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TUTTO PER BENE di Luigi Pirandello

Pirandello è ancora attuale o non ha più niente da dirci?

di Alfio Pelleriti - mercoledì 26 gennaio 2005 - 6922 letture

TUTTO PER BENE Pirandello è ancora attuale o non ha più niente da dirci?

E’ già passato qualche giorno dalla rappresentazione, presso il teatro Ambasciatori, di "Tutto per bene" di Luigi Pirandello, per la regia di Jurij Ferrini, e ciò consente di darne un giudizio senza essere troppo condizionati dalla spinta emotiva che, necessariamente, coglie chi ha assistito a qualsiasi forma di spettacolo che abbia valenza artistica.

Ho notato, in primo luogo, che il regista ha curato scene e disegno delle luci. Ciò ha contribuito a dare unicità, ritmo ed equilibrio alla vicenda rappresentata. Lo spettatore è stato indotto a seguire i personaggi percependone gli umori, i sentimenti, i drammi, senza particolari complicazioni sceniche che avrebbero potuto distrarlo. La sapiente regia di Ferrini, infatti, ha mirato a far emergere l’essenza della filosofia pirandelliana: l’uomo si muove in un contesto sociale in cui tutti svolgono un ruolo, in cui tutti assumono una "maschera", che diventa impossibile togliere o, semplicemente cambiare.

L’individuo, quindi si sdoppia, si frantuma, spesso entra in una dimensione di continua conflittualità tra il suo essere e il suo "dover essere". Tale "essere per gli altri", ineludibile per l’uomo e per il borghese in particolare, diventa in Pirandello, causa prima della frammentazione della coscienza individuale. Nei primi decenni dello scorso secolo, la società, per lo scrittore agrigentino, era piena di contraddizioni, di moralismi, di pregiudizi e d’inganni. In "Tutto per bene", Martino Lori (Gianrico Tedeschi) vive, come Adriano Meis, nel "Fu Mattia Pascal", un senso di straniamento da un contesto sociale che non lo accetta. Egli è percepito come "diverso", come elemento che non è riuscito ad adattarsi ad un meccanismo sociale immutabile ed universale. Il suo dramma si sostanzia, quando scopre, per confessione della figlia (Sveva Tedeschi) che tutti lo sopportano, che in segreto lo deridono, che tutti i suoi gesti d’affetto rivolti alla figlia e alla memoria della moglie sono motivo di divertimento e di sghignazzi sordidi per il genero e per l’amico di una vita, il senatore Salvo Manfroni (Pietro Biondi). Il vero padre, svela la giovane Palma Lori, è il senatore non lui. E il mondo crolla addosso al protagonista, che però si riscatta opponendo all’ipocrisia e alle meschinità dei suoi denigratori, l’onestà e il candore dei suoi sentimenti, che Lori-Tedeschi grida indignato e furioso come un eroe del dramma antico, in un crescendo di pathos fino alla catarsi finale, sottolineata da un liberatorio lungo applauso del pubblico all’indirizzo di tutti gli interpreti di questo splendido spettacolo.

Mi sembra, perciò, risibile e sorprendente l’osservazione di Giorgio Sciacca sul quotidiano "La Sicilia" del 16 Gennaio scorso, secondo cui il dramma del protagonista, oggi, è improponibile, poiché per scoprire "la genuinità della prole basta oggi l’esame del DNA", per concludere, poi, ancora più seccamente: "Dovremo riprendere in mano i testi di Pirandello e vedere se per caso non stiano rapidamente invecchiando." Ma allora, chiediamoci anche se non sia il caso di buttare alle ortiche Svevo o Verga; di liquidare, come insipida anticaglia, Brecht o Miller; per non parlare degli ammuffiti Moliere o Goldoni; e che dire di Dario Fo che osa proporre Ruzzante, attore e commediografo degli inizi del ’500?

Noi, poveri mortali, continueremo a leggere Pirandello, lo proporremo ai nostri studenti e ci asciugheremo, commossi, qualche lacrima che, impudente, avrà vinto ogni difesa del nostro Superego, ma che sottolineerà, comunque, che i messaggi di chi ha saputo creare elevandosi fino alle alte vette dell’arte sono immarcescibili. Alfio Pelleriti


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