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Taormina Film Festival 2013

“Rita’s Last Fairy Tale” di Renata Litvinova (Russia, 2012, drammatico, 100 min.). Con Tatjana Drubich, Renata Litvinova, Olga Kuzina, Nikolai Khomeriki.

di Orazio Leotta - martedì 18 giugno 2013 - 4111 letture

* Taormina Film Fest 2013, sezione Focus Russia.

Testimonial di bellezza, Renata Litvinova investe tutti i suoi guadagni nel cinema (un po’ come faceva Orson Welles) ove si cimenta come regista, sceneggiatrice e attrice. Come in “Rita’s Last Fairy Tale” in cui appare in tutti e tre i ruoli. La Litvinova tra Mario Sesti e l\'interprete.jpg Realizza i suoi film senza contributi statali cosicché senza censure e condizionamenti può portare a compimento i suoi sogni: film come sogno personale, come particolare versione di ciò che altrimenti rientrerebbe nell’aspetto documentaristico, più facile da conseguire. Arte come concetto che va al di sopra della vita stessa.

La Litvinova si può definire una solitaria ossessionata; l’ossessione è pertanto la parola chiave per poter leggere i suoi film. “Rita’s Last Fairy Tale” è una riqualificazione, una rivalutazione della morte in chiave etica: essa, la morte, vuole bene alle persone che nella loro vita hanno amato e sono state amate a loro volta; le tratta bene, ha rispetto. Secondo una credenza nordica, la morte si presenta, vestita di giallo, tre giorni prima per avvisare le persone a lei care della fine dei loro giorni.

E così la morte (personificata dalla stessa Litvinova) si prende cura di Rita fino alla sua ultima ora dandole fra l’altro la possibilità per mezz’ora di poter finanche riapparire dopo morta per una breve visita alla sua amica di sempre. Divisione del mondo dunque non tra morti e vivi, ma semmai tra la morte e l’amore. Chi ama ed è amato non muore mai, gli altri è come se fossero stati sempre morti. Litvinova Renata.jpg

Film d’autore, come la gran parte della produzione cinematografica russa, difficilmente lo vedremo nelle sale italiane (non lo vedranno neanche in Russia, più inclini a film occidentali e commerciali); resta un gioiellino, una sorta di protesta interiore, ciò che emerge dalle visioni e dai pensieri reconditi della regista che riesce a far trasparire nel film, malgrado la tematica particolare, una certa felicità di esposizione, una libertà tale da riuscire a sfruttare la sua indubbia bellezza di quaranteseienne a suo totale favore illuminando le scene ancor più di quella luce che lei stessa reputa essenziale nei film al pari della fotografia e del montaggio (forse l’unica pecca oggigiorno nel cinema contemporaneo russo). Renata Litvinova.jpg

Una curiosità: il nome per esteso della co-protagonista Rita è Margarita Gautier, nome che rimanda alla protagonista de “La Dame aux Camelias” di Alexander Dumas: anch’ella era a conoscenza dei suoi giorni contati ed aveva vissuto amando venendo ricambiata. E ancor meglio lo si evince nella trasposizione operistica di Francesco Maria Piace che fa dire a Violetta Valery, scombussolata dal suo folle amore in embrione per Alfredo Germont, “oh gioia ch’io non conobbi essere amata amando…”. La morte non guarda in faccia nessuno, ma si commuove davanti all’amore.


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