Sulla circumetnea

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di Redazione Cartamenù - mercoledì 25 aprile 2007 - 8635 letture

L’ultima volta che ho viaggiato sulla littorina della circumetnea è stato circa cinquant’anni fa, ero un bambino, adolescente, viaggiavo, quasi sempre, in estate.

Da bambini fare un viaggio è un’esperienza meravigliosa. Negli anni cinquanta non erano iniziati i grandi viaggi nazionali e intercontinentali di oggi. La vita era semplicemente respirata tra piccole cose, Catania era più piccola, più paesana, forse si ci conosceva di più, si camminava di più . Allora, viaggiavo sempre con mio padre e mia madre. Mio padre era un uomo bellissimo, alto biondo, con gli occhi verdi, d’origine slava, ma ormai tutti parliamo IN FAMIGLIA a“ccaccarara”, cioè in siciliano d’hoc, e tutti i parenti sono figli “ddò liotru”.

Prendevamo la littorina per andare nella località di Passopisciaro, nel comune di Castiglione di Sicila, dove avevamo una casetta piccola, non mancavano le comodità, antica casa, con il gabinetto che si trovava fuori, in giardino in una casupola minuscola, vicino alle stanze da letto.

Con mio padre e mia madre partivamo la mattina presto.

A volte andavamo con il fratello di mia madre che aveva un’auto fiat- seicento, una seicento nuova degli anni cinquanta, facevamo il giro inverso, prima Acireale, Giarre, Piedimonte. A me piaceva la “littorina”, nell’auto stavo stretto, al chiuso.

Con la littorina potevo vedere di più, stavo più comodo. Il viaggio in ferrovia è diverso, più riposante, la possibilità che la mamma mi passasse con calma un dolcetto: si mangia meglio.

Oggi, negli anni del consumismo senza limiti, prendere la “littorina”, come si chiama ancora, è come fare un viaggio poetico, un viaggio nel passato,perdere tempo, un’analisi della nostra infanzia, come stare nel lettino dello psicanalista e raccontargli tutte le storie di quando eravamo piccoli, felici con poco.

La strada l’ho voluta fare tutta: da piazza Galatea a Riposto, mi sono abbandonato, di mattina presto a questi ricordi, raccolti in fretta, in una mattinata di dicembre, chissà perché.

Diventando vecchi, si ritorna bambini, si afferra la vita con le mani aggrappandosi.

L’aurora era appena passata, sono sceso nella “underground”, come si dice oggi( parlando un pò sofisticati, in inglese).

Oggi è un’occasione unica, ritorno indietro di cinquant’anni, oggi il grande miracolo: si ritorna bambini.

Alle sette del mattino non c’è anima viva nella “underground” catanese. La stazione metropolitana di piazza Galatea è bella, più bella delle metropolitane di Roma e di Milano.

Scendendo nel sottosuolo avvolto dalle pareti lucide di mattonelle bianche brillanti, mi accorgo che non c’è controllo, nessun impiegato, nessun viaggiatore solitario come me.

Probabilmente sono spiato dalle telecamere.

Nel marciapiede, nel sottosuolo, vicino alle strette linee ferrate, dopo dieci minuti arriva uno studente, giovane, con libri e quaderni, mi guarda come se fossi un animaletto uscito da un giornalino dove si descrivono extraterrestri.

La mattina in questa stazione della metropolitana si ritrovano tutti, e si conoscono tutti, cambiano alla stazione Borgo, dove aspettano la coincidenza con i treni all’aperto che girano attorno all’Etna., verso Paternò, Randazzo, Riposto.

Alla stazione Borgo arrivo anch’io, un intruso, un curioso anziano che tutti guardano perché non l’hanno visto mai, un tale ch’è disposto a fare una levataccia, pur di ritrovarsi adolescente. Un bambino che , forse, vuole anche pensare a suo padre che non c’è più.

Ho portato con me le mie macchine fotografiche. Cattiva abitudine.

I turisti, quelli veri, sono sempre con le macchine fotografiche in mano, oggi con supertecnologiche camere digitali o piccoli gioiellini computerizzati.

