Il megashow,
a 30 anni dal debutto,
celebra attraverso
immagini di guerra,
l’arte di un uomo risolto.
Che ha fatto storia (Un articolo di Vincenzo Tripodo tratto da Centonove.it)
Nel vangelo apocrifo di Giacobbe
pare che Dio una volta impastata lʼargilla ci
sputò sopra dando così vita al primo uomo.
Certo non era a questo che pensava Roger
Waters, leader dei Pink Floyd, quando nel
1977 dal palco dellʼOlympic Stadium di
Montreal, sputò in faccia a un fan tra il
pubblico.
Era la fase conclusiva del Tour di
“Animals” e, come racconta Nick Mason,
batterista del gruppo, nella biografia “Inside
Out” un gruppetto sovraeccitato di fan si
trovava nelle prime file. “A un certo punto,
quando gli caddero gli occhi su un membro
particolarmente chiassoso della claque che
gridava “Suona Careful With That Axe”,
Roger finì col perdere la pazienza e sputò
contro il reo.
Questo incidente indicava che
stava diventando sempre più difficile
stabilire un rapporto con il pubblico. Roger,
non fu lʼunico a sentirsi depresso alla fine di
quello spettacolo”.
In uno dei vari bootleg che circolano in rete
del concerto di quella
sera si sente la voce di
Waters che grida
“Cazzo smettetela di
accendere fuochi di
artificio, urlare e
sbraitare. Sto provando
a cantare”.
Per ironia della sorte,
sono proprio fuochi di
artificio ad aprire il
concerto di Roger
Waters nella tappa
italiana al Forum di
Assago di Milano.
Dopo lʼincidente di
Montreal, Waters si
chiuse in casa e abbozzò il concept di
quello che sarebbe divenuta una pietra
miliare nella storia del rock: “The Wall”.
Lʼopera, poiché di questo si tratta, affronta
la decadenza psicologica di una rockstar
dal nome Pink, che progressivamente si
aliena dal suo pubblico, allontanando le
persone che lo amano, chiudendosi in se
stesso e innalzando un “muro” che lo
separa dal resto del mondo.
Desensibilizzato. Intrappolato nella
macchina fabbricasoldi dellʼindustria
discografica. Imbottito di droghe
procacciate dallo staff organizzatore del
tour percheʼ “the show must go on”. Ogni
trauma della sua vita aggiunge un altro
mattone al muro che lo isola. Abbandonato
da una moglie che lo tradisce, e
abbandonandosi a sesso occasionale e
squallido con groupies che lo seguono in
tour.
Lacerato dal blando ricordo di un
padre perso da bambino durante la
seconda guerra mondiale e ossessionato
da una madre iperprotettiva. Dileggiato da
un maestro frustrato che mortifica i suoi
primi esperimenti poetici, Pink scivola
sempre di più nella depressione e scarica
la sua rabbia violenta prima sul pubblico e
poi su se stesso, mettendo in piedi uno
show che sembra una parata nazista
diretta da Leni Riefenstahl.
Lʼalbum si
chiude con un processo immaginato, dove
tutte le figure chiave nella vita di Pink sono
chiamate a testimoniare. Lʼaccusa è che:
“Lʼimputato è stato
sopreso nellʼatto di
provare sentimenti
di natura quasi
umana. E questo
non va fatto”.
Dopo aver
ascoltato i
testimoni il
giudice lo
condanna al massimo
della pena: “Che
venga consegnato ai
suoi simili”. Ordina
dunque
lʼabbattimento del
muro.
Lʼatto creativo e liberatorio della
composizione di “The Wall”, catarticamente
ha guarito le ferite psicologiche del suo
autore. Eʼ un altro Roger Waters quello che
oggi a 67 anni riporta in scena la sua
opera. Non è più il rabbioso leader di un
gruppo, accentratore, monopolizzatore e
tiranno descritto dai suoi stessi compagni e
causa dello scioglimento dello storico
gruppo.
Eʼ un uomo risolto, che ha
pareggiato i suoi conti. “The Wall” è stato
probabilmente un processo di autoanalisi,
molto personale. Troppi parallelismi tra
Pink e il suo autore. Fletcher, il padre di
Roger, perse la vita ad Anzio in Italia,
insieme a quasi tutto il suo reggimento di
fanteria (Royal Fusilier Company C)
lasciando moglie e figlio nato lʼanno
precedente. E la sua foto, con una breve
biografia, campeggia sul muro innalzato
durante il concerto, in compagnia a quella
di altre centinaia di padri morti durante tutte
le sporche guerre del globo.
