivata all’università di Catania, perché volesse fare da relatrice alla sua tesi di laurea. Quasi subito si accese fra i due una corrente di simpatia [27]:

- Come si chiama? - mi domandò.
- Giovanni Pattavina.
- Giovanni Pattavina, quanti anni ha?
- Compirò trent’anni nel prossimo luglio.
- Come mai deve ancora laurearsi?  - Nel 1944, di ritorno dalla guerra ho fatto politica per diversi anni, convinto che questo vecchia società classista andasse cambiata da cima a fondo.

Nel giugno del 1947, a ventisette anni io, capogruppo dei consiglieri comunali di minoranza, fui eletto sindaco di Lentini, la mia città natale di circa trentamila abitanti, con voto unanime del consiglio comunale. Per l’età, perché capogruppo dei consiglieri di minoranza e perché eletto sindaco d’una città di trentamila abitanti con voto unanime del consiglio comunale, fui un caso unico in tutta Italia.

E da sindaco fondai la biblioteca comunale < RICCARDO DA LENTINI > e un < CENTRO STUDI >. Portai anche a compimento tutte le pratiche per accelerare al massimo la statizzazione del liceo-ginnasio.

- S’accomodi e mi spieghi come riuscì a fondare la biblioteca comunale.  - Non avendo alcuna esperienza al riguardo mi presentai al dottor Andrea Cavati, il direttore della nostra biblioteca universitaria.
- Signor sindaco, in che posso servirla? - mi chiese molto stupito.
- Dottor Cavati, ho deciso di fondare la biblioteca comunale nella mia città; ma... da dove incominciare?  - Fondare una biblioteca! Lei, signor sindaco, m’invita a nozze, avrà da me la necessaria collaborazione, molto più d’una collaborazione. Vuol dirmi quanti anni ha?  - Compirò ventisette anni il prossimo luglio - gli risposi.  E’ nata così, grazie anche al dottor Cavati, la Biblioteca Comunale < RICCARDO DA LENTINI >. E siccome l’appetito vien mangiando fondai anche il Centro Studi.

I frequenti incontri di lavoro fra i due ben presto trasformarono l’iniziale ammirazione del ventinovenne intellettuale in un suo intenso coinvolgimento sentimentale, da lui stesso cosí descritto nel suo Preludio e appassionatamente comunicato all’illustre docente:

La sto contemplando in estasi, incantato. Lei tanto avvenente, l’abito bleu e gli ornamenti così in armonia con la sua persona, il candore roseo della carnagione e la luminosità dei suoi occhi verdi... contemplarla è un intenso godimento.

Pattavina si laureò il 26 giugno 1949, con una tesi di laurea su Il pensiero e l’azione politica di Cola di Rienzo.

Quel giorno, che doveva essere di gioia e che rappresentava la meritata conclusione di quella che lui aveva chiamato la mia irregolarissima carriera scolastica, fu invece per lui un giorno di disperato dolore, poiché, di fatto, metteva fine a quel suo platonico amore, piú sognato che vissuto, a cui avevano fatto da ostacolo insormontabile i 17 anni d’età che la gentilissima signora aveva piú di lui. Gli rimarrà per sempre la dolente nostalgia di ciò che poteva essere e non fu.

Il tema dell’amore ritornerà comunque in molte sue opere [28] e sarà sempre trattato con un mix di delicata sensualità e di intensa spiritualità, in armonia con le convinzioni scientifiche e con la gentilezza d’animo del Nostro.

Nel 1951 Pattavina lasciò il PCI, a cui tanto aveva dato, ma non rinnegò le sue convinzioni marxiste e rivoluzionarie. Nello stesso 1951 iniziò la sua carriera di insegnante di Lettere, prima a Francofonte e poi a Lentini, fino all’anno scolastico 1977-78, dedicandosi poi ai suoi studi scientifici [29].

Unica sua uscita pubblica in politica fu la candidatura alla Camera, nelle elezioni del 7 maggio 1972, nella lista de Il Manifesto, gruppo politico nato da una scissione a sinistra dal PCI [30]. I risultati furono però deludenti (0,70 %), di poco superiori a quelli nazionali (0,67 %).

Dopo di che non si interessò piú di politica attiva. Da me interpellato se si sentisse vicino al movimento trotskista, rispose piuttosto vagamente.

