Di chi la colpa di questo stato di cose?, cioé della costruzione di
una cattedrale nel deserto? Possibili tentazioni elettoralistiche.
Sappiamo bene che lo stabilimento Fiat a Termini Imerese fu un
grazioso regalo di Gianni Agnelli ai maggiorenti democristiani
dell’epoca in cambio, evidentemente, di aiuti, e buoni rapporti, con
il Governo.
Una fabbrica di quel tipo, però, non nasce dal nulla. C’è il problema
delle forniture complementari; la Fiat non produce tutto, ha bisogno
di chi fa e fornisce i sedili, le batterie, i cavi elettrici, le
centraline, le vernici, i tergicristalli, l’acciaio, la plastica,
eccetera, oltre ai motori, ai pezzi di carrozzeria , ed altro, che la
stessa Fiat fa da sè.
A Termini Imerese niente di questo viene prodotto sul posto, ad
eccezione, credo, delle tappezzerie e qualcos’altro di poco conto. In
definitiva l’industria dell’indotto non copre non più del 5-10 per
cento del fabbisogno. La Fiat deve rivolgersi all’indotto degli
stabilimenti del Continente, con enorme aggravio di costi. In pratica
a Termini non si fa altro che assemblare.
Di chi la colpa di questo stato di cose?, cioé della costruzione di
una cattedrale nel deserto? Direi un po’ di tutti. Dello Stato che non
ha messo in atto delle politiche di incentivazioni per la creazione di
nuove imprese, che non si è mai impegnato a fondo per l’estinzione del
fenomeno mafioso; della Regione Sicilia che non sa cosa significa una
politica di sviluppo, tutta immersa com’é in traffici clientelari (non
ha apprestato neanche le infrastrure basilari per agevolare i
trasporti e favorire nuovi insediamenti industriali intorno allo
stabilimento Fiat); della classe imprenditrice siciliana che dorme
sonni tranquilli all’ombra della grande madre Regione; della stessa
Fiat che non ha decentra a termini la produzione dei motori, dei
cofani e quant’altro di sua competenza.
Marchionne sarà cinico di fronte alla rovina di 2.500 famiglie, ma la
politica e i potentati economici siciliani che sono?
Da una dozzina di giorni il ministro Scajola ha sul tavolo le sette
proposte per lo stabilimento Fiat di Termini Imerese. Il 5 febbraio
dovevano essere scoperte queste carte, invece, con inspiegabile
decisione, tutto è stato rinviato al 5 marzo. Diversi giornali hanno
avanzato la supposizione che si voglia giungere ad una soluzione sulla
soglia delle elezioni regionali per poterne cogliere i frutti
elettorali (gli effetti positivi, infatti, si ripercuoterebbero al di
fuori della Sicilia). Non sta a me dire se questa ipotesi corrisponda
o meno al vero. Una cosa è certa: certi giochi non sono ammissibili
mentre 2.500 famiglie sono immerse nella più nera angoscia.
Mi riesce, poi, piuttosto provocatoria, e penosa, la dichiarazione di
Montezemolo di non aver ricevuto neanche un euro dallo Stato durante
la sua presidenza della Fiat. Gli esperti stanno dimostrando il
contrario: negli ultimi tre anni gli aiuti sono stati quantificati in
270 milioni di euro, dal dopoguerra ad oggi a un milione di miliardi
di lire, pari a circa 500 miliardi di euro (non una montagna di soldi,
ma l’Himalaya e le Ande messe insieme). E’ evidente la sterzata
impressa alla strategia dell’Azienda. Si crede di poter fare da soli,
quindi, niente assunzioni di responsabilità a fronte di aiuti di
Stato. Mani libere. Penso, modestamente, che una simile decisione
pecchi di eccesso di sicumera. Le vicende del mercato sono
imperscrutabili, domani la Fiat potrebbe essere costretta a ritornare
sui suoi passi e a stendere la mano davanti a quello stesso Stato che
oggi sta snobbando. Le auguriamo di no.