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Super-cupola a Milano?

Si è detto che, a volte, ritornano. Sì, perché la presenza di un cartello mafioso in terra lombarda è tutt’altro che una novità, almeno a voler rammentare la storia, spesso sfilacciata nella memoria, delle mafie del Nord.

di francoplat - mercoledì 1 novembre 2023 - 760 letture

A volte, ritornano. No, non si tratta di un lontano racconto dello scrittore Stephen King, né del film tratto dal suo scritto, ma dell’ipotesi di un potente sodalizio mafioso in terra lombarda, a Milano e provincia, a Varese e provincia: camorra, Cosa nostra e ‘ndrangheta associate in un organo detto “consorzio”. Questo è quanto sostengono in un voluminoso dossier, circa 5000 pagine, la Procura di Milano, diretta dal procuratore Marcello Viola, il pm Alessandra Cerreti e il Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano diretto dal colonnello Antonio Coppola.

Questa rete criminale, secondo l’accusa, associava le consorterie criminali avendo l’obiettivo di manovrare «risorse finanziarie, relazionali ed operative, attraverso un vincolo stabile tra loro caratterizzato dalla gestione ed ottimizzazione dei rilevanti profitti derivanti da sofisticate operazioni finanziarie realizzate mettendo in comune società, capitali e liquidità». Il “consorzio” si sarebbe, dunque, mosso su una variegata tastiera di illeciti, organizzando summit tra i componenti del network, decidendo strategie comuni e muovendosi tra il traffico di stupefacenti e la gestione dei rapporti con pubblici amministratori locali e nazionali, tra il controllo degli appalti e l’estorsione e la rilevazione delle aziende in crisi, tra la creazione di società per drenare risorse attraverso ecobonus e Covid e le azioni intimidatorie e gli omicidi e, ancora, l’infiltrazione nell’ortomercato milanese o negli ospedali lombardi pubblici e privati o nelle carceri. Agli interessi comuni e ai comuni fronti illeciti, la confederazione di mafie avrebbe, poi, affiancato altre funzioni, quali, ad esempio, delle azioni di mutuo soccorso per affiliati incarcerati, così come avrebbe cercato di essere un luogo di risoluzione dei conflitti tra i membri.

Si è detto che, a volte, ritornano. Sì, perché la presenza di un cartello mafioso in terra lombarda è tutt’altro che una novità, almeno a voler rammentare la storia, spesso sfilacciata nella memoria, delle mafie del Nord. Vale la pena andare agli anni Ottanta del secolo scorso e vale la pena farlo tramite le pagine di un volume più volte citato in questa rubrica: “La Repubblica delle stragi. 1978/1994. Il patto di sangue tra Stato, mafia, P2 ed eversione nera” (a cura di Salvatore Borsellino, PaperFirst, 2018). In questo volume, che cerca di unire i punti da uno a dieci delle tante vicende luttuose di questo Paese per dare un significato unitario alla fragilità della nostra democrazia, si trova un saggio relativo alla morte di Umberto Mormile, la guardia carceraria uccisa nell’aprile 1990 per ragioni, secondo i suoi familiari, legate alla scoperta di inconfessabili incontri tra i boss della ‘ndrangheta reclusi nella prigione milanese di Opera ed esponenti dei servizi segreti.

Quel saggio c’entra con questa vicenda, perché, per delineare il contesto dell’omicidio Mormile, l’autore si sofferma su un luogo, milanese, l’autoparco di via Oreste Salomone 78. Lo considera «un punto di incontro: vi si determinano affari ed equilibri criminali dell’intera Lombardia e non solo. Lì si ritrovano mafiosi siciliani, i clan calabresi più forti, quelli campani e quelli pugliesi. Oltre trent’anni dopo i giudici di Reggio Calabria li racchiuderanno in una locuzione: «Il consorzio». In quel luogo si rafforza grazie ad appoggi o distrazioni delle forze dell’ordine e della magistratura».

