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"Tartarughe sul dorso": Thriller d’amore disperato ed enigmatico


"L’idea narrativa alla base del film era il tentativo di contraddire la struttura melò, lasciando aperture e sfasature nei cerchi interni degli eventi. Le parole sono non dette. Gli sguardi sono di sbieco".
mercoledì 20 aprile 2005, di calogero - 2142 letture

Dopo il piccolo "caso" del film "La spettatrice", l’attesa e "curiosa" opera di Michele Placido (presentata in Concorso al Festival di Venezia) "Ovunque sei" ed il successo di "Cuore Sacro", Barbora Bobulova si va imponendosi come uno dei volti più interessanti ed emergenti della nostra cinematografia.

Al Lido è stata presente anche in un altro film (selezionato nelle "Giornate degli Autori") e che ci conferma la sua coerenza e rigidità nella scelta di copioni e personaggi mai banali o superficiali. Come quello per l’appunto interpretato nel film del regista esordiente Stefano Pasetto "Tartarughe sul dorso": è la "lei" di un’insolita storia d’amore percorsa a ritroso nel tempo alla ricerca di una memoria antica che segna inevitabilmente la vita anonima di una quotidianità fatta di piccoli gesti e furtivi sguardi.

Il "lui" (Fabrizio Rongione, un viso ed un’intensità così ostici che ugualmente catturano ed affascinano!) si trova in prigione e proprio nel parlatorio, durante una partita a Scarabeo con la sua "lei" venuta a trovarlo, il regista Pasetto racconta - con una essenzialità di immagini e parole che a volte rasenta una freddezza lievemente compiaciuta - i capitoli del passato delle loro vite trascorse in uno sfiorarsi inconsapevole con l’unica testimonianza di una tartaruga, pegno d’amore adolescenziale.

"L’idea narrativa alla base del film era il tentativo di contraddire la struttura melò, lasciando aperture e sfasature nei cerchi interni degli eventi. Le parole sono non dette. Gli sguardi sono di sbieco. I gesti fuori tempo e fuori luogo": ha dichiarato il regista.

E se le intenzioni sono coraggiose e fortemente stimolanti per un’opera prima che non vuole assolutamente omologarsi, il risultato è un cupo e freddo thriller romantico che nelle atmosfere plumbee e malinconiche della città di Trieste - terza incomoda di questa algida passione d’amore - trova lo scenario più naturale e spontaneo per raccontare la difficoltà d’amare di un’umanità che, per quanto corazzata - come una tartaruga sul dorso - non ha mai speranza di farcela se qualcuno non passa di lì, al momento giusto, a ribaltarle il destino.

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