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Ucraina - Dogane: Non ci resta che pagare


L’Ucraina è un Paese che vive soprattutto e sempre di più sulle merci importate dall’Europa, Cina e Russia.

Dal nostro corrispondente a Kiev, Alan Vartuli


lunedì 26 aprile 2010, di alandd2001 - 237 letture

KIEV. Sembrava impossibile pensarlo 3 mesi fa, prima delle elezioni, ma oggi c’è chi dice in Ucraina: si stava meglio prima.

E non parlo di nazionalisti e filo-nazisti anti-russi che hanno sempre odiato l’attuale presidente Yanukovich (che io chiamo Yanukajkaj, visto le movenze simili al cagnolino che sfoggia nelle vicinanze di Putin o Medvedev); a dirmelo sono stati Kieviani (abitanti di Kiev) che hanno all’inizio visto di buon occhio i risultati elettorali.

Sono parole soprattutto di addetti al settore del commercio e dell’import-export.

L’Ucraina è un Paese che vive soprattutto e sempre di più sulle merci importate dall’Europa, Cina e Russia. I flussi di import sono di molto maggiori rispetto a quelli export e, da sempre, l’Ucraina ha cercato di succhiare più soldi possibili dagli importatori in tutte le maniere:

1) Inventandosi sempre nuovi certificati da presentare

2) Non accettando i prezzi di acquisto indicati dal’importatore, che sono i prezzi sui quali si calcola l’IVA e gli eventuali dazi

3) Facendo storie su ogni documento e sui motivi dell’import

4) Drogando alcun settori fondamentali come quello dell’automobile

5) Tanti altri soprusi

Le poche volte che mi sono imbattuto in questi problemi, mi è sembrato di rivedere la scena del film "Non ci resta che piangere", dove Troisi viene daziato più volte senza motivo da un doganiere cieco e ottuso.

Ebbene dopo le elezioni, al posto di riportare ordine nello Stato (cioè l’unico motivo per il quale è stato votato), Yanukovich ha incominciato a licenziare e cambiare di posto i massimi dirigenti, cosicchè i sottoposti hanno bloccato la burocrazia: tutti hanno paura di fare tutto, temendo di non piacere al nuovo potere instaurato.

Questo porterà, come mi hanno confidato molti specialisti, ha circa 3-4 mesi di stallo; proprio quello di cui aveva bisogno un Paese che ha perso l’anno scorso il 15% del PIL.

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