Perché cattive abitudini?

Perché il turista non si abbandona alla novità, sta lì a “catturare” immagini, monumenti, vuole “avere” non vuole “essere”. Viviamo in una società dove tutto si deve” consumare” e consumare in fretta.

Il turista non si fa coinvolgere dalla poesia di piccoli sentimenti, emozioni, frammenti di visioni mattutine artistiche e non artistiche, ma piccole cose di un tempo che fu.

Uomini e cose della vechia Sicilia

Oggi no, sono fortunato, ho tutto il tempo a mia disposizione, posso guardare le vecchie littorine posteggiate, non più riparabili, dove un cane “cirneco” dell’Etna si avvicina con la gamba alzata profanado una vetustà che sa di fascismo, di saluti romani.

La circumetnea non è stata realizzata durante l’era del “fascio”, molto prima, dopo l’unità d’italia. Fu pensata dai Borboni, ma non fecero in tempo a costruire la strada ferrata. Garibaldi arrivò in fretta fece subito l’italia, qui.

La circumetnea, invece, non arrivò subito, dopo quasi venti anni dopo l’unità d’Italia.

Littorina fu il nome che gli diede il fascismo, da “littorio” o “fascio littorio”.

Scendono dal trenino, alle otto quasi del mattino, tanti studenti che si recano a Catania per studiare, c’è pure un vecchio di Maletto con la zampogna, arzillo, più tardi sarà ubriaco di vino.

Gli zampognari sono tutti di Maletto, una razza in via d’estinzione. Suonano davanti i presepi, ed è tradizione mai tralasciata che, alla fine della sonatine, gli si regali un bicchiere di vino, alla fine ritornano in paese ubriachi fradici, dormono nei treni delle circumetnea con la zampogna sullo stomaco, sazi, ebri, figli di un dio minore: Dioniso.

A Natale mancano solo due settimane.

Il trenino parte orgoglioso strisciando tra le lave di Nesima e mi siedo vicino a tanti viaggiatori che sono preoccupati della giornata un po’ nuvolosa. Piove, come si dice in Sicilia, “assuppa viddanu”, cioè con piccole gocce che non fanno male.

I Siciliani non amano la pioggia, si sentono a disagio.

C’è tanta gente sul treno. Non me l’aspettavo. La professoressa, biondina, carina, giovane, corteggiata da un bigliettaio lavativo,dolce ma lagnoso, che ride sempre.

Salgono tanti studenti, anche loro, lavativi, vanno a Misterbianco e a Paternò.

Paternò è una città importante, una città etnea dove ci sono più scuole.

Le giovani studentesse non sono come le ragazze siciliane degli anni cinquanta.

Negli anni cinquanta in queste”littorine”, s’incontravano ragazze che neanche ti guardavano, timide, senza fidanzato, accompagnate da genitori o parenti, era una Sicilia “islamica” ormai perduta per sempre. Ci descrivono ancora oggi, i settentrionali, con le donne in testa lo scialle nero, madonne con il velo, i vecchi e anche i giovani con la coppola nera .

Non ci sono più questi simboli d’una civiltà antica, i settentrionali sbagliano, non conoscendo, non visitando la Sicilia, non hanno mai capito nulla di noi.

Le ragazze, pure ragazzine, ora guardano negli occhi i maschietti, sono intraprendenti, vestono con jeans stretti e top provocanti. I ragazzi ( maledetti) non corteggiano più le ragazze, sembrano “passuluni”, cioè fichi maturi che cadono a terra senza essere “mangiati”. Le ragazze, a volte, cominciano con discorsi imbarazzanti del tipo. “ho lasciato Luca perché m’annoiavo, forse mi metto con Salvatore ch’è tanto carino, se solo fosse un po’ più vicino a me...”.

I maschi siciliani sono storditi, hanno perso un po’, forse molto, del dongiovannismo, si mettono, i tappi nelle orecchie per ascoltare chiassose canzoni, non guardano le ragazze che gli muoiono davanti.

La fine del maschio siciliano?

E le donne stanno a guardare....