Non è la sede per recuperare la vicenda giudiziaria dell’autoparco, peraltro tortuosa e allargatasi ad altre procure, che si concluse comunque con un nulla di fatto, come se quello spazio fosse uno spazio qualunque. Eppure, in via Salomone si muovevano uomini del calibro di Luigi Miano, catanese, Domenico Papalia, poi incriminato per la morte di Mormile, e Rosario Cattafi, l’uomo cerniera tra mafia e servizi segreti, e si muoveva l’ombra di Benedetto Santapaola, oltre che di altre figure importanti delle consorterie criminali italiane. Che non si trattasse di un luogo marginale, del resto, lo provano molte sentenze dei maxiprocessi lombardi, celebrati a Milano tra gli anni Novante e Duemila, sentenze che «sono convergenti nel descrivere il cartello mafioso che ha controllato gran parte degli affari illeciti praticati (e che ha compiuto gran parte dei crimini consumati) in Lombardia». Tra i nomi, appunto, quelli di Papalia, Coco Trovato, Flachi, calabresi, e i siciliani Fidanzati, Santapaola e Miano, nonché i campani Schettini e Medda e i pugliesi Caputo e Annacondia.

Ecco, Milano ha già ospitato un “consorzio”, per quanto declassato dall’autorità giudiziaria. Lo ha già ospitato e, forse, non appare del tutto strano se, fra i nomi della nuova confederazione mafiosa – quella oggetto delle attuali indagini –, si ritrovi, per quanto riguarda la compagine siciliana, quello del clan Fidanzati, Giuseppe e Stefano, figlio e fratello del boss Gaetano. A volte ritornano, certo. Il pm ha individuato altre figure criminali: Massimo Rosi, della locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo, e le famiglie Iamonte e Romeo, tra le personalità calabresi; il già citato clan Fidanzati, per la Sicilia, le famiglie Nicastro e Rizzovillo di Gela, quella catanese dei Mazzei; mentre la camorra sarebbe stata rappresentata dai Senese, gruppo criminale già potente a Roma. Non manca neanche la presenza di Castelvetrano, feudo dello scomparso Matteo Messina Denaro, attraverso Errante Parrino, parente del boss defunto, o la famiglia Pace, vicina ai trapanesi.

Questa confederazione mafiosa non aveva un centro unificante per gli incontri, si spostava tra le cittadine di Dairago, Abbiategrasso, Castano Primo, Busto Garolfo, Inveruno e Cinisello Balsamo e da qui proponeva, pianificava, metteva in ordine gli affari. Affari ai quali, come in ogni vicenda mafiosa che si rispetti, davano agio le entrature politiche, o presunte tali. Ad esempio, l’appalto nelle carceri di Vigevano poteva, forse, contare sulla vicinanza dei Crea, appartenenti alla cosca Iamonte, all’ex vicesindaco Antonello Galiani – non indagato – di recente divenuto vice commissario regionale per Forza Italia. Galiani che, secondo le indagini, sarebbe stato utile ai Crea per progettare la ristrutturazione di oltre duemila alloggi popolari in Piemonte. E, sempre nell’orbita del mondo governativo, il “consorzio” avrebbe trovato contatti con personalità quali quella della ministra Daniela Santanché e della sottosegretaria all’istruzione Paola Frassinetti, con esponenti regionali della Lega o con amministratori pubblici locali quali il sindaco di Abbiategrasso, Cesare Nai, e l’ex sindaco di Vigevano; figura anche Lele Mora tra i nomi dei contatti in questione.

Tuttavia, nonostante l’imponente dossier investigativo, l’ipotesi del reato così come formulata dal pm Cerreti non è stata accolta dal giudice per le indagini preliminari, Tommaso Pace. Delle 154 misure cautelari chieste dal pubblico ministero, Pace ne ha accolte 11, rigettando le altre e provvedendo, però, al sequestro di beni per un valore complessivo di circa 225 milioni di euro. Le ragioni del mancato accoglimento delle richieste del pm sarebbero da rinvenirsi nel fatto che, a detta del gip, non vi è prova «dell’esistenza del vincolo associativo tra tutti i sodali rispetto al sodalizio consortile» né «dell’esternazione del metodo mafioso che deve caratterizzare l’unione tra persone e beni». Dunque, non una federazione unitaria, strutturata consapevolmente allo scopo di trarre profitto da tale unione e forte del cosiddetto “metodo mafioso”, ma «contatti tra alcuni appartenenti alle singole componenti criminali, per lo più basati su specifiche conoscenze personali». Decisione, questa, contro la quale il pm ha già proposto l’appello al Tribunale del Riesame di Milano.

