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Tagliare poltrone per tagliare la libertà dei cittadini

Spesso ci si lamenta dell’astensionismo e della dilagante onda dell’antipolitica, ma se questi sono i rimedi proposti, è facile pronosticare che andrà sempre peggio. Un intervento di Rocco Artifoni.
di Redazione - mercoledì 9 ottobre 2019 - 1237 letture

Tagliare le poltrone: così facendo si risparmieranno 500 milioni di euro. È questo lo slogan usato per spiegare il senso della legge di revisione costituzionale che riduce da 945 a 600 il numero dei parlamentari. Una motivazione assai discutibile. Se la politica viene considerata un “poltronificio”, cioè un’occupazione inutile a carico dei contribuenti, non c’è ragione per fermarsi a quota 600. Anzi, potrebbe scattare l’accusa di voler tenersi strette ben 600 poltrone. Quindi, perché non andare più avanti con i tagli e con i risparmi?

Contemporaneamente alla riduzione dei parlamentari si sta discutendo di altre proposte, che vorrebbero aumentare la platea degli elettori: consentire il voto per il Senato già a 18 anni (come avviene per la Camera) e addirittura abbassare a 16 anni l’età per diventare elettori.

Così facendo, diminuiranno gli eletti e aumenteranno gli elettori. Di conseguenza un parlamentare rappresenterà un numero di cittadini quasi doppio rispetto all’attuale. Con tanti saluti a chi sostiene che gli eletti debbano essere espressione dei territori, con i quali mantenere un costante rapporto. In questo modo la classe politica diventerà ancora più distaccata dai cittadini. La si vedrà solo virtualmente, nel web e in tv, dove parleranno soltanto i leader, come di fatto sta già accadendo.

C’è anche una terza proposta di riforma, che chiude il cerchio, chiarendo l’intento della classe politica attuale. Si vorrebbe introdurre il vincolo di mandato per gli eletti. Il che significa che ogni parlamentare non sarà più libero di votare secondo coscienza, dopo aver ascoltato le ragioni altrui, ma sarà costretto a seguire le indicazioni del partito o del capo politico. Una marionetta manovrata con i fili tirati dall’alto. In politica l’obbedienza ritorna ad essere una virtù assoluta.

Piero Calamandrei già nel 1956 scriveva: «Chiamare i deputati e i senatori i “rappresentanti del popolo” non vuole più dire oggi quello che con questa frase si voleva dire in altri tempi: si dovrebbero piuttosto chiamare impiegati del loro partito. I partiti, da libere associazioni di volontari credenti, si sono trasformati in eserciti inquadrati da uno stato maggiore di ufficiali e sottufficiali in servizio attivo permanente: nei quali a poco a poco si intiepidisce lo spirito dell’apostolo e si crea l’animo del subordinato, che aspira a entrare nelle grazie del superiore. La elezione dipende dalla scelta dei candidati: la quale è fatta non dagli elettori, ma dai funzionari di partito. E i candidati, più che per meriti personali di specifica competenza professionale, sono scelti per le loro attitudini a diventare buoni funzionari del loro partito in Parlamento».

Dall’ultima ricerca Eurispes emerge che nella classifica sulla fiducia nelle istituzioni all’ultimo posto persistono a rimanere i partiti politici (al primo ci sono i vigili del fuoco). Spesso ci si lamenta dell’astensionismo e della dilagante onda dell’antipolitica, ma se questi sono i rimedi proposti, è facile pronosticare che andrà sempre peggio.

In Italia c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di dire con chiarezza che non è questa la politica immaginata dai Costituenti? Il popolo continuerà a dare consenso a questa deriva populista, che usa strumentalmente gli elettori per assicurare le proprie rendite di posizione?

“La politica fa schifo”, sentiremo affermarlo sempre più spesso. Ma in realtà – purtroppo – non si fa nulla per invertire la tendenza: ci piace lo schifo?


Dal circuito Pressenza.



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