Il trenino ora passa per Piano tavola, nell’area commerciale di Catania,. tra tante tante piante di fichid’india, che nessuno raccoglie, qualche bella pianta di zzamara, pianta grassa che in italiano si dice agave o aloe, gli immancabili agrumi di Paterno, la qualità sanguinello, qualche albero di limone e tanti uccelli caccarazze che volteggiano arroganti di ramo in ramo

Dopo Piano tavola , subito, la nuova, quasi pronta Etnapolis.

Etnapolis è una lunga e grande muraglia di cemento, un deposito lungo un chilometro, una megalopoli e non Etnapolis, non c’è nessuna tradizione greca da richiamare, è un “fatto” commerciale dove importanti lobby italiane e straniere hanno deciso che la Sicilia è un grande mercato di consumo.

Niente cambia, così ci considerarono dopo l’unità d’italia i “piemontesi”.

La lunga costruzione di cemento somiglia tanto al quartiere romano di Corviale, un lungo caseggiato, triste, una lunga casa popolare estesa un chilometro, un’idea pazzesca di costruttori post-moderni.

Etnapolis è grande, occuperà tanti giovani, niente male se ogni tanto si perde un “pezzo” di poesia.

Per fortuna la vicinissima stazioncina di Valcorrente ci restituisce la poesia del paesaggio che per pochi minuti avevamo perduto.

Valcorrente è una fragile stazione della circumetnea, circondata da fichidindia e con una piccola sala ch’è d’attesa con una porta antica arredata con tendine ricamate finemente. Purtroppo questa stazioncina minuscola, aggraziata, fra le lave e il verde solitario della campagna, rischia di essere trasformata in una grande stazione moderna per l’utilità di nuove e grandiose iniziative commerciali.

Nella stazione di Paternò mi sorprende una strana manovella, girata con ardore da un ferroviere imbaccuccato.

A “manuvella” arrotola un filo robusto d’acciaio che per mezzo di carucole in alto e, per tutto il prospetto della stazione, corre ad abbassare il passaggio a livello che impedisce alle automobili l’entrata nella città di Paternò.

Sinceramente non me l’aspettavo.

Sembra un gioco per fanciulli, fatto dai grandi, ma la ferrovia circumetnea è così. Speriamo che resti così ancora tanto tempo.

Prima di Adrano sfioriamo un campo di calcio mai completato da anni.

Spesso in Sicilia le opere pubbliche s’iniziano e non si completano. Può darsi che l’attività è ferma per ragioni di “carte”, cioè burocrazia, spesso perché rivalità politiche, inutili,impediscono il completamento;, spesso interviene l’autorità giudiziaria che si confonde tra le “carte” e poi si arriva tardi o con troppo ritardo in Cassazione.

I siciliani non sono fatalisti, sono contemplativi, è diverso; molti è vero si danno da fare e diventano ricchi, ma i siciliani non hanno perso la mentalità orientale, un po’ bizantina un po’ Levantina, araba.

Vediamo le coltivazioni di pistacchio fino a Bronte ed oltre.

Prima di parlare del pistacchio, una fermata del treno a Passo zingaro, scende uno dei pochi contadini rimasti a coltivare la terra, era salito nella vicina stazione di Adrano, seduto accanto a me, prima di scendere, mi aveva confidato che aveva l’auto guasta, che la circumetnea non gli interessava e la potevano togliere subito, anche se vecchio, troppo vecchio per lavorare ancora, non poteva abbandonare i suoi pistacchi che qui si chiamano pure: oro verde. Voleva solo la sua auto vecchia per spostarsi.

Costa caro il pistacchio, costa caro soprattutto raccoglierlo, poi bisogna pagare i contributi e i braccianti. I braccianti, sono, anche loro, una razza in via d’estinzione, ora anche stranieri; se lavorano trenta giorni ne vogliono “segnati” cinquantuno all’ufficio di collocamento.

Molti proprietari si lamentano per questi “pizzi”, ma poi pagano i contributi all’Inps in più, in fondo il prezzo del pistacchio è remunerativo.