Waters,
tramite il suo sito web, aveva invitato i suoi
fan a spedire foto e bio di parenti morti in
battaglia, e queste foto, giunte a migliaia,
sono state usate per comporre un “muro
del pianto” tra la prima e la seconda parte
del concerto.
“The Wall Live” è stato concepito come una
vera e propria Opera. Lʼallestimento è
curato al millesimo di secondo, dando
spazio alla fertilità creativa di Waters da
sempre interessato al multimediale.
Ad accogliere il
pubblico che accede in sala cʼè un
manichino a centro palco, vestito con un
impermeabile nero di pelle in stile Gestapo.
Poi esplosioni di giochi dʼartificio, che
sembrano scie di missili lanciati per aria, tra
sventolare di bandiere su cui campeggiano
due martelli incrociati. Sulle note di “In the
Flesh” Waters, in jeans e maglietta nera,
sale sul palco e “indossa” lʼuniforme
spogliata dal manichino.
Un aereo, dal tetto
del Forum di Assago, si lancia contro il
palco, esplodendo in una vampata di
fiamme. E questo è solo lʼinizio.
Lʼimpianto scenico è molto simile da quello
allestito per il breve tour del 1980-81, la
differenza la fa la tecnologia che 30 anni
dopo permette proiezioni digitali in alta
definizione, usando il muro che viene
costruito da una squadra di tecnici via
via che il concerto prosegue e un
grande schermo circolare piazzato in alto a
centro palco.
Scorrono i bellissimi cartoni
animati realizzati da Gerald Scarfe, tra cui
spicca uno stormo di aerei che sganciano
bombe a forma di croce, di falce e martello,
di dollaro, di stella a cinque punte e di lune
arabe. Poi è il momento di un esperimento.
Lʼunica volta che Waters parla direttamente
al pubblico: “Per il brano Mother adesso
verrà proiettato un video realizzato durante
il tour di the Wall di trentʼanni fa a Los
Angeles.
Eʼ un viaggio nel tempo, perché
canterò con me stesso, comʼero allora.
Due me sullo stesso palco. – continua
scherzando - …così avrete modo di vedere
quanto sono diventato vecchio e flaccido”.
Durante “Another Brick in the Wall”, hit
dellʼalbum, un gruppo di bambini
selezionati tra le scuole di Milano popolano
il palco e fanno da coro. Waters balla
insieme a loro e poi li saluta in italiano
mentre corrono via: “Bravi ragazzi”.
Alla fine del primo tempo il muro è tutto
innalzato. Lʼultimo mattone viene posto sul
finale di “Goodbye Cruel World”.
Alla
ripresa la band è completamente nascosta
dalla vista del pubblico, al di là del muro
suonano le note di “Hey You” mentre fasci
di luce cercapersone scrutano tra il
pubblico, illuminando volti che sono poi la
vera sorpresa di questo concerto: almeno 3
generazioni sono riunite sotto le stesse
note. Ci sono i quarantenni come me, i
sessantenni come Waters, ma anche i ragazzini di
diciannove anni. Come quello che ha assistito al concerto accanto a me. Indossava una maglietta dei
Coldplay e quando ho provato a distoglierlo dall’estasi del momento, chiedendogli come si chiamasse, ha risposto con il suo nome completo: Piero Buscemi. Quando, invece, gli ho chiesto cosa lo avesse spinto a venire al concerto, ha risposto: “Eʼ storia”.
E si sente questa tensione, questa
percezione del pubblico, di non assistere
semplicemente a un concerto ma ad un
evento unico. Il muro di undici metri di
altezza comincia a sgretolarsi, collassando
su stesso, alla fine di “The Trial”. Gli effetti
sonori fanno tremare lʼintero palazzetto.
Dalle macerie si solleva una nube di
polvere artificiale di grande impatto. Veder
venir giù questo muro è un momento di
adrenalinico terrore. Lʼultimo guizzo,
lʼultima scarica elettrica, lʼultima tempesta
prima che torni la quiete, e il rientro nel
quotidiano e nella vita di sempre. Per me,
per Pink, per Waters, per lʼintero pubblico
sarà una notte
insonne.