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62° Taormina Film Fest

Junction 48, un film di Udi Aloni (Israele, Germania, Usa - 2015) Con Tamer Nafar, Samar Qupty, Salwa Nakkara, Saeed Dassuki, Adeeb Safadi.
di Piero Buscemi - mercoledì 15 giugno 2016 - 3914 letture

Quando, alla fine del film, con il sottofondo la canzone simbolo del messaggio d’appello lanciato dal regista con la sua opera, si ha la sensazione di aver vissuto un’indimenticabile esperienza e che, non aver perso questa occasione, rappresenti una scelta indovinata tra le varie proposte di questa edizione del Film Festival di Taormina.

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Il regista Udi Aloni

Sono quei due versi finali, ripetuti e sincopati, con una melodia che, quasi magicamente, riesce a miscelare la sonorità della lingua araba, liberandosi con un bisogno di speranza che, trasforma la morale della narrazione in un grido cosmopolita.

"Lasciateci vivere come noi siamo/lasciateci vivere come buoni" ha forse un’unica matrice d’ispirazione e un mondo intero di destinatari. Se, poi, come trapelato in questi giorni assistendo alla kermesse taorminese e confermato dalle parole di Harvey Keitel, la cultura e l’arte in qualsiasi forma possa rappresentare la rinascita di un mondo soffocato da un nuovo oscurantismo, il film al quale abbiamo assistito oggi pomeriggio, ne rappresenta la conferma.

Basterebbe citare il nome della cittadina di Lod, nominata all’inizio del film per risvegliare il nostro torpore ed indurci a cercarne le notizie su internet. Lo fa lo stesso rapper Kareem, il personaggio chiave del film che, canticchiando una canzone su un treno mentre è di ritorno a casa dal lavoro, in un verso invita a consultare Wikipedia, ma concedendoci solo due minuti "...prima che la polizia sia già lì".

E apprendiamo così i retroscena di questa piccola città, passata alle cronache per una strage compiuta da tre terroristi giapponesi il 29 maggio 1972, sembrerebbe per conto del Fronte di Liberazione della Palestina, e che causò 26 morti. Il film non cita la vicenda, ma il suggerimento di Kareem lo lascia supporre.

La vicenda si svolge proprio in questa località. Un luogo dove gli ebrei e i palestinesi vivono così a contatto che, quando hanno occasione di entrare in contatto, riescono a comprendersi usando indifferentemente i due idiomi. Non è soltanto una terra che accomuna queste due etnie, protagoniste da decenni di una guerra infinita. C’è la musica, quella più occidentale di tutti, quella che negli Stati Uniti ha consentito di raccontare storie di periferia e di ghetti del nuovo millennio.

E’ il rap, alternato alla sua forma danzante dell’ hip hop, quella musica parlata che ci ricorda il grido disperato del popolo nero nelle piantagioni di cotone. Quella sorta di spiritual emancipato che ha consentito, in questi ultimi anni di giocare con le contraddizioni del mondo, a suon di ritmo campionato da milioni di computer.

Kareem, interpretato da Tamer Nafar, leader del primo gruppo rap palestinese, arrotonda i suoi guadagni, frutto di lavori improvvisati, con un’attività di spacciatore. Assistiamo ad un sequenza di immagini ritmate, come la musica di sottofondo pretende, che ci trascinano in serate di perdizione in feste, che troppo assomigliano ai nostri rave party. Ma veniamo catturati da un’innocente storia d’amore tra Kareem e Manar, alla quale affidare un futuro, che sarà migliore in ogni caso. Migliore di una fuga dalla polizia, di un incidente stradale che cancellerà la figura del padre dalla vita del protagonista. Migliore di una madre sopravvissuta, condannata alla sedia a rotelle, che si illude di poter cambiare la tristezza in speranza, con riti mistici e pozioni miracolose.

Migliore, anche, dell’arroganza. Quella della polizia israeliana che distruggerà la casa di un amico del protagonista, per riciclarla in un’assurda ipocrisia, rappresentata da un Museo alla Convivenza da realizzare da quelle macerie. Quella che prova ad impedire alla dolcissima Manar di regalare la sua voce ad un pubblico, per colpa di un tradizionalismo familiare, che impedisci alle donne di rendersi "immorali". Migliore di una rassegnazione ad un destino ereditato da quel lontano 1948, che gli anziani provano a dimenticare e che i giovani, forse, neanche riescono a comprendere completamente.

Li ritroviamo, i nostri protagonisti, combattuti quasi per ironia della sorte, tra una rivendicazione di identità culturale, ed etnica, e il desiderio di rivincita sociale che può, che deve, che non può prescindere da quella nuova forma di musica ribelle, con la quale provare a trovare un contatto con chi, continuando a vedere come diverso, suona le stesse note di un’unica canzone.

"Una donna libera e il suo poeta" è un altro verso di un’altra canzone contenuta nel film, un verso di riflessione rivolto ad un razzismo senza più alibi, e ad una tradizione radicata in inutili assolutismi. Una riflessione che ci fa pensare davvero che, in questa guerra alla follia, perderemo tutti.

Può un film cambiare il mondo? Lo può una canzone rap? Lo spero. Sembra essere la risposta del regista israeliano, autore di questo film.


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