Teleaddiction

Cinici e immondi al servizio dell’audience
di Alberto Giovanni Biuso - venerdì 11 gennaio 2013 - 1945 letture

Alcune serie televisive non soltanto durano anni e decenni ma entrano nella vita di milioni di persone come parte reale e decisiva della loro identità. «Legioni di adolescenti, professionisti, casalinghe, impiegati, persone di ogni età e senza caratteristiche particolari» incontrano «parte dei loro amici -della loro famiglia allargata, si potrebbe dire- all’interno della tv o del computer», tanto che «la fine della propria serie tv preferita può scatenare sintomi depressivi e un senso di angoscia e smarrimento simile a quella generata dalla fine di un amore» (P.E. Cicerone, «Maniaci seriali», in Mente & cervello, n. 97 - gennaio 2013, pp. 88 e 93). L’articolo che ne parla indulge un po’ troppo in un paragone tra serie televisive come le soap opera o fiction quali Lost, Sex and the City, Dr. House e la grande letteratura epica e romanzesca. Un’analogia insensata poiché per la nostra specie l’attenzione visuale, lo scorrere passivo delle immagini che attraversano il nostro orizzonte, è pura natura; il leggere è attività costruttiva della mente, è cultura diventata natura. Anche per questo la lettura costituisce un livello evolutivo assai superiore rispetto alla dipendenza televisiva, la cui essenza è quindi pre-umana.

Una conferma arriva da quanto leggo in merito alla presenza di s.b in un programma televisivo di ieri sera (10.1.2013). Sia per il cinico conduttore Santoro sia per l’immondo suo ospite l’importante è stato non il contenuto di ciò che veniva detto ma l’audience, la capacità di tenere legati alla visione milioni di cittadini ridotti al rango di spettatori di uno scontro subumano. La vittoria non poteva che arridere al più rozzo, il quale -invece d’essere venuto a noia- dopo vent’anni domina ancora il mezzo televisivo.

biuso.eu


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Teleaddiction
12 gennaio 2013, di : Biuso

Ribadisco di non aver visto questo programma (non possiedo un televisore e non seguo la televisione) ma mi sembra che un articolo di Francesco Merlo -L’arena televisiva come Sanremo- descriva efficacemente la continuità tra politica e spettacolo in quest’Italia immonda come il suo -ancora- padrone, padrone nell’egemonia culturale, che da noi vuol dire egemonia televisiva.

Quanto a Santoro, Merlo conferma ciò di cui ero certo ancor prima che la trasmissione andasse in onda: che avrebbe regalato centinaia di migliaia di voti a s.b. In cambio dell’audience, e cioè in cambio di soldi e potere. È sempre la stessa compagnia di giro che si esibisce in questo paese da avanspettacolo che è l’Italia.