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Terra Buttana



lunedì 24 maggio 2010, di andrea traina - 847 letture

È mattina, la notte porta consiglio ma qualche volta sbaglia. Nella stanza l’aria è ferma. Un tavolo, una poltrona, due sedie, un giradischi, un tappeto, una catasta dilibri, un lenzuolo appeso al muro con scritto:"L’anarchia è…", non si legge bene il prosieguo della frase. L’urlo si era appena mescolato con lo spazio intorno. "Terra buttana", l’ultima parola detta.

Catania. Via Etnea. Ninì cammina come un disperato, fa caldo, si respira il fuoco, davanti a lui imponente, la grande mamma, l’Etna; sembra dominarlo. Via Etnea, arteria principale della città, gli odori lo stordiscono, il brusio della gente lo stordisce, nelle traverse buttane e povertà. Entra in un bar, ha la bocca impastata e grigia.

 Buongiorno, un caffè per favore.

Mentre assapora il suo caffè, entra un signore, l’aria all’improvviso si fa pesante, il silenzio è assordante.

 Buongiorno zu’ Nitto.

Lo conoscono tutti. Silenzio.

 Un caffè, per favore.

 Prego, zu’Nitto.

 Minchia che bontà, come lo fate voi il caffè, non lo fa nessuno a Catania.

 Buono, quanto devo per il disturbo.

 Scherziamo? per lei zu’ Nittu, offre la casa.

 A buon rendere…Buongiorno a tutti.