I proprietari sempre si lamentano, ma il pistacchio è buono anzi eccezionale, come quello che si produce in Turchia, gli acquirenti pagano e guadagnano meglio rivendendolo in bustine, un po’ ridicole, ma carissime di prezzo.

Dopo Bronte il treno si prende d’affanno, a tutto gas attacca la salita verso Maletto, siamo nei pascoli alti di Maniace, il treno a Maletto raggiunge i mille metri d’altitudine: un record assoluto in Sicilia.

Maletto è il paese dei “picurara” dei silenzi tra il verde e le valli che sembrano alpine.

Pecore tra sassi pieni di muschio, brucano la “veccia”, un’erba di cui vanno ghiotte pure le vacche. Qui c’è l’alpeggio, estate ed inverno, il paesaggio ricordo il verde, il dolce verde incantato d’Irlanda.

Non occorre andare in Irlanda, a Sligo oppure a Galway, qui c’è un pezzo di terra anglosassone.

Anglosassone era Nelson, a cui i Borboni regalarono una bella e fertile ducea, per i suoi meriti militari: aveva fermato l’arroganza e prepotenza francese nelle acque di Trafalgar.

Tutto inutile, la rivoluzione francese fece il suo corso, nel bene e nel male.

La rivoluzione francese non è mai arrivata veramente in Sicilia. . E’ arrivata la rivoluzione delle “donne”, delle donne che lavorano, delle donne imprenditrici che hanno creato laboratori anche immensi dove si producono capi d’abbigliamento. Bronte, Randazzo, Maletto e alri paesi dell’Ennese e dei Nebrodi sono pieni zeppi di laboratori dove si lavora a “facon”.

Al Duca Nelson, come scrivevamo, fu regalata una ducea grande come un immenso feudo. Le malelingue, anche gli storici più precisi, affermano che il duca Nelson non venne mai a Bronte a vedere la sua ducea di Maniace

Può darsi.

Sono certamente arrivati i suoi eredi, suoi eredi erano quelle inglesine che venuti a godersi le vacanze in Sicilia, nella ducea del loro avo, per il grande caldo d’agosto, pensarono maliziosamente di spogliarsi nude completamente e fare il bagno in una piccola piscina, che esiste all’interno del castello di Maniace.

Erano tutte ignude e rilassate quando un “picuraro” curioso, nascosto tra cespugli e alberi non crede ai suoi occhi di siciliano arrapato.

Sarà stato il caldo, oppure un’astinenza forzata tra le pecore del gregge; insomma il “pastorello” non frenò e si lanciò correndo e focoso verso le inglesine nude e sprovvedute.

Il pastorello ebbe la peggio. Non ci fu l’orgia da lui prevista, ma un sacco di legnate con sedie di ferro che le belle e nude bagnanti inflissero al giovane in ardore.

Il pastorello fu ricoverato con prognosi riservata nel vicino ospedale e con diverse imputazione di reato: tentativo di stupro e altri . “Cunnutu e vastuniatu”. Cornuto e bastonato, perché ormai nessuno corteggia con modi garbati o all’inglese le donne...anche ignude, u “picuraru” poi, quando mai! Rimase rosso di lividi e in...bianco e con infinite grane con la giustizia.

Sfortunato pastorello di Maniace.

Torniamo a Maletto, che nel verde irlandese, si prepara al Natale con i suoi pochi zampognari che prendono la littorina della circumetnea per andare a Catania, per suonare davanti ai presepi montati da grandi e piccini.

Un’occasione per fare buoni soldi.

Scendiamo verso Randazzo.

L’Etna, come la chiamiamo noi: “a montagna” è piena di neve. Neve bianca e lava nera. Mongibello, dall’arabo: GEBEL, che significa montagna.

Tra Maletto e Randazzo un’immensa quantità di piante tipiche del paesaggio etneo.

Ho avuto la fortuna di restare sulla littorina con un appassionato palermitano d’insetti, un entomologo; si recava nel museo di Scienze naturali di Randazzo.

Da Maletto a Randazzo siamo rimasti soli in treno, e quindi abbiamo avuto il tempo di parlare. Ho ascoltato la descrizione di alcuni rari uccelli e rare piante che si trovano in Sicilia, non ho capito molto, invece, d’insetti, argomento per me molto difficile.

