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Sunday Morning


Lou Reed, Andy Warhol, Rock, Pop Art, chitarre elettriche, chitarre folk, un violino, un’arpa e un’immenso assolo di sax. Sullo sfondo il Teatro Antico di Taormina. Che altro chiedere ad un concerto?
martedì 19 luglio 2011, di Piero Buscemi - 426 letture

Qualcuno ha osato anche protestare, quando Lou dopo un’ora e quarantacinque minuti senza sosta, ha salutato il pubblico taorminese con un semplice “Thank you, I love you”, prendendo a prestito due inflazionati versi di una delle tante canzoni del panorama rock mondiale, e osando non concedere alcun bis alla sua performance.

Se questo “qualcuno” avesse avuto la pazienza e la curiosità di andare a leggersi la biografia di Lewis Allan Reed, forse avrebbe avuto meno da ridire sulla sua stanchezza artistica, leggendo 2 marzo 1942, accanto all’indicazione “data di nascita”.

L’altra sera, al Teatro Antico di Taormina, noi non ce ne siamo accorti. Non abbiamo notato alcuna fiacchezza creativa, né tanto meno una qualsiasi ipotizzabile e forse anche giustificabile, usura artistica.

Abbiamo assistito, invece, ad un altro capitolo della storia del rock internazionale, che si trascina da quarantacinque anni, sin dai tempi dei Velvet Underground, e che ha lasciato un solco permanente sulla nostra collezione privata di 33 giri, graffiati dal tempo e dalla nostalgia di una poetica catturata dalla distorsione di una Fender Stratocaster, accompagnata dalla musicalità del violino e addirittura di un’arpa, restituendoci una buona fetta della nostra vita che ci rende orgogliosi di un facile appellativo di “vecchio rockettaro”, che qualche pseudo-futurista ha voluto regalarci.

Come prevedibile, reed-warhol1 spulciando tra gli spalti del Teatro Antico, ottimi segnali di consenso generazionale ci sono pervenuti da una disparità del pubblico, che poteva annoverare il brizzolato che ha cantato i pezzi di Lou Reed a memoria, e la mamma trentenne con pargolo a seguito, eccitato più della madre da quella overdose di chitarre elettriche, nostalgici sintetizzatori e gli effetti di luce che si specchiavano sulle colonne greche, reggendo agevolmente un divario storico di circa tremila anni.

Certo, Lou ci ha messo del suo per non tradire le aspettative. Ha cominciato con dei pezzi degni del più tradizionale hard-rock, passando alla sua più tradizionale sonorità punk, ereditata dalle sue bizzarre frequentazioni con Andy Warhol, il tutto con l’unico obiettivo di infiammare il pubblico accorso.

Poi, imprevedibile come non mai, il fruscio d’eccitazione degli astanti ha fatto da cornice alla scena premeditata che ha visto accantonare i distorsori per lasciare il posto alle chitarre folk e immergersi nelle melodie di Sunday Morning e l’indimenticabile Sweet Jane.

A noi tutto questo è bastato, per ripercorrere una carriera musicale che difficilmente potrà essere emulata. Con undici pezzi della scaletta, Lou Reed ha saputo farci librare verso voli pindarici in quarant’anni di estrosità creativa, degna figlia della più pura Pop-Art.

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