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Ti porto a vedere Le Luci della Centrale Elettrica

Vincitore del Premio Tenco 2008 con il disco “Canzoni da spiaggia deturpata”, Vasco Brondi, in arte Le Luci della Centrale Elettrica, racconta in un’intervista di cieli negati e sguardi voraci, di “universi di confine” e “conduttori illuminati”. Ma non nominategli Rino Gaetano. Intervista al leader della band...
di Giulia Zaccariello - domenica 3 maggio 2009 - 3222 letture

A Ferrara le luci della Montedison ostruiscono la vista del cielo per più di venti chilometri. Non è una vera centrale elettrica, ma ciò che conta è il ruolo che ha nell’immaginario: un colosso di cemento che rivaleggia con le stelle, trasformandosi in un monumento postmoderno.

Un punto di riferimento che ispira il nome del progetto musicale di Vasco Brondi, classe 1984, che motiva così la sua scelta: “non mi interessava dare il mio nome di battesimo, ma trovarne uno che in qualche modo caratterizzasse già i pezzi dando loro uno sfondo”. Le chitarre di Giorgio Canali (ex CCCP), essenziali ed insieme evocative, accompagnano testi che hanno le sembianze di flussi di coscienza sgraziati, ricchi di immagini di una provincia sclerotizzata e disumanizzata dove i sistemi nervosi appartengono agli elettrodomestici, gli alberi sono asmatici e i cieli da rottamare. “In realtà”, spiega Brondi, “ogni testo è frutto di un lungo lavoro di costruzione.

Alcune idee sorgono istintivamente, poi però bisogna incastrarle nella musica e ci vuole il martello”. A tratti urlati a tratti sussurrati, “i brani sono solo in parte autobiografici perché nascono guardando sia dentro che attorno a me.

Alla base c’è l’insofferenza per ciò che ci circonda, intesa come un moto propulsivo per cambiare le cose”. Inconfondibile il riferimento a Rino Gaetano, con versi saccheggiati da “Ma il cielo è sempre più blu” e riadattati al ventunesimo secolo. Anche se Brondi non ne sembra molto consapevole: “Non mi lega niente a Rino Gaetano, se non il timbro della voce. Mi piacciono due canzoni delle 800 che ha fatto e ho deciso di inserirle, ma non me ne frega niente di lui. Mi sento più vicino a De André e a De Gregori”.

Definisce l’universo della musica indipendente un “microcosmo di borderline autistico che cerca di non farti uscire, popolato da personaggi che nelle recensioni non fanno altro che mangiarsi come cani tra loro. Ecco, io mi sono imposto di essere indipendente dalla musica indipendente”. Il discorso sembra coinvolgerlo particolarmente.

Prosegue infatti dicendo di non temere il mainstream e i circuiti mediatici di massa, e circa le sue frequenti apparizioni in Tv commenta sereno: “penso sia importante andare ad occupare quegli spazi che ti permettono di raggiungere un pubblico più vasto. Quando un conduttore illuminato t’invita è giusto cogliere l’occasione. Poi le canzoni si difendono da sole”.

E se oggi la sua voce dialoga solo con gli accompagnamenti di Canali, nel prossimo lavoro “probabilmente si arricchirà del contributo di altri strumenti come il violoncello, peraltro già presente in alcuni concerti”. Un futuro probabile più che inverosimile. Almeno questa volta.

L’intervista completa è disponibile su www.territoriomusicale.it


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