In realtà egli era un marxista rivoluzionario indipendente, interessato alla ricerca scientifica, soprattutto incentrata sul rapporto tra marxismo e scienza, che si risolve in un una visione materialistica dell’esistente e che individua l’unica verità nella materia che muta e si evolve, trasformandosi, con un flusso continuo ed eterno, nel corso dei millenni.

In questo quadro l’Uomo è:

1) < un animale sociale e sapiente, prodotto di conoscenza e produttore di sempre nuove conoscenze pervenuto, caso unico nella biosfera, ad aver coscienza di sé, del mondo in cui vive e della società nella quale si trova integrato >. L’Uomo pertanto è un prodotto sociale quanto la società è un prodotto umano;

2) < un sistema  di organi interdipendenti il cui funzionamento fisiologico (normale) garantisce l’integrità fisica purché l’ambiente sia ricco di risorse materiali liberamente utilizzabili e, al tempo stesso, salubre > [31].

Giovanni Pattavina morí il 18 maggio 2004.

Per statura morale, culturale, politica egli merita ampiamente di essere ricordato in maniera duratura dai suoi concittadini, per cui tanto si spese.


Per la serie „Un ricordo di...“ sono stati pubblicati da questo giornale, dello stesso autore, i saggi storici dedicati a Vincenzo Bombaci, Giuseppe Manzitto, Cirino Speranza e Alessandro Tribulato. Le edizioni ZeroBook hanno pubblicato due volumi biografici: Delfo Castro, il socialdemocratico e Otello Marilli.


[1] A Evelino Giovanni Leonzio (1916-1947) Pattavina dedicò la sua raccolta di poesie intitolata Canzoniere minore.

[2] La Scuola di Avviamento Professionale di Lentini aveva sede nei locali di Via Conte Alaimo, situati sopra l’attuale Camera del Lavoro ed aveva un ingresso, oggi inesistente, anche da via Roma. Il corso era triennale e vi si accedeva dopo aver conseguito la licenza elementare. Essa ebbe termine con la riforma del 1962, che istituí la Scuola Media Unificata, nella quale confluí.

[3] Il Ginnasio era allora costituito da cinque classi, equivalenti a quelli che oggi sono i tre anni della Scuola Media, piú i primi due anni del Liceo Classico. In seguito, pur conservando la denominazione di IV e V ginnasiale le due classi furono accorpate al Liceo classico. La licenza ginnasiale dava diritto a iscriversi al Liceo Classico, col cui diploma si poteva accedere a tutte le facoltà universitarie.

[4] Suo insegnante di italiano era stato il famoso letterato e politico democristiano catanese on. Domenico Magrí (1903-1983).

[5] Il suo laicismo e il suo antifascismo risalivano infatti ai tempi della guerra civile spagnola (1936-39), quando la destra clerico-fascista era insorta per abbattere la Repubblica.

[6] Il 25-7-1943 il Re Vittorio Emanuele III aveva deposto Mussolini da Capo del Governo, sostituendolo col maresciallo Pietro Badoglio.

[7] Lentini era stata liberata il 15-7-1943. La città faceva parte dei territori invasi/liberati, e quindi amministrati, dagli Alleati, fino alla loro restituzione al Regno d’Italia.

[8] Il Re e il governo Badoglio, dopo l’8 settembre si erano rifugiati a Brindisi. Nel febbraio 1944 si trasferirono a Salerno, mentre la Sicilia, prima governata dall AMGOT, ritornò sotto la sua sovranità. Intanto nel Nord era sorta la Repubblica Sociale Italiana (RSI), governata da Mussolini e dal Partito Fascista Repubblicano (PFR) e occupata dai tedeschi, fino al 25-4-1945, giorno della Liberazione. La sindacatura di Magnano, di sentimenti monarchici, ebbe termine il 20-1-1945, quando fu sostituito dal Commissario Prefettizio rag. Guglielmo Li Greci.

[9] Sull’avvenimento il prof. Evelino Giovanni Leonzio, intimo amico di entrambi gli oratori, scrisse un ditirambo di 158 versi, intitolato Il diavolo in sagrestia. La poesia fu pubblicata per la prima volta, molto tempo dopo la morte dell’autore, sulla rivista letteraria Le cicogne, foglio II, gennaio 2000.

