Un raffreddore è per sempre

Per la morte di Giuseppe Uva tutti assolti
di Adriano Todaro - mercoledì 20 aprile 2016 - 2870 letture

Non conosciamo l’avvocato Luciano Di Pardo. Non lo conosciamo ma sappiamo che è un valente avvocato con studio a Milano e Varese. Tempo addietro, il suo ordine professionale gli ha conferito la medaglia d’oro per aver lavorato, come avvocato, per 50 anni. Fa l’avvocato e il suo dovere è difendere le persone che a lui si rivolgono. E lui, giustamente, le difende. Un diritto, quello della difesa, previsto anche dalla Costituzione all’articolo 24. Tutti hanno diritto ad essere difesi anche chi, per esempio, ammazza la moglie o il ragioniere del terzo piano.

Tutto ciò è giusto. Ma perché definire – come apprendiamo da Il Fatto – in aula, durante la sua arringa, Giuseppe Uva un “clochard sporco e puzzolente”? Qua la difesa non c’entra; c’entra solo il profondo disprezzo di questo avvocato per una persona che affidata allo Stato, è morta in contrasto con quanto recita l’art. 13 della Costituzione. Come? Non è dato sapere. Forse un forte raffreddore. D’altronde se Giulio Regeni dopo essere stato trovato in un fossato con segni sul corpo di bruciature di sigaretta, torture, ferite da coltello e segni di "morte lenta" aveva indotto il procuratore del Cairo a dichiarare che era stato un incidente stradale, Giuseppe Uva può essere morto benissimo per un forte raffreddore.

Avevamo scritto a suo tempo di Giuseppe Uva, definito nel processo solo “un gruista”. E’ il 13 giugno 2008, un venerdì. Giuseppe e il suo amico Alberto Biggiogero guardano, in Tv, la partita dell’Italia per gli Europei. Poi escono e vanno al bar. Bevono vino, discutono con i soliti amici e tornano, a piedi, a casa. A quel punto si accorgono di alcune transenne accatastate all’angolo di una strada. Sono euforici e pensano di spostare le transenne in mezzo alla strada così la bloccare il traffico.

I due sono notati da una pattuglia di carabinieri. Tutto si sarebbe potuto risolvere con una ramanzina e una multa. E, invece, no. Uno dei militari esce dalla macchina e insegue Uva al grido: “Uva, proprio te cercavo questa notte, questa non te la faccio passare liscia, te la faccio pagare”.

Uva è raggiunto e scaraventato per terra. Secondo la testimonianza di Biggiogero, è preso a calci, pugni e spintoni. Poi fatti salire su due auto diverse, una dei CC e una della Polizia e portati nella caserma di via Saffi. Lì in caserma giungono altre pattuglie della polizia manco fosse arrivano un nuovo Dillinger.

Biggiogero è lasciato in sala d’aspetto e sente le invocazioni di aiuto da parte dell’amico Giuseppe. Ha il cellulare e telefona al 118. Nella stanza, diciamo degli interrogatori, dove c’è Uva, entrano ed escono i due carabinieri e sei poliziotti. Giuseppe Uva è ricoverato nel reparto psichiatrico dell’ospedale. Morirà il 14 giugno del 2008, la mattina dopo il suo fermo, intorno alle 11. Perché? Boh!

Ora, dopo otto anni, finalmente la sentenza che manda assolti carabinieri e i poliziotti. Secondo la Corte d’Assise di Varese non ci furono omicidio preterintenzionale e abuso d’autorità. E allora com’è che Giuseppe, che all’epoca della vicenda aveva 43 anni, è entrato in caserma con le proprie gambe ed è morto? Com’è che il suo corpo era così martoriato? La sorella Lucia ha avuto la possibilità, per 15 minuti, di vederlo. E cosa ha visto? Ecco quanto scriveva Internazionale a suo tempo: “Cominciamo dal viso. Una grossa tumefazione viola ricopriva il suo naso, la nuca, al tatto, era segnata da un bozzo gonfio. Scendendo lungo il corpo, si trovava un livido enorme sulla mano e il fianco era attraversato da lunghe strisce viola. Ma la cosa più importante, l’elemento inspiegabile e tuttora inspiegato, era rappresentato da quel pannolone bianco da adulto incontinente che gli cingeva i fianchi: a spostare i lembi, di quel pannolone, si vedevano i testicoli tumefatti e una traccia di sangue che fuoriusciva dall’ano”.

Tutti segni tipici di chi si è buscato il raffreddore. L’amico Biggiogero non è stato creduto perché “troppo ubriaco”. Quella notte non è successo nulla in caserma e non c’è stato alcun reato. E allora com’è che il gruista di Varese è morto? Guardate che il raffreddore quando arriva arriva e sono dolori per chi lo becca. E Giuseppe l’ha beccato e queste sono le conseguenze nel non voler fare il vaccino.

Naturalmente, letta la sentenza, imputati e avvocati difensori si sono abbracciati. Una gioia interrotta solo da un grido di un parente di Uva: “Maledetti!”. Poca cosa comunque, anche perché lo “stile di vita” di Uva non era certo uno stile di vita accettabile da questa società, tutta perfettina, dove non si ruba, dove non si fanno patti con la mafia, dove non ci sono speculazioni di ogni genere, dove non si è licenziati perché vent’anni prima si è pisciato per strada, dove è normale che ben tre presidenti del Consiglio siano stati nominati e non eletti, dove i petrolieri non contano nulla al punto che il governo ha autorizzato l’Edison, a Ragusa, ad ampliare l’impianto. Tra il 1989 e il 2007, la società ha scaricato in un pozzo sterile mezzo miliardo di litri di rifiuti petroliferi.

Giuseppe Uva era uno “clochard sporco e puzzolente” che invece di frequentare i salotti della Varese che conta, si accompagnava con Alberto Biggiogero, ubriaco tradito. Non certo uno “stile di vita” ammissibile.

In questa vicenda, come al solito, la politica si è voluta intromettere e le prime due dichiarazioni, dopo la sentenza, sono state di due grandi luminari del pensiero debole: Carlo Giovanardi e Maurizio Gasparri. Il primo ha dichiarato: “Sono felice per l’assoluzione di poliziotti e carabinieri”. Il secondo, invece, ci dona un concetto più articolato: “L’assoluzione dei carabinieri e dei poliziotti del caso Uva induca tutti a maggior rispetto di chi indossa una divisa. Basta criminalizzazioni”.

E verrebbe da dire basta anche farsi le canne. Ora, io non sono certo molto obiettivo; sono anche cattivo, poco diplomatico, politicamente scorretto e, lo riconoscono, sono di parte. Da parte di chi, ogni tanto, si fa un goccetto, da parte di chi fa il gruista, da parte dei clochard, soprattutto se sporchi e puzzolenti. Quindi ciò che dico, non ha molta importanza e non s’avvererà. Io, comunque, auguro a Carlo Giovanardi e Maurizio Gasparri un raffreddore. Un raffreddore come quello che si è buscato Giuseppe Uva. E lo auguro, con rispetto, anche all’avvocato Luciano Di Pardo.


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