Super-cupola sì o no, dunque? Molti commentatori, da Stefano Baudino de “L’Indipendente” a Luca Grossi di “Antimafia Duemila” a Davide Milosa de “il Fatto quotidiano”, paiono vicini alle ipotesi di reato avanzate dal pm. Milosa, in particolare, sviluppa in un lungo e informato articolo del 25 ottobre le sue osservazioni critiche nei confronti della ricusazione dei capi d’accusa e osserva, fra le altre cose, come le intercettazioni ambientali e i filmati mettano in evidenza una rete di rapporti complessa, pervasiva, un nuovo “mondo di mezzo” spregiudicato e capace di muoversi con abilità tra lecito e illecito.

Non è la prima volta che, a fronte di un dubbio su una verità giudiziaria, si sottolinea come la risposta al quesito odierno non muti, di fatto, la conoscenza generale e storica del problema. Come si è detto, molte vicende giudiziarie hanno attestato collegamenti importanti, per quanto a volte episodici, tra le mafie del nostro Paese. Si pensi, in tal senso, all’inchiesta “Hybris”, di cui si è dato conto su queste pagine nel marzo di quest’anno, relativa a presunti contatti tra Cosa nostra e ‘ndrangheta negli anni della tensione stragista, i primi anni Novanta. Senza contare, poi, quanto detto a proposito del “consorzio” degli anni Ottanta, a quel sodalizio che allargava le sue ramificazioni ad altri consorzi, a partire dai contatti con membri dei servizi segreti e con frange dell’estremismo nero.

Non è la prima volta che ci si trova dinanzi a un dato di questo tipo, ossia ai legami, non occasionali né effimeri, tra membri di Cosa nostra, della ‘ndrangheta e della camorra o della mafia pugliese. La notizia mi pare vada rinvenuta nel fatto che ci si ritrova dinanzi a un’evenienza già verificatasi anni e anni fa, con nomi per tanti aspetti diversi e con diverse finalità, ieri lo spaccio e oggi, soprattutto, la speculazione finanziaria. La notizia va anche rintracciata nel fatto che, quando qualcuno unisce i punti di collegamento tra episodi tra loro apparentemente distanti, qualcosa o qualcuno fa sì che tale cucitura venga disarticolata. La negazione è il grande gorgo nero in cui le mafie hanno trovato ristoro e risorse.

Forse ha ragione il giudice per le indagini preliminari, forse ha ragione Tommaso Pace. Non una super-cupola, non una struttura solidaristica e compatta, ma un aggregato sulla base di singole relazioni personali, niente summit unificati tra consorterie criminali, nessuna cabina di comando unica, ma decisioni discusse trasversalmente e senza punti di convergenza dichiarati e pianificati. Pure in questo caso, francamente, non mi sentirei un cittadino più tranquillo, non mi sentirei sollevato. E non lo sarei per svariate ragioni, a partire da quella più importante e scandalosa, per quanto ormai sia diventato un dato ordinario: ci si intrallazza comodamente tra potenti alla faccia di chi, un po’ ingenuo e sprovveduto, continua a parlare di diritti e servizi, di cittadini e democrazia. Gridare il re è nudo è un puro esercizio letterario, in un Paese che ha virato, da decenni, verso la cortigianeria e l’ammirazione per i re smargiassi, crapuloni e violenti. Una corte così sfacciata e presuntuosa da diventare cifra del concetto di governo della cosa pubblica, data in pasto alla mangiatoia privata dei tanti furbetti del quartierino, dei ras locali, dei boss dalla pistola facile ma sempre meno attiva. Non c’è bisogno di sparare nel Paese in cui i cavalli corrono anche soltanto con l’ombra della frusta o dietro alla carota del bisogno.

Non è necessario verificare se esista o meno una super-cupola a Milano e dintorni per sapere, con assoluta certezza, che le mafie di ogni ordine e grado hanno graffiato in profondità quella regione e quelle limitrofe. La notizia non è se esista o meno, ma perché ancora oggi dobbiamo attendere con poche speranze che “arrivino i nostri”, che qualche parola non retorica venga spesa dal ceto dirigente sulla questione mafie e sullo svillaneggiamento della favola bella chiamata repubblica democratica a cui, va detto con senso di responsabilità e tristezza e rabbia, parte di quel ceto ha contribuito.


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