[10] A Lentini il movimento separatista ebbe una vita effimera, pur avendo aperto una sezione in Via Paradiso, con esponenti Tano Consiglio, Turi Grimaldi e Ciccio Valenti.

[11] Il PSI nel 1943 si era unificato col MUP (Movimento di Unità Proletaria) e con UP (Unità Proletaria) ed aveva perciò assunto la denominazione di PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria).

[12] Per la biografia politica di Castro si veda il libro di Ferdinando Leonzio Delfo Castro, il socialdemocratico, ZeroBook 2020,

[13] Cosí il bracciantato affamato osannava il popolare cooperatore: Vulemu u pani,vulemu u vinu/ e Cicciu Marinu!. Marino aveva fondato la cooperativa Unione, che contava circa 3000 soci.

[14] Per l’occasione il PSIUP riprese l’antica denominazione di PSI.

[15] Non aderirono alla scissione pochissimi militanti, come Peppino Aliano, ’Nzulu Garrasi, Puddu Saccà, Pippo Di Mauro, Andrea Magnano, Sandro Tornello.

[16] Severino Ielo, Alfio Crifò e Francesco Falcone

[17] Salvatore Cattano, Gaetano Emanuele e Sebastiano Ventura.

[18] La Giunta Pattavina, con la delibera n° 171 del 7-8-1947, “ritenuto che l’istituzione di una biblioteca comunale sta a cuore alla popolazione e che fu anche a suo tempo consigliata e sollecitata dal Ministero della Pubblica Istruzione”, decise lo stanziamento di 100.000 lire per le spese necessarie.

[19] Unità Socialista era un cartello elettorale socialdemocretico, formato dal PSLI di Saragat e dall’Unione dei Socialisti di Ivan Matteo Lombardo).

[20] Delfo Santacono (calzolaio), Delfo Nigro (ebanista), Tano Giudice (muratore), Ignazio Magrí (falegname), Paolo Di Giorgio (cartolaio), Sebastiano Scatà (sarto), Cirino Speranza (bracciante), ecc.

[21] Ne facevano parte Filadelfo Maci, Filadelfo Miuzzo, Carmelo Ansaldo, Filadelfo Caponetto e centinaia di lavoratori.

[22] Mario Strano, Giovanni Pupillo, Guido Grande, Carmelo Baudo, Ciccio Ciciulla, Fortunato Mastrogiacomo, Cirino Garrasi, ecc.

[23] Del gruppo coniliare del 1946 sarà ripresentato, alle elezioni comunali del 1952, il solo Alfio Raiti.

[24] Pattavina era stato anche membro del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) della provincia di Siracusa.

[25] L’on. Matteo Gaudioso (1892-1985), originario di Francofonte, laureato in Giurisprudenza e in Lettere, docente di “Storia del diritto italiano” presso l’università di Catania, partecipò alla Resistenza in Toscana e fu eletto deputato del PSI nel 1953 e nel 1958.

[26] Gina Fasoli (1905-1992), docente universitaria di “Storia medioevale e moderna”, originaria di Bassano del Grappa, insegnò dapprima nell’università di Catania e poi in quella di Bologna.

[27] I due corsivi che seguono sono tratti dal racconto autobiografico del prof. Giovanni Pattavina, intitolato Preludio e dedicato alla prof.ssa Gina Fasoli, relatrice della sua tesi di laurea.

[28] Per l’elenco completo delle sue opere si veda in internet il sito „Giovanni Pattavina“.

[29] Nello stesso periodo Pattavina si sposò ed ebbe due figli maschi.

[30] Il gruppo del Il Manifesto, composto da ex esponenti del PCI, si era costituito nel giugno 1969 attorno all’omonimo giornale, con leader Lucio Magri (1932-2011). Nel 1972 si presentò solo per la Camera, senza ottenere alcun seggio, mentre per il Senato diede indicazione di votare PCI. A Lentini era invece prevalentemente composto da studenti, di cui il piú noto era il futuro storico Rosario Mangiameli.

[31] Il corsivo é tratto dall’opera di Pattavina L’Homo sapiens – un enigma risolto. Trattato scientifico della conoscenza, che, a sua volta richiama il saggio dello stesso prof. Pattavina Mente o psiche conoscenza intelligenza (si veda in proposito il sito internet „Giovanni Pattavina“: http://web.tiscali.it/pattavina/).


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