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Torneranno i prati

Ci ha lasciato anche Ermanno Olmi, il grande regista delle piccole cose.
di Piero Buscemi - lunedì 7 maggio 2018 - 7214 letture

Nato da una famiglia contadina e profondamente cattolica nella provincia di Bergamo, Olmi rimane orfano di padre durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo aver frequentato il liceo scientifico e poi quello artistico (senza portare a termine gli studi), si trasferisce giovanissimo a Milano per iscriversi all’Accademia d’Arte Drammatica, seguendo però i corsi di recitazione. Ma per guadagnarsi di che vivere si impiega presso la EdisonVolta (dove già lavora la madre) dove organizza il servizio cinematografico dirigendo, fra il ’53 e il ’61, una trentina di documentari, fra i quali La diga sul ghiacciaio (1953), Tre fili fino a Milano (1958) e Un metro è lungo cinque (1961). In questi anni di lavoro, oltre a notarsi l’intraprendenza e il talento con la macchina da presa, Olmi segna la prima traccia della sua filmografia, vale a dire l’attenzione per l’uomo all’interno di strutture create dall’uomo stesso.

Debutto

Sposato con l’attrice Loredana Detto, dalla quale ha avuto il figlio Fabio Olmi, anche lui oggi attivo nel mondo della settima arte come direttore di fotografia (ha lavorato con il padre in alcuni suoi film), debutta sul grande schermo con il lungometraggio Il tempo si è fermato (1959), dove narra l’amicizia fra il guardiano di una diga e uno studente. Fortemente influenzato dalle sue origini povere e rurali, il regista offre una visione di privilegio per gli umili, vale a dire per quelle persone semplici, che vivono in costante rapporto con la natura e, spesso, sono vittime della solitudine dell’uomo.

Olmi narra l’importanza delle piccole cose

Conquisterà però i favori della critica con Il posto, opera su due giovani alle prese con il loro primo impiego, prodotto dalla casa di produzione 22 dicembre, fondata dallo stesso Olmi con un gruppo di amici. L’attenzione per il quotidiano, per le cose della vita di tutti i giorni viene ribadita anche in I fidanzati (1963), pellicola legata al mondo operaio, seguita anche dal più intimista E venne un uomo (1965) con Rod Steiger, biografia di Papa Giovanni XXIII. Dopo un periodo contrassegnato da lavori non del tutto riusciti, Olmi firma il suo capolavoro: L’albero degli zoccoli (1977), ambientato in una cascina vicino a Bergamo, alla fine del secolo scorso, abitata da cinque famiglie contadine. Un grande successo in Italia e in tutto il mondo, tanto da guadagnarsi la Palma d’Oro e il Premio Ecumenico della Giuria al Festival di Cannes, il César per il miglior film straniero, i Nastri d’Argento per la miglior fotografia, regia, sceneggiatura e soggetto originale. Nel 1982 torna sul grande schermo con Cammina cammina, dove recupera il segno dell’allegorica storia dei Magi... poi una grave malattia, che lo terrà a lungo lontano dagli schermi ed esule ad Asiago.

Ultimi capo-lavori

Dopo lo spirituale Centochiodi del 2007, con l’ex modello Raz Degan nella parte di un intellettuale che perde la fede, dichiara che non girerà più film di finzione, ma tornerà al suo antico e primario amore, il documentario. Così che l’anno successivo, forse per fargli cambiare idea, Venezia gli tributa il Leone d’Oro alla Carriera, consegnatogli direttamente dalle mani di Adriano Celentano. Ma nel 2011, dopo un documentario (Rupi del Vino, 2009), un cortometraggio (Il premio, 2009), e un altro documentario (Terra Madre, 2010) torna sul grande schermo più trionfante che mai con Il villaggio di cartone, presentato alla Mostra del cinema di Venezia. Del 2014 è invece torneranno i prati, ambientato durante la prima guerra mondiale, mentre nel 2017 esce al cinema il documentario Vedete, sono uno di voi, dedicato a Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Si è spento in seguito a una grave malattia nel maggio del 2018 ad Asiago.

Girodivite vuole ricordare il grande maestro del cinema italiano con la recensione ad uno dei suoi film più intimisti.

Torneranno i prati

Un film di Ermanno Olmi (Italia, 2014) con Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria.

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Questo non è un film del quale nascondere il finale per non deludere il pubblico. Non è un film del quale accennare una sinossi, lasciando alla visione la suspense e il classico colpo si scena che dogmi cinematografici impongono. E noi dalla frase finale, pronunciata da uno dei protagonisti, iniziamo per assurdo a costruirci una recensione. Perché quella frase racchiude l’essenza della stupidità dell’uomo e dell’unica legge che ci accomuna tutti: l’umanità non impara dai propri errori.

E allora quella sentenza finale del film, quella che in una sorta di figura retorica, ci annuncia la fine di questa altra cosa umana alla quale, proprio perché umana, Falcone riconobbe una fine parlando di mafia. Questa frase che, dopo giorni interminabili di bombardamenti, suicidi e sogni seppelliti sotto le macerie, ci avverte del pericolo inevitabile di un tempo che copre i ricordi e cancella il passato. Proprio quando la neve lascerà lo spazio a quei prati rifioriti, lasciandosi dietro le sofferenze patite dai soldati impauriti e rassegnati alla morte, proprio allora le nuove generazioni costruiranno l’alibi della negazione di un’evidenza storica della quale vergognarsi.

Questo è un film che parla di guerra. Che racconta la guerra. Che solo casualmente utilizza la grande guerra, per rispetto di un centenario che celebrarlo appare ancora più crudele di quanto abbia rappresentato nei ricordi di chi riuscì a tornare a casa. Che continueremo a scrivere in minuscolo perché di "grande" ci fu solo la follia patriottica innalzata nel sangue di chi non comprese il senso e l’inutilità degli orrori che stava vivendo. Come in tutte le guerre.

Ermanno Olmi ha questa "grande" capacità umana di raccontarci l’orrore, senza mostrarci se non qualche macchia di linfa umana ovattata da un bianco e nero metalizzato dei monti innevati che dominano la scena, a cornice di una trincea che diventa vita, solidarietà. Paura.

E ci nasconde quel nemico da giustifica, che vorrebbe truccarsi da "guerra giusta". Ce ne fa sentire la presenza, intervallando momenti di silenzio e agghiaccianti esplosioni. Un nemico che striscia sottoterra, che illumina la scena con i bengala. Così vicino, da sentirlo respirare, come riflette un altro protagonista del film. Un nemico che Olmi ci mostra solo con immagini reali rubate ai cronisti di guerra dell’epoca. Quasi a volerci mostrare che, mai come in casi di atrocità, la realtà supera la più semplice immaginazione.


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