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The Piper at the Gates of Dawn compie 50 anni


Il primo album dei Pink Floyd, pubblicato il 5 agosto di mezzo secolo fa. Ripercorriamo cinque decenni di evoluzioni musicali da quel folle pifferaio che è stato Syd Barrett.
sabato 5 agosto 2017 , Inviato da Piero Buscemi - 341 letture

Qualcuno sostiene che il "muro" temporale che ha segnato un taglio netto con il passato, trattando di musica rock, è stato l’anno 2000. In molti pensano che, da quella data, il mondo degli appassionati di questo genere musicale siano stati abbandonati in una sorta di limbo, o in uno stallo creativo, che li ha costretti ad aggrapparsi ai capolavori del passato per mantenere vivo il ricordo della passione che ha fatto nascere l’amore per il rock, quello che li accompagnerà per tutta la vita.

Non vogliamo assumere il ruolo di sostenitori di questa teoria, sapendo che chiunque possa stilare la sua personale lista di artisti rock in base ai propri gusti musicali, rischiando quindi di finire anche noi in quell’immenso, e senza fondo, calderone di cultori che hanno legato i momenti salienti della propria vita con l’uscita di un nuovo album o, più semplicemente, di una canzone.

Vogliamo soltanto compiere un ideale salto di cinquant’anni, indietro tra volti, immagini, copertine, tracce, sonorità, assoli, versi ed emozioni, fino a quel lontano 5 agosto 1967, quando nasceva ufficialmente la produzione musicale dei Pink Floyd, con l’uscita dell’album The Piper at the Gates of Dawn.

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Ripercorrere quei solchi graffiati dalla puntina, ci porta inevitabilmente ad un accostamento nostalgico con uno dei personaggi più discussi, eccentrici, geniali ed innovativi che la musica rock abbia potuto mai produrre. Stiamo parlando di Syd Barrett, il folle diamante ricordato in più occasioni dai suoi stessi compagni nelle produzioni artistiche che segneranno il successo internazionale del gruppo.

Si, perché scrivere del primo album dei Pink Floyd vuol dire, soprattutto, ripercorrere la creatività di Barrett che, di questo disco, fu la mente trascinante ed il punto fermo attorno al quale la musica rock sarebbe stata costretta a resistere dalle contaminazioni floydiane, riuscendoci in poche occasioni.

Definito dalla critica musicale come l’album più significativo dell’esplosione e la diffusione del fenomeno psichedelico, accostato con quella rivoluzione culturale che, partendo dalla musica, metterà le radici nelle generazioni che scriveranno la storia della contestazione giovanile, in quel sogno infranto dal tempo, legato a quell’utopistica voglia di cambiare il mondo, che affascinerà per sempre l’essere umano, nonostante una sempre più consapevole rassegnazione davanti a quell’appiattimento culturale che sembra aver corroso le menti dei nostri giorni, più delle zollette di LSD, consumate dallo stesso Syd Barrett e dagli artisti di quel periodo.

Difficile sostenere, senza il dubbio di essere smentiti, se quegli anni siano stati migliori o peggiori di quelli che stiamo vivendo. Focalizzando l’attenzione su quel 1967, possiamo dire che la guerra del Vietnam era già una triste realtà, in Grecia iniziò la dittatura dei colonnelli, in Nigeria scoppia la guerra del Biafra, in Medio Oriente la guerra dei sei giorni tra Egitto, Siria e Giordania, inizia la dittatura di Omar Bongo in Gabon e quella di Ceaucescu in Romania. E’ anche l’anno della fucilazione di Che Guevara. Davanti a tali atrocità, è alquanto difficile giudicare la follia di Syd Barrett, quanto meno limitata e scatenata solo in campo musicale.

L’album era stato preceduto dall’uscita a marzo di quell’anno del singolo Arnold Layne che, nel secondo lato, conteneva il brano Candy and a Currant Bun. La leggenda e le coincidenze del caso vollero che la registrazione dell’album coincidesse con quella del disco Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles nelle sale di incisione dei mitici Abbey Road Studios.

La copertina fu realizzata dal fotografo di origine indo-austriaca Vic Singh e consiste in una sovrapposizione di scatti fotografici che riproducono le immagini dei quattro componenti del gruppo originale, ossia Roger Waters, Nick Mason, Rick Wright ed, appunto, Syd Barrett che realizzerà il disegno in silhouette del gruppo, ospitato dal retro della copertina. Il titolo ha una storia a sé. L’ispirazione fu rilevata dal libro per ragazzi Il vento tra i salici di Kenneth Grahame, nel cui settimo capitolo è descritta la scena dei due personaggi, Ratto e Talpa, che inebriati dalla sonorità di un flauto, seguendo quel richiamo musicale, scopriranno l’origine di quel magico suono nel dio Pan.

I brani contenuti nell’album, di impronta spiccatamente del pifferaio Barrett, a parte Take Up Thy Stethoscope and Walk composta da Roger Waters, denotano il viaggio onirico e psichedelico della mente di Syd, traviata da quel consumo smodato di LSD che lo porterà negli anni a venire ad una totale alienazione mentale e fisica, tanto da essere allontanato dal gruppo, che lo sostituirà con il chitarrista David Gilmour.

L’intero disco spazia tra visioni, più o meno reali, tra immagini create dall’acido e di ispirazione della vita privata di Barrett. La musica, spesso caratterizzata da sonorità sincopate, dove le percussioni di Mason, intervallate dalle melodie delle tastiere di Wright, sembrano aver lo scopo di alienare l’ascoltatore, trascinato dal ritmo e dagli effetti speciali, in un mondo parallelo, stellare, forse anche eccessivamente e volutamente irreale. Sono flashback costanti, tra l’infanzia ed i ricordi di quel mondo di favole ormai scomparso e rimpianti.

Un viaggio, insomma, forse senza ritorno, in cerca di un mondo di favola e fantasia, che possa almeno in parte oscurare con le nuvole di LSD (Obscured by Clouds sarà il titolo dell’album uscito nel 1972) la crudeltà e le atrocità del mondo, in quella voglia infantile, ma necessaria, di rimanere bambini in eterno, come in diverse espressioni artistiche, sia musicali che letterarie, ha rappresentato fonte di ispirazione, mai del tutto tramontata nei giorni nostri.

Una divagazione folle della realtà, con richiami forti all’adolescenza, discutibile, criticabile, difficilmente emulabile, ma umana. Una scelta di vita, più che artistica, che porterà Syd Barrett ad una totale autodistruzione. La stessa, a rifletterci, che ci ha lasciato quel misterioso ed adulante suono da seguire per sempre, inciso nella sua musica, e che ci ha aiutato spesso a provare a sfuggire con la fantasia la distruzione di un mondo che, forse, l’uomo moderno si sta accanendo di portare a compimento, con una dose di follia più devastante della musica di Barrett e dei Pink Floyd.


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