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Un ponte non è una gomma da masticare

Qui da queste parti quando si pensa al ponte si pensa sempre alla cartina che avvolgeva la gomma da masticare, la "masticogna", il chewingum: il Ponte di Brooklyn...
di Sergej - venerdì 14 settembre 2018 - 280 letture

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Brooklyn la gomma del ponte

1.

Qualcuno prima o poi dovrà affrontare il problema dei trasporti. Sappiamo che il trasporto su gomma costa troppo. Qualche decennio fa la nostra classe dirigente decise che il trasporto su ferrovia costava troppo e la rete ferroviaria doveva essere privatizzata. Erano gli spiriti neo-liberisti thatcheriani che in Italia hanno assunto le vesti vereconde di Prodi & amici. Si è data una ulteriore chance di sopravvivenza all’industria automobilistica per altri 40 anni. Due generazioni.

La rete viaria italiana in realtà vive tra due diverse esigenze: le esigenze militari, per le quali una “difesa” italica è, per gli strateghi della NATO, improponibile: al massimo si possono rallentare di qualche giorno le orde provenienti dall’Est tramite esplosione di mine nucleari, ma non è previsto utilizzo di linee di trasporto se non per il rapido ripiegamento dei contingenti di frontiera.

E le esigenze momentanee di spostamento e trasporto delle popolazioni locali. Vista la situazione, non era previsto la costruzione di strade o ponti che dovessero durare a lungo. D’altra parte anche le risorse impiegate non erano tali da far scegliere materiali resistenti nel tempo (più costosi). L’Italia anche nel momento del suo boom economico è sempre stato un Paese povero. Mai avuto colonie o ex colonie da depredare.

La rete viaria ferroviaria e i nostri ponti vengono testati, appena costruiti, per il passaggio dei carri armati. Non a caso. Le gallerie debbono poter permettere il passaggio dei Leopard. Dove vediamo gallerie strette (come sulla Messina-Catania) è perché i soldi sono finiti altrove.

E’ dagli anni Settanta che una parte ristretta, ecologista e funzionalista, parla invano della necessità di ripensare le modalità di trasporto. Grilli parlanti, cassandre: gente fastidiosa. Che dice che non possiamo pensare la nostra mobilità tutta basata sulla gomma, sul petrolio, sul cemento.

2.

I ponti servono per unire. Lo sappiamo per tradizione romana. Lo sappiamo perché abbiamo letto Il ponte sulla Drina di Ivo Andric. Lo sappiamo perché abbiamo pianto per i ponti di Sarajevo, e per il ponte di Mostar. Contro il muro di Berlino (prima che il muro nel 1989 fosse abbattuto) gridavamo tutti: “Più ponti, meno muri”.

Poi politici farlocchi hanno pensato di speculare sul bisogno e sull’immaginario del ponte di Messina. Si sono messi in televisione a imbrogliarci, e dirci che “faremo il Ponte”. In realtà non è mai esistito neppure un progetto, ma ciò è bastato per sturare i cordoni della borsa per fare un po’ di movimento a terra, e dare qualche briciola a questa e quell’altra gang mafiosa e imprenditoriale. Negli ultimi vent’anni (una generazione) abbiamo visto sempre lo stesso meccanismo: si fa credere all’esistenza di una Grande Opera, si fa movimento terra, ma poi quando si va poi a vedere il progetto si scopre che è tutt’altro da quello che era stato detto (no, carissimi, il TAV non permette il passaggio delle merci, ma solo di passeggeri; non serve per lo sviluppo economico di quelle regioni): intanto qualche milione di euro è stato sganciato, che non serve a dare lavoro ma solo a tappare i conti di qualche ditta.

I ponti cadono. Genova diventa l’emblema di un intero Paese.

E invece di fermarsi e dirsi: ma che cavolo di sistema di trasporti abbiamo? E riguardo a Genova nello specifico: Siamo davvero sicuri che ricostruire questo ponte serve ai trasporti di Genova?

3.

Una città è un ambiente artificiale. Ma ci sono ambienti artificiali che possono servire a rendere la vita quotidiana migliore, oppure renderla un inferno. La “città a misura d’uomo” non è una utopia. E’ possibile ripensare Genova come una città a misura d’uomo, che permetta di garantire la vita positiva, tranquilla e umana di chi abita Genova, e di chi viene a Genova per turismo o per lavoro, o attraversa Genova come punto di transito?

Ripensare la città a partire dal suo sistema di trasporti è basilare.

Ma chi sono le classi di politici, intellettuali, urbanisti, che sono in grado di ripensare questo e dare soluzioni che non siano quelle provenienti dal passato recente: cemento, trasporto su gomma, ambienti inquinati e invivibili? Tutte queste classi sono coloro che hanno vissuto gli ultimi decenni, responsabili del crollo del ponte: lo sono perché a tutti costoro toccava il controllo e la manutenzione, e perché culturalmente sono dentro la logica del cemento, del motore a combustione fossile, della gomma. Appena crolla il ponte, tirano fuori l’idea sbagliata e antistorica, anti moderna, della "Gronda". Roba nauseante.

In questo contesto, anche una soluzione tunnel (alla Elon Musk: come mai non si è fatto sentire? Di solito dove c’è da farsi pubblicità lui si precipita sempre…) è qualcosa che ci proviene dal passato, e che abbiamo visto che non funziona.

Non sono neppure in grado di pensare che non è possibile utilizzare una strada per tutto quello che circola, che occorrerebbe quantomeno pensare a diverse strade, strade diversificate per pedoni, per automobili, per tir.

C’è del marcio in Italia, e anche le nostre strade, i nostri ponti, stanno subendo gli effetti di questo marcio. Non solo i nostri cuori e le nostre anime.


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