Minchia, sembrava il Papa. Zu’Nittu chiedeva un caffè, servito e riverito. Zu’ Nitto era Nitto Santapaola, boss di Catania, latitante da anni, quanti, poco importa. Buongiorno a tutti! Quella frase gli rimbombava nelle corna, … buongiorno a tutti, che spocchia, e tutti, buongiorno zu’ Nitto, che piacere vederla, tutto bene? E in famiglia? Chissà a quale famiglia ci si rivolgeva! Zu’ Nitto andava in giro per Catania, con rispetto parlando, fottendosene di tutto e di tutti; pareva uno “zio Orazio”, o meglio la brutta copia di uno “zio Orazio”. Zio Orazio? Scusate, in realtà zio Orazio non esiste o meglio esiste nella testa di Ninì; provate a immaginare, chiudete gli occhi. Zio Orazio è una via di mezzo tra l’arancino e l’uomo. Alto un metro e cinquanta, centocinquanta chili di minchiate, largo un metro, un cubo praticamente. Zio Orazio è vestito in gessato nero, panciotto a trentatré bottoni, in madreperla ovviamente, orologio a cipolla nel taschino, bastone e cappello a falde larghe; ha i baffi e il pizzetto. Zio Orazio sa tutto, ovviamente; ha girato il mondo, ha fatto il militare a Cuneo, è vissuto in Germania, dove ha corteggiato le migliori femmine che esistono in natura, ha sempre la parola per tutti, è un maestro di vita, una sintesi tra lo sciamano e l’aria fritta. Ma questa è un’altra storia. Torniamo a Ninì. Ninì ha sedici anni e ne ha già i cabbasisi pieni della sua Sicilia e del suo bel paesino ricco di arance e frumento, terra di santi e di cornuti che con il potere avevano stretto alleanza. Ninì si ricorda bene di quel sindaco impantanato fino al collo, poi morto con un infarto durante il terremoto, che aveva portato le ballerine brasiliane a far vedere il culo, durante la festa della madonna del paese. Qualcuno poi aveva detto, "solo il terremoto l’ha potuto ammazzare a quel cornutazzo del sindaco". Non si è mai capito se quel poveraccio era colluso o molto più banalmente viveva come vivono la maggior parte dei protagonisti della nostra storia, in modo mafioso e clientelare. Ninì è un giovane inquieto, è nato in città, poi la sua famiglia si è trasferita in provincia, la provincia babba la chiamano. La sua è una famiglia borghese, di quelle che dicono: "mio figlio? meglio fascista che frocio!", di quelle che vanno tutte le domeniche a messa e che non sono razziste, ma si sa, una mamma spera sempre il meglio per i propri figli, meglio mogli e buoi dei paesi tuoi, e poi "hanno un odore strano gli stranieri". Chi ci crediamo di essere? Comunque! Ninì ha avuto una sana infanzia difficile, un’educazione a base di bastonate e zucchero filato. Ma l’infanzia di Ninì non ci interessa, parliamo di Ninì a partire dai suoi quattordici anni, gli anni dei primi piaceri, e non c’è bisogno che dico quali, ci siamo capiti; il prete, un altro grandissimo cornutazzo, gli chiedeva: Da solo o in compagnia? Ca’ da solo, padre, non mi vede?. Due Pater Noster, un’Ave Maria e via, pronti per un’altra zaganella. Il peccato! quanti poveri cristi ha rovinato. Ninì si iscrive al liceo, in realtà vuole fare altro, forse studiare recitazione o frequentare la scuola d’arte, ma i figli dei borghesi, si sa, frequentano solo i licei, per loro ha deciso la storia, “emula del tempo avviso dell’avvenire”. Già a quattordici anni Ninì è un sano ragazzo disadattato, i suoi amici o si fanno di eroina o non fanno letteralmente una sana minchia. Ninì realizza che l’unica salvezza è lo studio, conoscere per capire; si butta a capo fitto nella vita sociale e politica del suo bel paesino. Ninì è coinvolto politicamente fino allo stordimento, dedica tutto il tempo libero alla scrittura e all’impegno politico. E attivo in Democrazia della Pianta Grassa, pensa non tanto di poter cambiare il mondo, quanto di capire come vivere al meglio il pezzetto che gli appartiene, che poi in realtà non gli appartiene proprio nulla. Non dimentichiamo che il giovane Ninì, vive, anzi sopravvive in un territorio controllato totalmente dalla mafia. Sì la mafia, e non la mafia raccontata dai film, quella non esiste, o meglio esiste, ma si muove a certi livelli, la mafia di cui è intrisa la vita di Ninì è più che altro un modo di vivere, di quello che ti entra nella pelle, nel sangue, nel cervello, nel culo, con rispetto parlando e fierezza, che ti fa vivere in un certo modo, in posizione eternamente supina, che ti fa essere e riconoscere dagli altri come il figlio di… e mai te stesso e alla quale non riesci a dare alcuna risposta, se non quella di provare altro, per fuggire, per essere nomade, con il pensiero del ritorno, come Ulisse. Ninì ha una zita! Una fidanzata. Ninì non sta insieme ad una femmina, lui ha una femmina, perché in Sicilia, gli uomini hanno le femmine, non stanno insieme alle femmine. In Sicilia gli uomini hanno il pelo e hanno le femmine. Come le madri hanno i figli, non