Un emerito terrorista e un venerabile televisivo

Finalmente tornano Francesco e Licio e ci fanno rivivere quella bellissima stagione che sembrava dimenticata. Anche le api muoiono per inquinamento. Loro, invece, continuano a vivere, a dispetto di tutti e di tutto
di Adriano Todaro - mercoledì 5 novembre 2008 - 1435 letture

“Tremate tremate le streghe son tornate”. No. Non è questo il grido da lanciare, ma mutuarlo in “Tremate tremate i due son tornati”. Che bello che Francesco Cossiga e Licio Gelli siano tornati. Sì, a volte ritornano e questo mi fa tornare più giovane, mi fa ricordare con nostalgia acuta, quella bellissima stagione popolata dai loro nomi, ma anche di personaggi di alta statura morale e politica: da Forlani a Craxi, da Piccoli ad Andreotti. Certo, per fortuna Andreotti non ci ha mai lasciato e, giustamente, è senatore a vita, mummificato, ma a vita.

Invece i nostri due eroi, Francesco e Licio (permettetemi di chiamarli, familiarmente,con il loro nome di battesimo), da tempo erano un po’ in disparte e non meritavano questo isolamento. Licio, ad esempio, è uomo di grande cultura, altruista. Pensate che scrive anche poesie e ha donato il suo archivio storico all’Archivio di Stato di Pistoia nelle mani della moglie di Massimo D’Alema. Lui condurrà una rubrica televisiva dal nome accattivante di “Venerabile Italia” su Odeon Tv e finalmente i giovani italiani potranno sapere, senza censure, la storia, quella vera, del Novecento. Chi, infatti, meglio di lui potrà spiegare le trame, il ruolo dei servizi segreti, la massoneria? Nessuno. Forse solo Francesco e, infatti, qualcosa ha già detto e ha dato consigli importanti al ministro Maroni sul ruolo che deve tenere la polizia nei confronti degli studenti.

Qualcuno, i soliti disinformati, hanno gridato allo scandalo. Ma non c’è nessuno scandalo. E’ tutta la vita che Francesco “gioca” alle spie, alle infiltrazioni. Ha cominciato, da piccolo, in Sardegna. Quando giocava a guardie e ladri, lui voleva fare sempre il capo delle guardie, il ministro dell’Interno. Ma perché sempre tu? Chiedevano gli amici. “Perché – spiegava computo Francesco – il ministro comanda le guardie, i carabinieri, e con quelli può far arrestare gli altri ministri”.

Quanta tenerezza in questa frase infantile, ma già determinante e carica di afflato. Un disegno, quello del piccolo Francesco, che lo accompagnerà tutta la vita e che porterà a compimento quando diventerà effettivamente ministro dell’Interno e poi, con il voto determinante dei comunisti, presidente della Repubblica.

I quotidiani nazionali hanno commentato che Francesco e Licio sono due anziani personaggi − un po’ come il nonno che abbiamo in casa − rompicoglioni e rimbambiti. Sbagliano. Francesco e Licio non sono rimbambiti, forse rompicoglioni ma rimbambiti no. Loro sanno perfettamente qual è il loro ruolo, quello di provocare per capire e far capire ad altri sino a che punto il popolo italiano starà zitto e continuerà a seguire i talk show. Patriotticamente persuasi che il popolo italiano sia fatto di imbecilli.

Ripercorrere quegli anni è un esercizio mentale importante, una ginnastica della mente. Che tempi! L’omicidio di Giorgiana Masi, la fuga, nel 1980, all’estero, del figlio brigatista di Donat Cattin favorito, a quanto si disse, proprio da Francesco, il rapimento e poi l’omicidio di Aldo Moro, della sua scorta, dei “comitati di crisi” con persone tutte appartenenti alla P2 di Licio Gelli, del suo psichiatra personale Franco Ferracuti, criminologo, collaboratore della Cia, iscritto alla P2 con tessera 2137. E mentre Francesco si rivolgeva alle cure dello psichiatra e sperimentava su se stesso diversi tipi di farmaci, Licio, presso l’hotel Excelsior di Roma, riceveva politici, industriali, alti funzionari dello Stato, editori e giornalisti.

Licio ha scritto, a quel tempo, il Piano di rinascita democratica, una cosa importantissima che senza dubbio lui saprà illustrare bene in televisione. Sono idee sane, cariche di umanità, idee che dovrebbero tramandare ai giovani lo spirito di servizio, l’amore per la patria, la legalità, quella vera. Ma siccome in questa Italia non c’è riconoscenza alcuna, ecco che i giudici comunisti hanno condannato, definitivamente, Licio per procacciamento di notizie contenenti segreti di Stato; calunnia nei confronti dei magistrati milanesi Colombo, Turone e Viola; tentativi di depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti); bancarotta fraudolenta (Banco Ambrosiano). Pur di difendere il proprio operato, ad un certo punto è scappato anche da una prigione svizzera e questo dimostra a quanto tiene alla libertà, soprattutto la sua.

Dopo la famosa intervista sul Corriere, fatta dal “fratello” Maurizio Costanzo, Licio venne definito burattinaio. Ma questo sminuisce di molto il suo ruolo. In realtà lui è un uomo di lettere, studioso profondo, generoso d’animo. Lui, per tutta la vita, è stato dalla parte degli ultimi. Non è un caso, infatti, che nella sua trasmissione televisiva abbia invitato alcuni personaggi, ultimi fra gli ultimi: Marcello Dell’Utri (condannato a 9 anni in primo grado e definitivamente per reati finanziari), Marcello Veneziani (intellettuale destrorso) e, oplà, Giulio Andreotti mafioso accertato, ma solo sino alla primavera del 1980.

Leggevamo che le api, in Italia, vanno paurosamente diminuendo, decimate dall’inquinamento. Ma chi se ne spaventa? Francesco e Licio non li ammazza nessuno, neppure l’inquinamento.


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