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Un altro mattone nel muro

Tutti assolti. Una frase che sembra riprendere la sceneggiatura di un film. La realtà, come spesso accade, supera la fantasia.
di Piero Buscemi - mercoledì 12 novembre 2014 - 3177 letture

In un paese, passato alla cronaca come la quintessenza dei misteri, dove ancora si cercano i responsabili della strage di Ustica o dove si collezionano processi per coniare titoli di capitoli di storia quali il "Borsellino quater", che poi dalle nuove vicende che sono emerse in questi ultimi anni, non si riesca ad attribuire una paternità agli eventuali reati commessi, non sorprende ormai più.

Abbiamo usato "eventuali" non per giustificare il dogmatico beneficio d’inventario che un’etica, non sappiamo neanche se oggi anacronistica, impone in questi casi, ma perché la vera domanda da porre è: cos’è reato in Italia?

Ci sono elementi per smarrirsi nel provare a dare una risposta. Tralasciamo le lungaggini burocratiche che caratterizzano qualsiasi inchiesta processuale, senza una vera distinzione per i reati gravi e meno gravi. Assistiamo passivi alle vicende che, partendo dalla nostra adolescenza, ci hanno condotto mischiandosi ai nostri giochi di strada verso quello che, allora, vedevamo come il nostro futuro.

Noi siciliani, ma il discorso vale per tutta la nazione, osservavamo curiosi le mura perimetrali di quelle aule bunker che, negli anni Ottanta, sembravano racchiudere quel senso di giustizia e civiltà che le nostre menti ovattate, forse, neanche riuscivano a concepire.

Si raffrontava tutto questo con i decenni precedenti, documentati da giornalisti che svolgevano il loro mestiere e da registi che provavano a ricostruire in un set cinematografico la melma dei rapporti umani, spesso occultata dentro un pilone dove la vita di un uomo aveva lo stesso valore di un sacco di cemento.

"Noi credevamo", prendiamo a prestito l’opera di Mario Martone, si noi credevamo che quella Primavera di Palermo fosse solo l’inizio di un mutamento culturale e di un’esplosione di legalità che si contrapponesse alle detonazioni che distrussero il nostro presente, sfiorando la rassegnazione.

Noi credevamo che quelle facce dei figuranti selezionati a interpretare il sogghigno e l’arroganza di distruttori della società civile, certi di ennesime assoluzioni, rimanessero nella nostra memoria come un ricordo lontano dal quale rivendicare un diritto alla normalità.

Ma la normalità, ormai da tempo, si è truccata da eccezione e le ultime notizie di cronaca sembrano davvero riportarci alla rassegnazione su menzionata, al gattopardismo alibi di ogni passività culturale. All’indifferenza. Il pericolo più pandemico che possa colpire un popolo.

C’è un’abitudine ricorrente che abbiamo notato come strategia utilizzata dagli organi di informazione. Quella che viaggia sui binari, che spesso riescono anche ad incrociarsi, della premessa enfatizzata delle origini etniche di chi ha commesso un reato nell’annunciare la notizia e dell’intervistato di turno a commentare l’attualità del momento che, per un inspiegabile motivo, debba avere i capelli canuti per parlare.

Ed ecco che l’incidente stradale, l’omicidio in famiglia, la violenza in ogni sua orrenda manifestazione cambia il sapore della percezione collettiva, se si accosta a colui/colei che commette il reato un attributo che ne identifichi immediatamente la nazionalità. Ed ecco che l’anziano ultrasettantenne conquista trenta secondi di notorietà televisiva, se si trascina il luogo comune del passato, rispondendo al giornalista di turno: "Io mi faccio gli affari miei".

Ma basterebbe togliere "albanese", "rumeno", "statunitense", "italiano" accanto a quell’identità che si è macchiata di reato e utilizzare un generico "criminale", se proprio di attributi non ne possiamo fare a meno. Basterebbe intervistare i ventenni e i trentenni su quanto gli esempi di esperienza, che gestiscono le nostre vite, stanno ricostruendo intorno alle nuove generazioni.

Basterebbe fare un semplice esperimento: digitare "tutti assolti" su un qualsiasi motore di ricerca e leggere le risposte. Il passo successivo, doveroso senza dubbio, sarebbe quello di chiedere un parere ai giovani sulla vicenda Stefano Cucchi, sul terremoto dell’Aquila, sulle minacce a Saviano. Su chi azionò realmente la detonazione in via D’Amelio.

Le loro risposte sarebbero incazzate, mentre ci apprestiamo a incasellare nuovi mattoni per nuovi muri culturali. Era a questi che si riferiva la Merkel?


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