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Totò, filosofo della risata

Alcune date possono unire il destino di personaggi, apparentemente molto differenti tra loro. La loro lezione di vita, spetta a noi saperla interpretare.
di Piero Buscemi - venerdì 15 aprile 2016 - 4110 letture

Abbiamo ricordato sulle nostre pagine la figura del grande filosofo-scrittore Jean-Paul Sartre, una figura emblematica e affascinante del panorama culturale mondiale, deceduta il 15 aprile 1980.

L’importanza dell’opera e del pensiero dell’intellettuale francese ha consegnato ai posteri il suo messaggio filosofico e le gesta della sua vita in prima linea contro i soprusi e le contraddizioni del suo tempo, non troppo lontane dal pretenzioso modernismo di oggi, riassunto di un fallimento evolutivo, che fa di Sartre, un esempio di coerenza e anti potere costituito da emulare, dove i mezzi comunicativi virtuali di oggi rischiano, spesso, di rimanere nell’ombra, quando si è chiamati a trasformare in fatti le accattivanti citazioni, disperse sul mondo internauta.

Il 15 aprile registra la scomparsa di un altro personaggio emblematico del nostro Paese. L’uomo che ha saputo filosofeggiare la crudeltà della Seconda Guerra mondiale, tra un campo di concentramento, ironizzato nel suo famoso Siamo uomini o caporali, e l’avvertimento alle generazioni che sarebbe seguite, sulle nuove arroganze che avrebbero investito le loro vite, dopo essersi scrollate di dosso la crudeltà del periodo nazi-fascista, in nome di più attuali e discutibili principi democratici.

Stiamo parlando ovviamente di Totò. Il più grande attore italiano, riconoscenza post-mortem, come si divertiva spesso a evidenziare in vita. La sua grande arte interpretativa dei vizi e delle virtù del suo tempo ha saputo raggiungere la sensibilità riflessiva degli spettatori. L’amaro della vita che traspare dal volto triste del personaggio di Guardie e Ladri, che sente il dovere di giustificare l’operato illegale condotto per anni, davanti al rappresentante della legalità (immensa interpretazione di Aldo Fabrizi), al quale affiderà il destino della propria famiglia, mentre viene condotto in carcere. La sua famiglia, unico motivo legittimo che discolpa un’esistenza di truffe e rapine. Concetto ribadito più volte in altri film indimenticabili, uno su tutti, Totò truffa ’62, accanto a un altro grande, Nino Taranto.

L’attualità, forse anche la preveggenza, di un destino comune di un’umanità che si illude di riuscire a trovare ancora motivi di nostalgico oblio delle vicende, quasi banali e bizzarre, descritte nei film interpretati dal comico napoletano, finisce per perdersi nella rassegnazione davanti alla costatazione di una società piegata alla filosofia del "futuro", consolazione obbligata per riversare nelle generazioni a venire, la chiusura del cerchio di un mondo migliore.

La capacità di anticipare i tempi dell’arte della satira politica, vede in Totò l’attore che ha saputo ridicolizzare quel potere costituito, più volte e sicuramente in modo diverso, scacciato dai salotti del pensiero utopistico ed anche futurista di Jean-Paul Sartre. L’epico film, con l’indimenticabile macchietta creata dal Principe, che vede il personaggio più imitato della storia del cinema, il mitico Antonio La Trippa, capace di amplificare la propria campagna elettorale, spesso notturna, attraverso l’utilizzo di un gigantesco imbuto, con il quale il personaggio del film invaderà la privacy (tanto per usare un termine oggi molto di moda) dei suoi coinquilini, assopiti da un rassegnato stallo politico. Una provocazione "culturale" che farà recitare alla signora La Trippa la frase "Non c’è rosa senza spine, non c’è governo senza Andreotti".

Non sappiamo se l’attore-uomo Totò abbia mai realmente riconosciuto un minimo di umanità alla società del suo tempo, quel minimo che potesse poggiare le basi per realizzare quel futuro, che abbiamo già citato in questo articolo. La risposta, forse, ce la potrebbe dare la sua folle risata consegnata ai posteri attraverso l’occhio attento e scrutatore dell’animo umano, che Pasolini seppe immortalare nel suo Uccellacci e uccellini, una sorta di ammodernata analisi della società, divisa nelle due grosse appartenenze, già descritte in Siamo uomini o caporali.

Questo 15 aprile, che accomuna le due sfaccettature della filosofia di vita che avvicina il saltimbanco partenopeo con l’enigmatico filosofo francese, racchiude forse un’altra interpretazione. Basterebbe elencare i personaggi illustri che si ritrovano a condividere la ricorrenza della loro morte. Filippo Brunelleschi, Greta Garbo, Giovanni Gentile, Abraham Lincoln, Pol Pot e Raimondo Vianello sono nomi sufficienti per provare ancora a ridere e deridere questo pazzo, pazzo mondo.


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