crescono i figli, i figli sono proprietà privata delle madri in Sicilia. E i padri, chi se ne fotte dei padri, i padri non contano nulla, non hanno mai contato nulla. La zita di Ninì si chiama Crocefissa, anche lei frequenta il liceo, anche lei, ovviamente, figlia di borghesi. Crocefissa, già nel suo nome, la sofferenza di una vita. Crocefissa ha due minne che fanno sognare mondi forse mai esistiti, di quelli che risvegliano memorie antropologiche di un tempo che non è mai stato. Ninì era sì impegnato politicamente fino all’esaurimento, ma le fimmine sono sempre le fimmine e poi Ninì era stanco delle sue zaganelle, voleva provare altro, sentire nuovi odori, tastare nuove emozioni. Crocefissa era un po’ bigotta, guai a far respirare la carne, prima bisogna unirsi nella sacra unione. Ma c’è proprio bisogno di sacralizzarla questa unione? Ma! Ninì non le ha mai capito certe cose. Crocefissa è sì bigotta, ma nel nome della sacralità dell’unione, a un certo punto della sua vita, conosce una fimmina che poi diventerà la sua fimmina. E sì, è strano anche le fimmine sono incastrate in questo malato meccanismo del possesso. "Tempi moderni", come direbbe qualche reazionario rincoglionito. Crocefissa conosce un’altra fimmina, se ne innamora e diventa la sua fimmina, e non una creatura con la quale condividere la vita. Ninì è distrutto da questa brutta storia. Brutta non tanto per la storia in sé e per sé, che Ninì capisce; anche perché è uno che studia, che legge, che si butta a capofitto nell’esperienza della vita, quindi capisce bene che una fimmina si può innamorare di un’altra fimmina e un masculo può amare un altro masculo, si sa la sessualità non è né mascula né fimmina. La storia però è un’altra, chi glielo spiega adesso a tutto il paesino, che Crocefissa la lasciato per una fimmina. Se l’avesse lasciato per un altro masculo, non era un problema, cornuto sì, ma con onore, sì è proprio così, anche i cornuti hanno onore. Ma una fimmina no, come fai ad essere cornuto se in mezzo c’è una fimmina, è complicato, si alterano tutti i meccanismi che regolano la società civile. I ruoli non si toccano, la famiglia non si tocca, il governo anche ladro e fituso non si tocca. I panni sporchi si lavano a casa propria, in silenzio, e con un bel cetriolo nel…lasciamo perdere, è meglio. Ninì è amico di Vituzzo Zigulizia, Giovanni Stampafanciulla, Giovanni Lo Luce, Aurelio u fotografu, e Giovanni il professore… Giovanni, il professore, che dolore quando si è ammazzato buttandosi dal terzo piano della scuola dove insegnava. Prima di ammazzarsi lo consideravano un pazzo per quel che diceva e faceva, poi è diventato un eroe. Paese di merda! Ninì è attorniato da personaggi arroganti, sleali e untuosi. Ninì è incazzato con i politici, con chi ha potere, con il portinaio di turno, con i governanti. Qualcuno potrà dire che non si può fare di tutta un’erba un fascio, è vero, ma è anche vero che a fare la storia non sono le eccezioni, gli eroi ci sono sempre stati e ci saranno. A padroneggiare nel quotidiano è la massa, e chi governava rappresentava bene una massa di italiani ignoranti, razzisti e dediti a rapporti di tipo mafioso e clientelare. In un paese dove “tutti” rubavano e non dormivano la notte per pensare come cavarsela e fregare i più deboli, l’unica istituzione “seria”, “etica”, anche se non condivisibile per i metodi era rimasta paradossalmente la mafia. Ninì è stanco. Ninì ha diciotto anni, si sente solo e compreso, ma non basta essere capiti. Ninì decide; prima però deve lasciare un messaggio. Inizia a scrivere una lettera da spedire. A chi non è importante, qualcuno la leggerà. "Siamo tutti mafiosi, abbiamo fatto dei valori mezzi propagandistici per carri allegorici. Siamo colpevoli di vivere, di lavorare onestamente, di studiare, siamo coglioni, paghiamo le tasse per mantenere…i vizi altrui. Siamo figli di un’epoca malata, maleodorante. Abbiamo studiato, abbiamo viaggiato, ci siamo specializzati, abbiamo emigrato per campare, per non ingurgitare ciò che i nostri avi hanno già digerito, ci siamo ribellati, abbiamo protestato, qualche volta l’abbiamo presa…ma con fierezza, ci siamo schifati, siamo i figli di chi moriva per campare, ci siamo stancati, siamo Noi i giovani che non avevano voglia di fare un cazzo e che nel nome della libertà quantomeno intellettuale ci hanno lasciato le penne. Siamo onesti, ma a tutto c’è un rimedio, paghiamo le tasse, rispettiamo la fila alla posta e qualche volta sogniamo. Siamo flessibili e disposti a iniziare dal basso, ci accontentiamo di poco, e crediamo in un’Italia peggiore. Siamo noi italiani brava gente". La corda è ben tesa, nella stanza si respira il suono di un silenzio ovattato. Sul tavolo una saponetta e un foglio di carta, una frase: Terra Buttana.

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