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Superbarocco. Arte a Genova da Rubens a Magnasco alle Scuderie del Quirinale

È un susseguirsi di Bellezza, di Arte, di Barocco, di stupore continuo e di appagamento ciò che si propone agli occhi del visitatore il quale, salita la magistrale scalinata a ventaglio del primo piano, si trova innanzi a “I miracoli del beato Ignazio di Loyola” opera superba del Rubens.

di Angela Allegria - mercoledì 13 aprile 2022 - 3349 letture

“Gode il tesoro di libertà e di governo à Repubblica. Di tale forma di governo tutto lo stato suo è contento, stante che chi gli ubidisce hà la vita, l’honore et la robba in sicuro” Andreas Schott, 1615.

Da queste parole, disseminate tra le sale delle Scuderie del Quirinale, inizia la mostra “Superbarocco. Arte a Genova da Ruberns a Magnasco” inaugurata il 25 marzo scorso e visitabile fino al 3 luglio 2022.

È un susseguirsi di Bellezza, di Arte, di Barocco, di stupore continuo e di appagamento ciò che si propone agli occhi del visitatore il quale, salita la magistrale scalinata a ventaglio del primo piano, si trova innanzi a “I miracoli del beato Ignazio di Loyola” opera superba del Rubens. La grande tela ad olio del 1619 circa, commissionata da Niccolò Pallavicino per la chiesa del Gesù di Genova, è un connubio di movimento, di esaltazione, di corpi che si chinano, che sono torsi fino allo spasimo, che si intrecciano accentuando il movimento circolare dell’opera. Tutte le direttrici convergono sulla figura del Santo di Loyola, posto al centro della scena, poco sulla sinistra, con i paramenti sacri e le braccia aperte, in estasi mentre si compie il miracolo. Da sopra, quasi sbucanti da un drappo rosso, due puttini porgono una corona di alloro e una palma, simboli di vittoria, ascesa e immortalità. Anche in quest’opera risulta evidente la capacità di Rubens di coordinare più figure in una grande composizione con forte senso unitario, con solennità e insieme con l’umanità e la vitalità dei gesti e dei volti fortemente espressivi.

Da qui si snoda il percorso fatto di opere imponenti ed ampollose, lusso sfrenato, argenti superbi, cornici che sono anch’esse opere d’arte come la cornice con il Giudizio di Paride di Filippo Parodi del 1690 circa che va ad impreziosire e rendere unico il già elegante ritratto di Maria Mancini di Jacob Ferdinand Voet, olio su rame del 1674, console intarsiate e decorate in oro zecchino, orologi artistici come l’orologio con mostra raffigurante “Diana ed Endimione”, opera di Paolo Gerolamo Piola del 1715-1720, legno ebanizzato, argento, olio su rame, proveniente da una collezione privata: un piccolo capolavoro!

Spiccano tra tanti capolavori, piccoli e grandi, insieme alle tele di Rubens, i dipinti di Antoon van Dyck, allievo e assistente di Rubens, capace di unire l’eleganza degli abiti al portamento e all’atteggiamento dei suoi personaggi che diventano i protagonisti assoluti delle sue opere. Tra quelle esposte due possono essere da sole il motivo della visita alla mostra: i ritratti di Agostino Pallavicino e di Elena Grimaldi Cavalleroni Cattaneo. Il primo è rappresentato in veste di ambasciatore del Pontefice, olio su tela del 1621 o 23 prestito del J. Paul Getty Museum di Los Angeles, ieratico, in rosso, con un panneggio soffice dalle grandi pieghe che sembrano uscire dalla tela ed invitare l’osservatore ad allungare una mano per accarezzarne la morbidezza. Quasi non si nota lo sfondo scuro né la sedia o il tavolo su cui appoggia la mano che regge una lettera: solo lui è al centro della scena, vero protagonista dell’opera, Agostino Pallavicino, il cui sguardo segue il visitatore da qualunque prospettiva. Elena Grimaldi Cavalleroni Cattaneo, opera del 1623, proveniente dalla Widener Collection della National Gallery di Washington, è altezzosa nel suo ampio colletto rigido. Il suo sguardo intelligente, accompagnato dall’abito austero è mitigato da un fiore. Si erge al centro della tela, nella tristezza dei suoi orecchini di perle, silenziosa e altera. Il rosso – che rosso! - dell’ombrello bilancia con le maniche importanti mentre, dietro di lei, una schiava, turca come si definiva ai tempi, paziente, che ammira la sua padrona e vuole quasi rendersi invisibile. I personaggi sono collocati all’uscita di quello che sembra una architettura classica con colonne scanalate e capitelli di ordine composito, sullo sfondo natura lussureggiante e un cielo coperto da qualche nuova. Potrebbe risultare singolare la rappresentazione di una schiava nel XVII secolo se non si guarda al contesto. Gli schiavi, infatti, la cui presenza a Genova è attestata anche in età moderna, oltre a rimpinguare le ciurme delle galee, erano a servizio nelle dimore aristocratiche e potevano acquistare la libertà se affrancati dai loro padroni. Van Dyck, il quale si limitava a dipingere le teste dei suoi personaggi e a schizzarne l’atteggiamento, lasciando più tempo per realizzarne gli abiti che venivano posti su manichini, riesce ancora ad oggi a svelare la dimensione psicologica dei soggetti attraverso lo sguardo o un gesto e porgere in tal modo allo spettatore uno spaccato completo degli stessi: dal carattere al lusso di stoffe e gioielli atti a mostrare il loro rango e il loro potere.

Non mancano Orazio Gentileschi, padre di Artemisia, Bernardo Strozzi con la sua “Cuoca” del 1625 dallo sguardo magnetico, Valerio Castello, Bartolomeo Biscaino, Francesco Biggi, Lorenzo De Ferrari, Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto e così andando avanti in questo viaggio fino al visionario Stefano Magnasco con i suoi paesaggi "capricciosi", un vpercorso spettacolare fra fasti e splendori di una Genova potente, ricca e superba che, per dirla con le parole dello storico francese Fernand Braudel “Questa straordinaria città divorante il mondo è la più grande avventura umana del secolo sedicesimo. Genova sembra allora la città dei miracoli” o con quelle del Petrarca “Una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”.


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