Dopo la crisi economica in molti hanno citato le parole di Bobby riguardanti il PIL, i suoi discorsi risultano innovativi ancora oggi, a più di 40 anni dalla sua morte. Chissà cosa ne pensano i leader mondiali che si sono riuniti in questi giorni a L’Aquila per l’ennesimo G8.
Bobby è un film del 2007 diretto dall’attore e regista Emilio Stevez. Si tratta di un film corale, nel quale diversi personaggi si incontrano nell’albergo Ambassador, la sera del 4 Giugno. Quella notte l’ospite più atteso è Robert kennedy, candidato alle primarie per il partito democratico. Le storie personali dei vari protagonisti ci riportano all’America del ‘68. C’è la ragazza che decide di sposare un suo compagno di scuola, né per amore né per soldi, ma per evitare che il ragazzo venga arruolato per combattere in Vietnam.
Ci sono i camerieri messicani che subiscono dei torti dal proprio capo, persona palesemente razzista. Fra coloro che fanno parte dello staff di Robert Kennedy, c’è anche un ragazzo di colore, che crede nella politica di Bobby e nella sua visione del mondo. Solo 2 mesi prima è stato assassinato Martin Luther King: le speranze di chi lotta per i diritti civili, per chi vuole interrompere la guerra in Vietnam, sono tutte riversate su Bobby. Nella pellicola sono mischiati fatti di cronaca con elementi romanzati, tanto che lo spettatore non riesce a decifrare cosa è vero e cosa no. A parte Bobby, perchè nessun attore recita la parte di Robert Kennedy. Il regista ha inserito dei video dell’epoca, in cui Bobby si esprime senza mezze misure sui mali della società Americana.
Questo film ci parla del passato per farci riflettere sul presente. Dopo la crisi economica in molti hanno citato le parole di Bobby riguardanti il PIL, i suoi discorsi risultano innovativi ancora oggi, a più di 40 anni dalla sua morte. Chissà cosa ne pensano i leader mondiali che si sono riuniti in questi giorni a L’Aquila per l’ennesimo G8. Nell’ultimo decennio a fare notizia è stato tutto quello che ruotava intorno ai preparativi del G8: le città militarizzate, la sospensione del trattato di Schengen, la rimozione della biancheria stesa sui balconi di Genova (“suggerita “ dal premier italiano nel 2001), ma nessuno riesce a ricordare una sola decisione che è stata presa in questi Summit. E’ mai cambiato qualcosa dopo un G8? Si ha come l’impressione che se non si fosse parlato dei vari scontri o delle città messe a nuovo, tirate a lucido per l’occasione, i media non avrebbero saputo di cosa parlare. Forse perché fra i vari leader non c’è nessuno come Robert Kennedy, il quale diceva “Ci sono coloro che guardano le cose come sono, e si chiedono perché..... Io sogno cose che non ci sono mai state, e mi chiedo perché no.” .Bobby non avrebbe neanche condiviso le azioni di rappresaglia con le quali vengono affrontati i manifestanti, i cosiddetti “No Global”. “Quando un americano toglie la vita ad un altro americano, sia se viene fatto in nome della legge o contro la legge …in un attacco di violenza o in risposta alla violenza, quando strappiamo il tessuto della vita che l’altro ha faticosamente e goffamente creato per sé e per i propri figli, quando lo facciamo, l’intera nazione è degradata….Troppo spesso rendiamo onore alla spavalderia, alla prepotenza e a chi esercita la forza….” . Robert Kennedy non è sempre stato cosi , la sua “politica” è cambiata parecchio durante gli anni, già prima dell’assassinio del fratello Presidente.
Basta ricordare che lui ha affiancato Joseph McCarthy nella sua crociata ai Comunisti negli anni 50, ha collaborato alla realizzazione dell’”Operazione Mangusta”, ha anche autorizzato le intercettazioni telefoniche a Martin Luther King quando era ministro della giustizia. Gradualmente però ha iniziato a cambiare, iniziando ad appoggiare le lotte per i diritti civili degli afroamericani, a difendere le cause degli ambientalisti, a criticare la “politica“ estera ed economica americana.
Bobby faceva parte di un’importante e ricca famiglia americana, ma è morto dopo essere stato colpito da un proiettile al cuore in una cucina di un albergo, mentre stringeva le mani degli inservienti, dei cuochi e camerieri, neri, bianchi ispanici. Era in mezzo la gente comune, non rinchiuso in una zona rossa, perché lui credeva davvero che un mondo diverso fosse possibile.
Brani tratti da discorsi di Robert Kennedy
I‘l PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini…, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte…Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti… Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.’
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Le vittime della violenza sono neri e bianchi, ricchi e poveri, giovani e vecchi, famosi e sconosciuti. Prima di ogni altra cosa erano esseri umani a cui altri esseri umani volevano bene e di cui avevano bisogno. Nessuno, in qualsiasi posto viva e qualsiasi cosa faccia, può essere certo di chi sarà il prossimo a soffrire per un insensato atto di sangue. Eppure la violenza continua, continua, continua in questo nostro Paese. Perché? Che cosa ha mai ottenuto la violenza? Che cosa ha mai creato? Quando un americano toglie la vita ad un altro americano, sia se viene fatto in nome della legge o contro la legge, da un uomo o da una banda, a sangue freddo o in preda al furore, in un attacco di violenza o in risposta alla violenza, quando strappiamo il tessuto della vita che l’altro ha faticosamente e goffamente creato per sé e per i propri figli, quando lo facciamo, l’intera nazione è degradata. Eppure sembra che tolleriamo un crescente livello di violenza che ignora l’umanità che ci accomuna e le nostre pretese di civiltà. Troppo spesso rendiamo onore alla spavalderia, alla prepotenza e a chi esercita la forza. Ma è una cosa chiara, la violenza genera violenza, la repressione genera rappresaglia e soltanto la pulizia di tutta la nostra società potrà estirpare questo male dalla nostra anima. Quando si insegna un uomo a odiare, ad avere paura del proprio fratello, quando si insegna che un uomo ha meno valore a causa del colore della sua pelle o delle sue idee o della politica che segue, quando si insegna che chi è diverso da te minaccia la tua libertà o il tuo lavoro o la tua casa o la tua famiglia, allora si impara ad affrontare l’altro non come un compatriota ma come un nemico, da trattare non con la collaborazione ma con la conquista. Per soggiogarlo e sottometterlo. Impariamo, in sostanza, a guardare i nostri fratelli come alieni. Uomini alieni con cui dividiamo una città ma non una comunità. Impariamo a dividere soltanto una paura comune, soltanto un desiderio comune di ritirarci gli uni dagli altri, soltanto un impulso comune a reagire al disaccordo con la forza.’