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Totti, Welles...e la "guerriglia dei mondi"

Domenica 21 marzo allo stadio Olimpico di Roma è andato in scena uno spettacolo surreale. Il derby Roma-Lazio è stato sospeso a causa di un fatto gravissimo che semplicemente...non è successo. E che sarebbe piaciuto moltissimo a Orson Welles.
di Lorenzo Misuraca - mercoledì 24 marzo 2004 - 4992 letture

Domenica 21 marzo allo stadio Olimpico di Roma è andato in scena uno spettacolo surreale. Il derby Roma-Lazio è stato sospeso a causa di un fatto gravissimo che semplicemente... non è successo.

Ricapitoliamo: dall’inizio della partita molti notano uno strano fermento tra gli ultra romanisti. Poco dopo alcuni di loro entrano indisturbati in campo (e noi dovremmo fidarci dei controlli anti-terrorismo nelle stazioni e negli aeroporti) e si avvicinano al capitano della Roma, Totti. Gli dicono con tono perentorio che la partita va sospesa perché fuori lo stadio una camionetta della polizia ha investito e ucciso un bambino. Sono sicuri, hanno chiamato i genitori. I giocatori restano fermi al centro del terreno di gioco, interdetti. A nulla vale l’intervento diretto del prefetto Serra e del questore Cavaliere, che si presentano in campo a dichiarare ufficialmente, avendo fatto tutte le verifiche del caso, che non è successo niente e nessuna persona è rimasta ferita. Nessuno in campo ascolta i due funzionari. I giocatori, che ormai sono terrorizzati, i dirigenti e gli allenatori che telefonano al presidente della Lega calcio Galliani per sapere cosa fare. I tifosi, che indignati per l’ennesima malefatta delle forze dell’ordine gridano in trentamila "la partita non si gioca. Infami". Galliani si assume la responsabilità e decide di far interrompere la partita (salvo il particolare che una partita può essere sospesa solo dal prefetto o dal questore). La gente sfolla in fretta dallo stadio. Attorno all’Olimpico si scatena la guerriglia tra uomini in divisa e ultras: Lacrimogeni in quantità e macchine date alle fiamme.

Partita sospesa, giocatori terrorizzati, prefetto e questore ignorati, situazione tesa fino alla violenza. Perché? Per un puro e semplice non-fatto. Per qualcosa che non è avvenuto. E poco importa se la bufala sia stata organizzata da qualcuno per un motivo ben preciso o se sia stata una causalità (io darei buona la prima). Fatto sta che una voce subito smentita è stata capace di bloccare un derby Roma-Lazio.

Sembra un remake de "La guerra dei mondi", il programma radiofonico in cui il grande regista Orson Welles annunciava alla nazione americana che gli alieni erano sbarcati in Usa. La natura di finzione del programma era stata precisata all’inizio della trasmissione. Ma la gente ritenne l’annuncio così credibile che si riverso per le strade in preda al panico. Orson Welles non fece quell’esperimento solo per divertirsi. Il regista di "Quarto potere" voleva dimostrare la fragilità di una società dominata dai mezzi di comunicazionein stato d’allerta permanente.

I fatti dell’Olimpico mostrano, così come il programma di Welles per gli Usa degli anni ’40, una società in allarme costante, stressata dalla necessità di conciliare normalità e terrore. Se per gli americani di sessant’anni fa il nemico erano i comunisti russi, per l’Europa di oggi l’incubo è rappresentato dai fondamentalisti islamici. Dopo gli attentati di Madrid ci dirigiamo a grandi passi verso una società in cui -come in Israele- in caso di attentato ci si sappia mettere in salvo senza troppa perdita di tempo. Non si spiega altrimenti il terrore immotivato ed esagerato dei giocatori di Roma e Lazio di fronte all’aut aut degli ultras, né la caparbietà con cui gran parte del pubblico ha rigettato la versione ufficiale dei fatti che dicevano che non era successo niente, né la velocità con cui dirigenti, allenatori (e Galliani) hanno scelto di fare valigie e lasciare la baracca.

La sospensione della partita dell’Olimpico è molto di più che l’estrema unzione di un calcio in avanzata decomposizione: l’annullamento del derby è un segnale netto (cui probabilmente seguiranno altri ) di una società schiava d’irrazionalismo da stress d’assedio. Se in uno stadio succede qualcosa d’imprevisto che scatena tensione, l’unica cosa da fare è allontanarsi senza stare ad ascoltare ragioni. Non si sa mai dovesse scoppiare una bomba. Anche in situazioni normalmente estranee a questi pericoli salta ogni legame causa-effetto tra pericolo e origine dello stesso. Non conta che il fattore scatenante della psicosi abbia un nesso con la situazione in corso. A dire il vero non conta neanche che il fattore scatenante esista. Abbiamo visto come un non-fatto possa avere conseguenze realissime.

D’altronde il sistema cultural-consumistico in cui viviamo, aiutato dai mass media, ci ha abituato già da alcuni anni a non scindere troppo il reale dal virtuale. Spesso per motivi economici (Naomi Klein parla di un mercato basato esclusivamente sul logo), avallati dal fatto che l’industria dell’informazione, del software, e di tutto ciò che è produzione di beni immateriali legati alla comunicazione oggi è il settore principale dell’economia capitalistica. Certamente per motivi politici, e Berlusconi ci ha costruito due governi sul suo nulla ben incipriato e ripreso con la calzamaglia. In fondo anche per motivi culturali, dato che in una società così frammentaria e globale rifugiarsi nella virtualità sempre più spinta dei rapporti umani filtrati dall’elettronica è tanto rassicurante.

Solo che fino a tre anni fa la società del "tutto è vero se è in linea con il mio stato emotivo" era più o meno la società del "similpelle". Una patacca da rifilare ai cittadini occidentali ormai destinati a un consumo sempre più bovino. Dopo l’11 settembre e la guerra in Iraq, la nostra non è più la società dei reality show e di Silvio Berlusconi. La nostra è oggi la società dello stadio olimpico ostaggio del terrore e delle bugiè meschine di Aznar davanti a duecento morti dilaniati. Speriamo però che non sia più neanche la società di Blair e di D’Alema, ma quella di Zapatero e del movimento pacifista. E che il derby sospeso rimanga l’unica occasione in cui Francesco Totti, capitano della Roma calcio, e Orson Welles, regista cinematografico tra i maggiori, esprimano -chi più chi meno intenzionalmente- la stessa preoccupazione sociale.


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