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Un’Italia senza futuro?

"Un paese che ormai da anni ha una economia che non cresce e quando cresce è sempre in misura inferiore alla crescita dei paesi più importanti dell’Ue non ha molte ragioni per sorridere...."
di Giuseppe Artino Innaria - martedì 13 novembre 2007 - 2917 letture

L’allarme lanciato dal commissario Ue all’Economia Joaquin Almunia durante la conferenza per la presentazione della relazione economica annuale dovrebbe fare riflettere: la crescita dell’economia italiana nel 2008 sarà la più bassa della zona euro e ciò per problemi strutturali; inoltre, l’Italia e’ l’unico paese Ue che deve destinare ben il 5% del Pil al pagamento degli interessi generati dal debito pubblico.

In Francia il timore del declino è stato un’arma sapientemente usata da Sarkozy durante la campagna elettorale per vincere le elezioni presidenziali. L’attuale Presidente francese ha avuto buon gioco del tradizionale sciovinismo francese, legato al mito della “grandeur”, agitando lo spauracchio della perdita di una posizione di primato nel mondo. Sarkozy ha lanciato una “strategie de rupture” in grado di incarnare un nuovo modello francese che rompa con il “modus operandi” del passato e dia luogo ad un’azione di governo riformatrice alla base di una nuova stagione di modernizzazione, consentendo alla Francia di continuare a giocare un ruolo di prima grandezza nello scenario internazionale.

Qui da noi, invece, il tema del declino non viene avvertito con altrettanta sensibilità. Eppure, il futuro del nostro paese è tutt’altro che roseo. Un altro francese, Jacques Attali, socialista ed ex consigliere di Francois Mitterand, punta il dito verso il nostro paese nella postfazione italiana al suo ultimo libro “Breve storia del futuro” (Fazi Editore, 2007, traduzione E. Secchi, pagg. 227, euro 16), ricordandoci che l’Italia ha bisogno di riforme strutturali più degli altri paesi del Vecchio Continente.

In verità, noi italiani dovremmo incominciare ad avere il coraggio di guardare in faccia la realtà.

Un paese che ormai da anni ha una economia che non cresce e quando cresce è sempre in misura inferiore alla crescita dei paesi più importanti dell’Ue non ha molte ragioni per sorridere.

L’Italia non si è dimostrata, a partire dagli anni novanta, all’altezza della sfida impostale dall’unione monetaria. Dal momento in cui, con l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo e la progressiva stabilizzazione dei cambi, ha perso lo strumento della “svalutazione competitiva” della lira per favorire le proprie esportazioni, il Belpaese non è riuscito a mantenere il passo dei “trend” dell’economia mondiale e ha preso a stentare, scivolando verso una stagnazione sempre più cronica. In più, adesso deve fare i conti con un euro forte che indubbiamente penalizza le esportazioni. Ma la moneta forte è il destino dell’area euro, perché il modello adottato dalla Banca Centrale Europea è quello della Deutsche Bundesbank, la banca centrale della Repubblica Federale Tedesca, tutto incentrato sulle politiche antinflazionistiche ed un cambio stabile. Tuttavia, la Germania, nonostante la moneta forte, è sempre un campione di esportazioni in Europa. Perché? Per continuare ad esportare con un cambio della valuta sfavorevole si deve migliorare la propria competitività sul terreno della riduzione dei costi, innanzitutto con l’incremento della produttività. Per farlo occorrono investimenti, ricerca ed innovazione tecnologica e - perché no! - una cultura dell’efficienza, meritocratica, capace di individuare e valorizzare il talento.

La produttività, invece, è il “tallone di Achille” della nostra economia, dove l’occupazione è sì cresciuta ma a scapito di una minore produttività del lavoro, come dimostrano i salari, bassi rispetto ai Paesi economicamente più di peso in Europa.

Negli ultimi venti anni siamo rimasti indietro nel terreno delle infrastrutture. Non abbiamo costruito un solo chilometro di Tav, mentre la Spagna negli anni Novanta ha intrapreso un’opera di modernizzazione infrastrutturale che noi possiamo solo invidiare. Al Sud mancano ancora tanti chilometri di autostrada. La nostra modernizzazione si è, in pratica, arrestata al periodo del boom economico degli anni Sessanta.

Nel campo dell’energia paghiamo un ritardo disastroso nell’estensione delle energie rinnovabili. Siamo il Paese di “O’ Sole mio”, ma nella produzione di energia elettrica con i pannelli solari siamo lontani, tanto per fare un esempio, dalla Germania, dove le giornate di sole non sono così frequenti come da noi. Manca una politica adeguata di incentivazione del fotovoltaico, mentre l’eolico dura fatica a decollare, ammesso che sia una scelta condivisibile sul piano paesaggistico. Non potendo far conto sul nucleare, come la Francia, che produce l’energia più a buon mercato d’Europa, dipendiamo dall’estero per l’approvvigionamento energetico e produciamo ancora energia con costi elevati, non solo di natura economica ma anche e soprattutto ambientale per le immissioni di monossido di carbonio, impiegando petrolio e carbone.

Quanto, inoltre, il settore pubblico incide negativamente sulla crescita? Pagare gli interessi a servizio del debito significa – riprendendo le osservazioni di Almunia - sottrarre il 5% del Pil a ben più proficue destinazioni, come per esempio e soprattutto investimenti nelle infrastrutture. L’elevata pressione fiscale esercita indubbiamente un effetto deprimente sulla sviluppo delle imprese se poi è accompagnata da una pubblica amministrazione che non rende servizi efficienti. La giustizia è lenta e questo non solo intralcia lo svolgimento delle relazioni tra gli operatori economici, che per disporre della necessaria liquidità per sopravvivere nel mercato devono necessariamente fare affidamento sulla possibilità di ottenere in tempi ragionevolmente rapidi la realizzazione del loro credito, ma scoraggia gli investimenti stranieri, che ovviamente si indirizzano laddove le prospettive di sicurezza dell’impiego di risorse finanziarie sono più elevate.

Infine, l’invecchiamento della popolazione. L’innalzamento progressivo della spesa previdenziale e sanitaria è un macigno contro cui dovremo fatalmente scontrarci nei prossimi anni, man mano che si inverte la proporzione tra pensionati e lavoratori attivi. Urge un’elevazione dell’età pensionabile, ma siamo un paese che avrà sempre più bisogno degli immigrati sia per rimpiazzare chi lascia il lavoro per raggiunti limiti di età sia per pagargli la pensione. E l’integrazione degli immigrati non è un compito facile, come dimostrano i fenomeni di intolleranza sempre dietro l’angolo.

In breve, riforme di sistema e modernizzazione sono l’imperativo categorico per l’Italia se vuole continuare a far parte del club dei grandi paesi industrializzati. E’ di importanza vitale una nuova progettualità politica, che, cosciente dello spettro del declino, sappia formulare risposte valide ed appropriate e conquistare concretezza nell’azione di governo.

Gli italiani, però, devono riprendere a scommettere sul proprio futuro e, magari, una volta tanto emulando i cugini francesi, riscoprire il gusto di eccellere, non solo nel calcio o nella formula uno.


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Un’Italia senza futuro? no un mausoleo di mummie
16 novembre 2007

E si, con tutti i problemi da risolvere che ha l’italia il compagno dilibertov è uscito con l’idea di portare la mummia di lenin in italia. Un’altra mummia? ma ne abbiamo già tanre! c’è lui, prodi, dalema veltroni,fassino,rutelli,bindi,bertinotti. Già L’italia e messa come è messa ma cosi sembra proprio un mausoleo.