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Sulla “trattativa”: Salvatore Lupo e l’antimafia “forcaiola”

In un articolo apparso qualche settimana fa su “Il Riformista”, il prof. Salvatore Lupo, docente ordinario di storia contemporanea all’Università di Palermo, dialoga sulla questione della “trattativa”.

di francoplat - mercoledì 13 ottobre 2021 - 733 letture

Sin dal titolo, “Il flop della Trattativa chiude il ciclo forcaiolo”, la posizione dell’intervistato e del giornale che ne accoglie le considerazioni è evidente: la tesi giudiziaria sulla “trattativa”, secondo Lupo, è palesemente errata e, in sé, risponde a una tendenza pluridecennale di tensioni fra poteri dello Stato, quello politico e quello giudiziario, davanti a una parte della società civile che si è, nel tempo, imbarbarita, sposando le tesi giustizialiste di alcuni magistrati. Non è la prima volta che il prof. Lupo si esprime con un giudizio di condanna o di bocciatura dell’impalcatura processuale elaborata da Nino Di Matteo e dai suoi collaboratori. La posizione più generale era già stata chiarita, ad esempio, in un volume comparso qualche anno, nel 2014 per l’esattezza, scritto a due mani con il professor Giovanni Fiandaca, ordinario di diritto penale all’Università di Palermo, dal titolo emblematico “La mafia non ha vinto” (Laterza).

Quella a “Il Riformista” non è l’unica intervista rilasciata dall’accademico, che ha avuto modo di esprimere il proprio giudizio sulla questione in altre testate giornalistiche, tra le quali “la Repubblica” (25 settembre), “Il Foglio” (25 settembre), “La Sicilia” (24 settembre). In generale, il pensiero di Lupo si organizza intorno all’idea che la mafia viva, da anni ormai, una situazione di difficoltà data dalla controffensiva dello Stato di fronte alla minaccia stragista degli anni ’90; minaccia che non vide interconnessioni fra apparati dello Stato stesso e componenti mafiose. In sostanza, per lo storico senese non ci sarebbe stata una “trattativa” così come dipinta dalle carte giudiziarie e sostenuta da una parte della società civile, ma un’offensiva poco cauta dal punto di vista strategico delle organizzazioni criminali, che alzarono il tiro senza rendersi conto che ciò avrebbe potuto rappresentare un potenziale pericolo per le loro posizioni di potere. Insomma, nessun gioco al rialzo stragista da parte di Riina, allettato dalla debolezza dello Stato che trattava con lui, ma una serie di scelte tutte interne a Cosa nostra.

Coerentemente con quanto va professando da anni, Salvatore Lupo esprime, dunque, la propria adesione alla recente sentenza della Corte d’Assise di Palermo sulla posizione degli ufficiali del Ros, non servitori infedeli, ma funzionari dello Stato impegnati in un’attività rischiosa, densa di insidie, ma non illegittima. Ma il pensiero dell’accademico è più sfumato e ampio. Non è solo la sentenza a essere presa in considerazione nella sua intervista a “Il Riformista” e negli altri quotidiani, ma quanto c’è attorno a quel verdetto, ossia un clima “forcaiolo” che Lupo vede come bubbone da far esplodere e da combattere. Sia perché quel bubbone si fonda su un assunto di rivalsa contro il potere – «la giustizia non è vendetta» dichiara a “la Repubblica” – che travisa il senso dell’operato della magistratura e la trasforma in un’arma di confronto-scontro politico, sia perché quel clima è, a suo giudizio, artefatto, falso. Ciò nel senso che la mafia non sarebbe quello spauracchio ventilato da alcuni, «quei magistrati o quei politici che gridano di essere nel mirino di Cosa nostra e di essere in pericolo di vita, quelli che agitano spettri di nuovi attentati, quelli che dicono che il carcere duro per i mafiosi è ancora necessario» (la Repubblica). In sostanza, il giudizio sulla “trattativa” sarebbe il banco di prova di uno scontro nel nostro Paese tra garantisti e giustizialisti, i “forcaioli”, tra quanti avrebbero una posizione rispettosa degli esiti processuali, favorevoli o meno alle proprie tesi, e quanti, invece, sarebbero mossi dal vento di un certo «populismo giudiziario», come definisce il portato ideologico di quei movimenti – vedi i 5 Stelle – che avrebbero ottenuto, sin dagli anni Settanta, un riconoscimento elettorale proprio in virtù dell’onda lunga degli umori ostili alla politica.

Ecco, dunque, l’orientamento di Lupo: la mafia è una realtà che serve, come spesso capita, per aprire discorsi altri. Uno di questi è, appunto, il problema della critica al potere, il cui volto brutale è stato disegnato per decenni da un segmento del Paese ideologicamente connotato e pronto a sfruttare gli strumenti che la lotta politica offriva, compresa una magistratura rampante, parte integrante di quel segmento. A sé stesso, Lupo affida il ruolo di filtro critico e correttivo di questa manomissione della realtà, malevola e non ingenua, aggressiva e intellettualmente scorretta. La critica alla critica, in sostanza.

