Un filo rosso da Matteotti alle lotte sociali in Sicilia

Un filo rosso lega le lotte del giovane socialista Matteotti, alle nostre lotte del dopoguerra a quelle degli anni 68/69. Al centro sempre la dignità del lavoratore e il suo valore umano.

di Luigi Boggio - giovedì 13 giugno 2024 - 758 letture

Alessandro Barbero, l’altra sera su La7, per circa due ore, ha raccontato Giacomo Matteotti, a cento anni dal delitto avvenuto il 10 giugno del 1924 a Roma. Un racconto in alcuni tratti di grande intensità per la ricostruzione del delitto in tutti i suoi aspetti e circostanze, in particolare la descrizione dei personaggi che hanno eseguito l’orrendo delitto. Una descrizione magistrale per averci fatto capire chi erano, cosa facevano e i rapporti che avevano con il Duce. Una voce che dovevano fare tacere e l’hanno fatto tacere. Il socialista Giacomo Matteotti non doveva più parlare per non denunciare i caratteri illegali, violenti e corruttivi che stava assumendo il governo Mussolini. Aveva compreso che Mussolini si avviava verso un regime dittatoriale.

Aveva ragione, perché non gli mancava l’intelligenza politica, la cultura e il coraggio per capire quello che stava succedendo dentro Montecitorio, fuori per il clima che si respirava e nella società. Non si era mai fermato sapendo i rischi che correva. Nemmeno su questo si era sbagliato.

Il racconto di Barbero inizia con la visita nei luoghi dove aveva vissuto e lottato per gli ultimi in quel luogo di povertà. Una delle sue prime battaglie è stata nel Polesine per ottenere l’ufficio di collocamento al fine di consentire ai braccianti l’iscrizione e per l’imponibile di manodopera. Una battaglia vinta con l’estensione anche in altre zone. L’ho voluto richiamare riportandola nelle lotte per la terra e l’imponibile nel dopoguerra nel Sud. Gli arresti di massa in contrada Vaddara di Lentini ci dovrebbero dire qualcosa.

Negli anni successivi il tema della gestione del collocamento per rompere il mercato delle braccia e del salario ritorna. Lentini, Avola, Battipaglia e in tante altre località il movimento bracciantile scuote l’intero Mezzogiorno. Siamo negli anni 68/69.

Grazie al provvedimento del ministro del lavoro Giacomo Brodolini si spezzò il mercato delle braccia; ora il reclutamento dei lavoratori non doveva più avvenire in piazza, ma attraverso le richieste al Collocamento per l’avviamento al lavoro. Una conquista di civiltà come ebbe a dire nella primavera del 1969 nell’aula consiliare di Lentini, il segretario confederale Vittorio Foa, in un’assemblea numerosa di braccianti e non solo. Era venuto per ascoltare e capire. Una serata memorabile. Un filo rosso lega le lotte del giovane socialista Matteotti, alle nostre lotte del dopoguerra a quelle degli anni 68/69. Al centro sempre la dignità del lavoratore e il suo valore umano.


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