Qualche domenica fa, ad Alcamo, un padre salesiano ha ritenuto opportuno parlare di pizzo durante l’omelia. Un gesto insolito e inaspettato in certi ambienti, che evidentemente ha scosso anche le coscienze più restie
Qualche domenica fa, ad Alcamo, un padre salesiano ha ritenuto opportuno parlare di pizzo durante l’omelia. Un gesto insolito e inaspettato in certi ambienti, motivato da un’iniziativa che evidentemente ha scosso anche le coscienze più restie.
La mattina del 7 settembre la città si è risvegliata con una consapevolezza "nuova": il pizzo lo pagano tutti e lo pagano perché costretti, ma anche perché una società intera permette che questo accada. A denunciarlo è stata una scritta - "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità"- comparsa su manifesti (come necrologi funebri) che tappezzavano i muri, i cartelli e i cassonetti dell’intera città.
L’iniziativa riprende quella di qualche settimana prima a Palermo, quando manifesti analoghi erano comparsi sulle saracinesche di alcuni negozi del centro storico. In quell’occasione gli autori erano venuti allo scoperto in seguito all’apertura di un’inchiesta sull’accaduto. Un gesto di emulazione, dunque, che i ragazzi di Palermo hanno gradito smisuratamente, e che sembra voler continuare a diffondersi.
Ad Alcamo le reazioni sono state quelle previste. La mattina stessa l’amministrazione ha dato ordine di rimuovere tutti i manifesti, espressione di "un gesto condivisibile nei suoi contenuti, meno nelle modalità, che non si discostano da quelle omertose che si intende contrastare", ha poi spiegato il sindaco. Alcuni cittadini, intervistati dalle emittenti locali, hanno espresso profonda solidarietà all’iniziativa, seppure con il distacco di chi prende le distanze da tutta la faccenda.
Una settimana dopo le redazioni locali hanno ricevuto un comunicato stampa che riferiva la costituzione, ad Alcamo, di un Osservatorio antimafia che rivendicava la paternità dell’iniziativa, "prima tappa di un percorso che intende risvegliare le coscienze e promuovere un riscatto sociale, che non può prescindere dalla partecipazione unita di tutte le parti: commercianti, istituzioni, cittadini". Il comunicato prosegue toccando aspetti importanti della questione: "a distanza di anni dai maxiprocessi, dalle vittime illustri, bisogna prendere le distanze dalla cosiddetta antimafia emergenziale, quella che segue le ondate di trasporto emozionale della gente. E’ tempo di superare l’emozione e passare ad atti concreti". Per questo l’osservatorio si è posto obiettivi che più concreti non si può, fra questi: l’attivazione di un centro di consulenza sull’utilizzo dei beni confiscati alla mafia; il monitoraggio delle candidature dei partiti ad ogni elezione; l’intenzione di costituirsi parte civile nei processi di mafia a tutela di interessi diffusi.
Anche l’amministrazione ha ricevuto spiegazioni dai membri dell’Osservatorio antimafia, che hanno replicato con una lettera, spiegando la pochezza di una posizione che considera "vigliacchi coloro che hanno osato per metà"; spiegando che dietro una tale iniziativa sta "la proposta di un metodo, anzi del metodo, con cui si può combattere la mafia: quello di far si che la protesta e la ribellione non siano di singoli, identificabili e neutralizzabili, ma di tutti, di una totalità, di una comunità; e tutti non sono colpibili". Un metodo forte del concetto che "in un regime (e la mafia è il più terribile dei regimi) la denunzia, anonima in relazione ai singoli, non lo è quando esprime i sentimenti di un’intera comunità".
Bisognerebbe, però, indagare su ciò che questa comunità realmente vuole. Ed è probabile che sia già un errore ritenere che essa "voglia". Per questo, accanto ad iniziative di questo genere e per permettere l’efficienza di quell’anonimato collettivo che garantisce una lotta non impari, è necessario adoperarsi per la costruzione di una alternativa permanente alla realtà che ogni giorno ci viene imposta.
E’ indispensabile la creazione di un luogo in cui sia "lecito" parlare dell’anomalia di una tale realtà, in cui - ognuno con i propri orientamenti e interessi - impieghi il proprio tempo condividendo la volontà di cambiare. E bisogna far sì che i più partecipino attivamente. Solo così associazioni come l’Osservatorio potranno essere certe di agire a nome della comunità e, perché no, potranno contare su un numero sempre maggiore di partecipanti attivi. Questo i ragazzi di Alcamo sembrano aver capito, costituendo un centro che si pone questi obiettivi, da portare avanti parallelamente all’attività dell’Osservatorio.
Per il momento prendiamo semplicemente atto del fatto che "quella mattina del 7 settembre la città era bellissima", come ha riferito uno degli autori del gesto.