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«Teresa è morta»

di T.M. - mercoledì 22 febbraio 2006 - 4668 letture

Il 10 febbraio a Siracusa viene trovato il cadavere di una donna. “Notizia” destinata alla rubrica “In breve” sulle pagine locali dei quotidiani, se consideriamo che la donna è una polacca di 52 anni, ex badante, «uccisa forse dall’alcol». Oltre al nome e a qualche ipotesi o certezza sulla causa della morte, cos’altro aggiungere? La redazione di Siracusa de La Sicilia “affida il caso” a Veronica Tomassini.

«Si chiamava Teresa Kobalczyk, aveva cinquantadue anni e veniva da Tomaszuw Mazowiecki, vivace agglomerato ad economia tessile nella Polonia centrale, a 50 chilometri da Lodz. Adesso non è solo un corpo senza vita, ha un nome e una storia la donna trovata morta nel cantiere dell’ex dogana, nella serata di venerdì.»

Veronica Tomassini fa la cronista? No, direi “si prende cura” di quella donna, da morta giacché in vita Teresa non ha avuto la fortuna di incontrarla... Chissà, le cose potevano andare diversamente.

Ed è della donna non della morta che Veronica ci racconta. Bionda, col volto dai tratti decisi, «pestata abbastanza dalla vita». Ricostruisce per quanto è possibile la strada che aveva percorso da Priolo, dove lavorava, attraverso il parco di via Foro Siracusano, fino a quel “rifugio”, traditore della sua funzione. Ma su quelle strade Veronica non trova la ragione - se mai ci fosse una “ragione” - di questa morte, e allora risale quel sentiero che s’imbocca in una cittadina della Polonia, segnalato da un cartello con la scritta “Buona fortuna”. «Belle e forti, come fiori di campo. Donne senza uomini, senza dote, senza Paese. Eppure orgogliosamente polacche. Ostrowiec, Starachowice, Ostroleka, Kielce, Lodz, Elm, Tomaszuw Mazowiecki. È la mappa di quest’esodo epocale di madri, di mogli, di figlie. Città fantasma che circondano Varsavia, sbiadite da un’inutile eredità rurale, microuniversi sconosciuti all’organigramma geopolitico che conta e che non fanno economia. Arrivano in bus, due giorni di viaggio in corriera, poche fermate, poche valigie nel bagagliaio. Un massacro che dilata oltre modo le distanze e che, a volte, soltanto la vodka è in grado di domare. Teresa Kobalczyk si abituò presto al do ut des, imparando a diffidare di generosità e sorrisi larghi. Il suo destino da badante è il destino di molte. Sempre più giovani, sempre estremamente ricattabili. Teresa è stato il sacrificio. Trastullava la sua ecatombe, le sue infinite separazioni, moriva pian piano. Teresa è morta molto prima di un comunissimo venerdì di febbraio. Sepolta dai calcinacci, nascosta dai rovi, stesa su una panca, rincorreva il suo sonno tombale dove non c’era luogo per la memoria dell’esule, per le cime bianche di Zakopane, per i cori di chiesa.» (La Sicilia, 14 febbraio 2006)

Teresa come Janina o Anna o altre figure conosciute nel racconto “Il treno di cartone” (in: Veronica Tomassini, L’aquilone, Emanuele Romeo Ed., 2002)? Diciamo piuttosto che erano persone quelle figure nell’esilio della trasposizione letteraria; volti alzati come icone nella speranza di un sacrificio valevole - per altri - come salvezza.

Ora sappiamo che a sostenere le spese del ritorno in patria di Teresa sarà l’Ufficio Pari opportunità della Provincia. Ma quanto è bello questo sorprendente accezione del nome di questo Ufficio. Pari opportunità. Di essere sepolti nella propria terra. Ad attendere Teresa ci sarà una famiglia che dipendeva totalmente dal suo guadagno. Ringraziano il «buon popolo italiano» per la possibilità, almeno questa, di seppellire la figlia, la madre, la sorella...

La “badante Teresa” di sacrifici ne avrà fatti tanti e proporzionata deve essere stata la sua soddisfazione di sapere una delle figlie, Carolina, all’università. All’Università, capite?! Carolina, ora, quali sentieri ha davanti?

Vogliamo provare ad essere, per lo spazio di un piccolo gesto, dei “badanti” di Carolina, l’universitaria? Una cronista ha alzato davanti a noi il volto di Teresa a mo di icona perché possiamo vedere l’umanità «sepolta dai calcinacci, nascosta dai rovi, stesa su una panca». Da qui in avanti tocca anche a noi.


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«Teresa è morta»
14 dicembre 2006, di : franco

E’ Allucinante la vita che conducono i nuovi schiavi del capitalismo occidentali.Siamo peggio dei maiali