Nemmeno in America la tv interattiva, la convergenza tra media televisivo e
computer sono decollate.
Per ben valutare la situazione nel nostro paese bisogna in ogni caso avere
una visione di sistema per non rimanere prigionieri di...
di Bruno Somalvico (da: Innovazione & media, Buongiorno.it)
Nemmeno in America la tv interattiva, la convergenza tra media televisivo e
computer sono decollate.
Per ben valutare la situazione nel nostro paese bisogna in ogni caso avere
una visione di sistema per non rimanere prigionieri di questioni di lana
caprina. Occorre in particolare affrontare due problemi con molti punti
comuni ma che per comodita’ voglio tenere distinti: quello degli effetti
della convergenza, e quello dei tempi della transizione della televisione
verso la tecnica digitale.
Oggi viviamo il tempo della globalizzazione. Internet ne e’ il volto. Ma la
tv resta al centro del gioco, al giro di boa di una difficile transizione
verso la societa’ dell’informazione. Innanzitutto diciamo chiaramente che
sono falliti alcuni matrimoni fra internet e la tv. ma questo non ha
impedito - anzi per certi versi ha rafforzato - i fenomeni di concentrazione
nell’editoria, dove, al contrario, sono proseguiti i processi di
integrazione orizzontale fra carta stampata, radio, televisione, cinema ed
editoria elettronica Oggi un grande editore diventa "molti-mediale" perche’
puo’ distribuire i suoi prodotti su tutti questi strumenti di comunicazione
utilizzando un piu’ ampio numero di piattaforme distributive: l’edicola, le
librerie e i negozi specializzati nella vendita e nell’affitto di prodotti
home video e audio, le sale cinematografiche, la radio, la televisione in
chiaro, la televisione a pagamento, i siti web e persino i videotelefonini e
i nuovi terminali multimediali mobili. Esiste dunque un’effettiva
convergenza tecnologica delle infrastrutture di rete, si possono ricevere
segnali radiotelevisivi sulle reti bidirezionali di telecomunicazione e
viceversa trasmettere servizi telematici sulle reti unidirezionali di
radiodiffusione circolare. Ma cio’ non significa ancora una convergenza di
prodotti tv e telecomunicazioni, se non su segmenti di nicchia. Di regola si
guarda la tv in salotto e non sul computer da tavolo, ne’, almeno per ora,
su un orologio da polso e seri dubbi sussistono sull’impatto della
televisione sui nuovi videofonini.
Non esiste dunque, almeno oggi, una convergenza delle imprese ne’ delle
modalita’ d’uso da parte degli utenti. Quindici anni fa Robert Maxwell
parlava di dieci sorelle della comunicazione ma non pensava ancora alla
convergenza. Oggi, dopo la Caporetto finanziaria della New Economy e di
quegli imprenditori che hanno puntato tutto sulla convergenza delle imprese
editoriali con quelle delle telecomunicazioni, tutti hanno dovuto
rassegnarsi: gli interessi degli uni sono divergenti da quelli degli altri:
il mestiere di acquisire reti, di vendere o affittare capacita’ fisiche di
trasmissione, e di generare traffico su tali infrastrutture e’ diverso da
quello di ideare, produrre, distribuire nelle migliori condizioni e con i
piu’ svariati formati, e contemporaneamente tutelare prodotti tipici
dell’ingegno come i prodotti dell’ingegno. Un grande editore come Murdoch ne
e’ uscito quasi indenne perche’ negli anni si e’ diversificato sul fronte
dei contenuti comprando i giornali, non le industrie produttrici delle
rotative; promovendo emittenti televisive finanziate dalla pubblicita’ e
dagli abbonamenti senza acquisirne gli impianti di trasmissione; acquistando
societa’ di produzione e di distribuzione cinematografica e televisiva, e
diversificandosi nella televisione tematica e solo in minima misura su
Internet e comunque quasi esclusivamente come editore elettronico di siti
web. Insomma Murdoch e’ stato un grande content provider, il primo fornitore
di contenuti su scala globale, rinunciando ad essere network provider, ossia
anche proprietario o operatore di rete.
Per quanto riguarda il secondo problema, relativo alla difficile transizione
della televisione dall’universo dei segnali analogici a quello digitale e
interattivo, si tratta di un processo ineluttabile, ma non lineare e
facilmente quantificabile in termini temporali.