Da un intellettuale come lui, in effetti, ci si aspetta proprio questo ruolo, ossia quello di coscienza critica e vigile. E tuttavia un appunto va fatto pure alla sua impalcatura analitica. Intanto, perché la lotta al potere non è un esercizio fine a sé stesso, ma un aspetto connaturato alla riflessione intellettuale in ogni luogo e in ogni tempo; il potere non è in sé cattivo, ma è difficile sostenere che sia strutturalmente buono e privo di venature torbide o criminali. Pensare che la gestione della cosa pubblica in Italia abbia conosciuto, negli ultimi decenni, un reale affrancamento del potere dalle organizzazioni criminali è discutibile. Non perché non sia potuto avvenire tale affrancamento, ma perché il professor Lupo pare minimizzare le molteplici evidenze di un sempre più stretto rapporto, nell’ultimo ventennio, tra la politica italiana, le consorterie mafiose e sacche sempre più ampie della cosiddetta “zona grigia”. Ci si riferisce, ad esempio, al lavoro del prof. Rocco Sciarrone, “Le mafie del Nord”, dove tale fenomeno è descritto con lucidità analitica, o al complesso della ricerca intellettuale del prof. Nando dalla Chiesa.

Ritenere la mafia indebolita perché non mette le bombe, pare anch’essa una prospettiva parziale ed erronea. È quanto meno opinabile pensare che il livello di allerta di un fenomeno come quello mafioso possa fondarsi solo sul dato della sua capacità detonante e di presa muscolare. La colata lavica di ramificazione della ‘ndrangheta al Nord e fuori dall’Italia non è avvenuta tra gli strepiti e le esplosioni, eppure quell’associazione criminale sembra viva e vegeta. Semplicemente non urla. E, forse, non urla perché non bisogno di far saltare in aria magistrati e pelosi giornalisti, perché può contare sulla capitalizzazione di rapporti, per così dire, cordiali con pubblici amministratori e liberi professionisti. È una mafia forse più educata, non meno rapace né meno cancerogena.

Fa bene, comunque, il professor Lupo a chiedere che le mafie non siano presentate come un moloch inestinguibile, a chiedere che un certo catastrofismo o una certa vena amara siano corrette da una visione ampia e di lunga durata del fenomeno, più ottimista, forse, o, meglio, più possibilista circa l’esito della lotta contro questo bubbone. Ma non può pensare che lo scetticismo circa la sua visione di una mafia che non ha vinto sia una posizione ideologicamente connotata, destabilizzatrice, foriera di parole d’ordine prive di riscontri oggettivi. Ascrivere tutti coloro i quali condividono la tesi dell’accusa al processo sulla “trattativa” al novero dei forcaioli è quanto di più intellettualmente debole possa esserci. In questo modo, l’accademico opera quella reductio ad unum che lascia perplessi: dunque, non essere garantista secondo i suoi parametri vuol dire essere pronti a far penzolare in piazza, almeno metaforicamente, i corpi di innocenti per avvalorare la tesi delle brutture del potere?

Il giudizio che emerge dalle sue parole, sin dall’esplicita distanza nei confronti dell’operazione politica dei movimenti sorti a partire dagli anni Settanta, la sua visione della nostra storia repubblicana fanno venire la tentazione di collocarlo in una tradizione liberal-moderata di grande prestigio, che ha impreziosito spesso la vicenda intellettuale di questa nazione, espungendo gli spigoli aspri di ogni estremismo. Tuttavia, ciò non lo colloca automaticamente in una prospettiva privilegiata di esclusivo possesso degli strumenti critici e di analisi della contemporaneità. L’antimafia “forcaiola”, come l’accademico denomina il movimento di opinione sostenitore a priori dell’idea del patto scellerato fra Stato e mafia, non pare troppo diversa, per rigidità ideologica, dal fronte eterogeneo al quale Lupo sembra appartenere, quello cioè che dà l’impressione di voler scansare con fastidio ogni ipotesi di deviazione degli apparati di potere dal loro alveo democratico e che vede con sospetto i movimenti di “popolo”.

Questa difesa del potere contro ogni accusa, questa puntuale ricostruzione che, da un lato, mette i cattivi, cioè i mafiosi, e, dall’altra, i buoni, cioè i membri del potere, suona a vuoto o suona parziale. In questo Paese, scompaiono documenti importanti dalle tasche ancora calde dei morti eccellenti, i latitanti riescono a sfuggire alla cattura pur presidiati dalle forze dell’ordine, gruppi eversivi e gruppi mafiosi si incontrano, sodali, nelle carte processuali di parte rilevante della storia criminale e terroristica nazionale, le relazioni semestrali della Dia compongono un quadro di crescente ramificazione del fenomeno criminale in tutta la penisola, la mafia rappresenta un brand di grande successo in tutto il mondo, la cocaina gira a fiumi per tutto il globo grazie all’impegno interessato della ‘ndrangheta, alcune regioni, come la Calabria, hanno conosciuto così tanti commissariamenti della pubblica sanità da rappresentare un primato. Perché, quindi, dovremmo accogliere, con benevolenza e fiducia, l’idea che le organizzazioni mafiose siano presenti ma deboli e che questa resistibile ascesa non sia da addebitarsi a certe complicità e connivenze con un potere distorto e illiberale, se non criminale, lontano da qualsiasi forma di reale moralità democratica, o con una società civile anestetizzata nel suo civismo, fra le altre cose, da decenni di negazione dell’esistenza stessa della mafia?

La ragione di Stato non è un idolo e non è un farmaco che possa raffreddare l’animo di chi non ritiene il potere politico sopra tutto e sopra tutti. «Chi comanda ha da dar conto», scriveva il Verga de “I Malavoglia”; un conservatore, non un noto sobillatore di popoli.


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