Il regista ci parla della sua esperienza durante il set de L’amore ritrovato in una linea turistica vicino Siena, che rischia di morire.
Per L’amore ritrovato, l’ultimo film di Carlo Mazzacurati, il regista si è servito in molte scene della linea ferroviaria Asciano-Monte nei dintorni di Siena. È una linea abbandonata nei decenni passati e fatta rivivere dalla passione di un gruppo di volontari che hanno avviato un percorso turistico a bordo di treni a vapore e littorine degli anni ’50. Il paesaggio attraversato dal treno è mozzafiato, ma non basta la bellezza e l’aiuto culturale ed economico ai paesini della zona che il TrenoNatura dà. A causa della solita burocrazia, Ogni anno questa avventura rischia di finire, riconsegnando i binari all’erbaccia.
Abbiamo parlato dell’importanza del treno col regista Mazzacurati, che ha avuto modo di conoscere la linea Asciano-Monte Antico durante le riprese de L’amore ritrovato.
Qual è il ruolo del treno nel suo ultimo film L’amore ritrovato?
Un ruolo importante, si può dire che il treno sia il terzo protagonista. È il luogo dell’incontro e della separazione di Maria e Giovanni. Sarà ancora il treno, dopo la guerra, a farli rincontrare. Rappresenta l’occasione, il destino…
Fra i suoi ricordi personali, che posto occupa il treno?
Nel film Il prete bello ho ricostruito un ambiente che nel romanzo non esiste, tratto da un mio ricordo personale. Si tratta di un ponte di ferro dove andavamo a giocare. Il ponte della ferrovia e il fiume erano la base del nostro gruppo. Forse non è molto educativo da raccontare, ma ogni anno, con l’inizio della stagione calda, una signora si tuffava dal ponte nel Bacchiglione. Era sempre la prima a farlo, poi cominciavano tutti gli altri. È persino assurdo da pensare, oggi che i fiumi sono tanto inquinati.
Mi ricordo poi che mettevamo le monete sotto il treno per farle diventare grandi.
Negli anni Settanta ho preso il treno Venezia-Istanbul, il corrispondente povero dell’Orient Express. Era pieno di migranti turchi, un treno carico di umanità e di vita.
Per il resto non ho grandi ricordi. Quando ero piccolo con la mia famiglia ci spostavamo in automobile. Purtroppo questo paese manca di una cultura ferroviaria e il mio immaginario infantile, relativo ai viaggi, è soprattutto legato all’auto.
Nei miei ricordi comunque, il treno, che attraversava la campagna e il fiume, era parte del paesaggio.
Realizzando il film cosa ha scoperto di nuovo sul mondo ferroviario che magari non sapeva?
Nei giorni in cui lavoravamo ho conosciuto i conducenti del treno a vapore. Persone meravigliose.
Una volta, era sera e avevamo deciso di girare il giorno dopo. Ho visto che i macchinisti continuavano a mettere carbone e mi sono incuriosito. Mi hanno spiegato che la vaporiera ha bisogno di molto tempo per raggiungere la pressione giusta. Ho avuto l’impressione che la locomotiva fosse un animale che aveva bisogno di mangiare. Mi ha colpito il rapporto affettivo che avevano con la macchina.
Gabriele, un macchinista, mi raccontava che questa locomotiva quando fu costruita agli inizi del Novecento, faceva 100km/h e che ogni pezzo era costruito in modo artigianale, ma con dimensione e forma ben precise, per essere sostituibile in caso di rottura. Questo sembra strano in una realtà come la nostra, in cui tutto è prodotto in serie con quantità enormi.
Attorno al treno a vapore c’è un sentimento. Il rapporto con le cose prima era diverso.
Cosa l’ha colpita in particolar modo?
Mi ha colpito l’infinita pazienza dei macchinisti. Quando giravamo dentro ai vagoni eravamo continuamente in contatto radio con loro. Gli comunicavamo a che velocità doveva andare il treno e se durante la ripresa bisognava rallentare o accelerare. Una volta mi sono avvicinato alla locomotiva in movimento e mi sono accorto che c’era un rumore infernale. Ero stupito di come avessero potuto sentire qualcosa in mezzo a tanto fracasso. Sono rimasto ammirato per la pazienza dimostrataci.
Ci parli delle riprese..
Le riprese sono durate in totale otto settimane e mezzo, delle quali quattro e mezzo attorno al treno. Le stazioni riprese sono state principalmente quelle di Monte Amiata, Monte Antico, Sant’Angelo Cinigiano e Trequanda. Quest’ultima mi ha molto divertito per il nome che sembrava un toponimo latino americano. Mi ha ricordato il libro di Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore in cui luoghi e realtà italiane sono trasposti in un immaginario stato sudamericano.
Interessante è stato il rapporto con il tempo del treno, che ha avuto una reazione disciplinante nei nostri confronti. I tempi del cinema sono affrettati, nevrotici. Lì eravamo costretti a delle pause che ci hanno dato l’opportunità di riflettere. Il tempo del treno è meccanico, tanto lontano da quello elettronico e mediatico, in cui tutto è istantaneo.
Anche le stazioni hanno un ruolo nel film?
La partenza e l’arrivo alla stazione sono delle dimensioni visive costanti e importanti della storia. Questo immaginario si è consolidato dalla nascita del treno in poi. Dopo c’è stato lo sventramento, l’interruzione della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra, che ho riportato nel film utilizzando i carri aperti.
Il treno può rimandare all’attualità?
Il treno ha un grande potere visivo e simbolico. In un altro mio film, Il Toro, un treno con trecento persone proveniente da sud, da una zona di guerra, e diretto in Germania, si ferma alla stazione di Klanjek in Croazia, perché mancano i permessi per proseguire. È un fatto realmente accaduto. Il capostazione del paese, che vedeva passare soltanto cinque treni al giorno e trascorreva il resto della giornata a pescare, si trovò improvvisamente ad amministrare una situazione difficile divenendo una sorta di sindaco del paese.
La linea Asciano-Monte Antico ha una sua importanza come set cinematografico?
Non ci sono altri luoghi del genere in Italia, anche se devo dire che ne sono un po’ geloso e spero non venga molto usata per altri film.
Una considerazione sulla possibilità che la linea, attualmente usata a scopo turistico dal "Treno Natura", venga chiusa.
Questa linea, mi sembra di capire, che abbia un suo senso economico. Sinceramente non comprendo perché quando qualcosa funzioni, si cerchi di rovinarla. Non condivido questa concezione di modernità capace solo di aumentare i costi senza portare dei benefici.
La linea è parte definitiva di un paesaggio. Da sopra la stazione di Monte Amiata Scalo, dove ero alloggiato, guardavo la linea girare verso destra in direzione Grosseto e mi sembrava un elemento naturale del paesaggio. Per tutte le generazioni è innestata in quel luogo.
Eliminare questa linea sarebbe, utilizzando un paragone molto alto, come pensare di smontare la torre di Pisa dal suo contesto, tanto è radicata nell’ambiente circostante.
Se dovesse venir chiusa sarebbe indubbiamente un dolore.