L’Italia e’ comunque giudicato il Paese europeo con il mercato televisivo
piu’ promettente per la diffusione digitale terrestre: in effetti la
televisione terrestre continua ad interessare circa tre famiglie italiane su
quattro. La migrazione al digitale, "inevitabile" e "allettante", e’ anche
piena di incognite. Cinque variabili ne condizionano il processo in senso
positivo o negativo. Il grado di occupazione dello spettro radioelettrico e’
certo il primo fattore alla base della difficile transizione italiana. Esso
rende tecnicamente complesso il reperimento delle risorse trasmissive per
l’avvio di nuovi programmi a fianco di quelli tradizionali con serie
ripercussioni sullo sviluppo del nuovo mercato televisivo digitale
terrestre. L’assenza di frequenze libere ha costretto da un lato i
cosiddetti incumbent, ossia Rai, Mediaset ed anche Telecom Italia
(proprietaria de La7), ad acquisire nuove frequenze cedute dalle tv locali;
dall’altro essa ha impedito almeno in questa prima fase l’ingresso di nuovi
soggetti con il rischio di estendere l’attuale duopolio anche al digitale
terrestre.
In secondo luogo incidono i diversi livelli di sviluppo delle altre
piattaforme tecnologiche per la diffusione e distribuzione di programmi
televisivi. Le reti via satellite in Italia diffondono ricche offerte a
pagamento molto attrattive, mentre sono ancora irrilevanti le reti via cavo
a banda larga, che in Paesi come la Germania e la Svizzera sono invece
diventate progressivamente le reti primarie per la televisione assicurandone
l’accesso generalizzato e rendendo quindi meno complessa la transizione
sulle reti terrestri.
Va poi naturalmente considerata la struttura generale dell’offerta
televisiva e in particolare il numero in Italia molto elevato delle
emittenti televisive analogiche ricevibili con le antenne radiali terrestri.
Essa costituisce un terzo indice di appetibilita’ per il consumatore
italiano potenzialmente molto meno attratto verso la televisione digitale
terrestre rispetto a paesi come la Germania, il Regno Unito e la Francia che
continuano ad offrire sulle reti terrestri solo 3, 5 o al massimo 6 canali
televisivi analogici con il vantaggio di poter meglio utilizzare lo spettro
delle frequenze disponibili nella fase di transizione e di coesistenza fra
segnali analogici e segnali digitali o di doppia illuminazione (il
cosiddetto simulcast). In quarto luogo incidono le regole del gioco e le
politiche adottate dai governi su scala nazionale o, come in Germania, dai
singoli Laender. Un fattore critico di successo sono in particolare le
misure orientate al servizio di pubblica utilita’ sociale e quelle tese a
sviluppare la concorrenza nel mercato evitando il consolidamento delle
posizioni dominanti. Sotto questo profilo non e’ irrilevante il ruolo del
servizio pubblico e i fondi di cui potrebbe disporre grazie ad eventuali
incrementi del canone e ad altri fondi pubblici come avvenuto in Germania e
nel Regno Unito per finanziare i nuovi programmi. Sembrano risultare,
invece, piu’ incerti altri modelli di finanziamento derivanti da prospettive
di forte crescita della pubblicita’ - un mercato ormai maturo e saturo - o
degli abbonamenti a servizi a pagamento; non va dimenticato, al riguardo,
che sono fallite le piattaforme digitali terrestri a pagamento sia nel Regno
Unito sia in Spagna a causa anche della concorrenza su questo terreno delle
ben piu’ attrattive piattaforme via satellite - .
Last but not least, sono decisivi i tempi di reazione e le capacita’ di
spesa del consumatore stimati mediamente in dieci anni per assicurare una
completa adozione dei nuovi apparati. Se verra’ reiterato anche nei prossimi
anni l’attuale contributo all’acquisto dei decodificatori digitali terrestri
pari a 150 euro stabilito nella legge finanziaria per il 2004, possiamo
ipotizzare di ridurre a 8 gli anni necessari. In ogni caso, anche qualora
venisse assicurata progressivamente un’offerta piu’ attraente rispetto a
quella avviata dal 1 gennaio 2004, e’ difficile prevedere uno spegnimento
definitivo delle trasmissioni analogiche prima del 2010, e del tutto
impensabile che esso si possa effettuare entro il 31 dicembre 2006 come
previsto dalla Legge italiana approvata nel 2001 dal governo di
centro-sinistra e confermata dalla Legge Gasparri. Se cosi’ non fosse Rete
Quattro non sarebbe preoccupata dalla prospettiva di dover andare sul
satellite dopo il 30 aprile in base al decreto legge approvato dal governo a
Capodanno. A Rete Quattro basterebbe una proroga per i prossimi due anni, ma
tutti sanno che il 2006 non puo’ piu’ essere visto come un terminus ad quem
invalicabile e tale da costringere tutte le emittenti ad abbandonare le
trasmissioni analogiche, ma come un terminus a quo, ovvero come la data
effettiva di avvio della televisione digitale terrestre e forse anche dei
nuovi servizi interattivi tanto declamati nei convegni, ma sinora
...inattivi.