L’amico palermitano conosceva pure i cespugli, e mi raccontava che molte piante si trovano solo in Sicilia. Alcune piante sono velenose, come il tasso baccato che vive nei boschi etnei o nel bosco di Mangalaviti. I frutti del tasso baccato si possono mangiare, e gli uccelli ne sono ghiotti, ma le foglie sono velenosissime.

Nella campagna non è raro il finocchio marino,( come mai in montagna?), le violacciocche selvatiche, i capperi, ginestre, querce, bagolari, lo spino santo. Piante che magari ammiriamo ma non comprendiamo come si riproducano lì dai tempi in cui l’uomo non era neanche comparso sulla terra.

Tra Maletto e Randazzo si trova la grande vallata che scende fino alle contrade di Maniace. Petrosino,fondaco, e dietro la contrada di semantile, pezzo, poi la strada che porta fino a Tortorici e Alcara li fusi, ma siamo già nelle montagne dei Nebrodi.

In questo periodo invernale non si vedono molti uccelli, ma mi diceva il mio amico viaggiatore che con la stagione dei fiori, si possono ammirare tante specie di volatili, grandi e piccoli, a portella mandrazzi o portella femmina morta.

Una volta,. non tanto tempo fa, in Sicilia volavano i grifoni, uccelli dalle immense ali; scomparvero perché mangiavano i corpi morti delle volpi avvelenate.

Le volpi erano un flagello per i contadini; i grifoni, invece, uccelli d’ammirare nei loro ampi volteggi. Spesso per il cattivo ci va dimezzo il buono. Così con l’avvelenamento delle volpi sparirono pure i grifoni.

I cattivi rimangono lo stesso: le volpi sono sempre presenti nei boschi dell’etna e non è raro incontrarle; i grifoni, purtroppo, sono spariti.

Il mio compagno di viaggio, entomologo palermitano mi ha riempito la testa di strani nomi, nomi di piante e uccelli, non posso ricordarle tutte. Mi chiedevo dentro di me, quante piante ci sono in Sicilia e quanti animali piccoli e grandi.

Come siamo ignoranti delle cose di questa terra.

Gli entomologi studiano solo gli insetti, ma finiscono per conoscere tutto il genere umano e tutte le piante.

A Randazzo sono sceso insieme al mio nuovo amico palermitano, incontrato in treno .Siamo andati insieme nel museo di scienze naturali di Randazzo. Il museo è bellissimo, ma io non ho resistito molto a tutte le spiegazioni approfondite e logorroiche; alla descrizione di tutti gli uccelli che ci guardono fissi, immobili, imbalsamati testimoni di una natura bella e a volte irrecuperabile.

Troppi nomi, troppe piante, troppa ignoranza la mia.

La Sicilia delle piante e degli animali è una Sicilia tutta da scoprire (almeno per me!)

Ci siamo salutati davanti ad un caffè corretto bevuto in un bar di Randazzo. Bar antico d’almeno cento anni, dove un paffuto proprietario ci spiegava gli intonaci liberty che erano stati recentemente restaurati.

Stucchi restaurati male; ma lo stile, l’arte, l’atmosfera del tempo che fu c’era, si faceva strada fra rozze ridipinture.

Col mio occasionale amico ci siamo salutati e sono ritornato nella stazioncina di Randazzo.

La littorina della circumetnea, da Randazzo a Riposto, attraversa un paesaggio verde e ormai poco coltivato.

Pochi passeggeri, sembra un trenino per oziosi come me.

Due fidanzati che si punzecchiavano dispettosi, una polacca che mi spiegava come la littorina non si fermava più in tutte le piccole stazioni.

Passò pure dritta davanti alla stazione di Passopisciaro.

Per potersi fermare bisognava dirlo prima al conducente del treno. Poco male, potevo andare a Passopisciaro in auto, in un’altra occasione, o forse mai.

I ricordi bisogna lasciarli come sono, fissi, immobili, lievemente dolci e inutili, tutti o quasi nel sogno . Rivedere la casa d’estate che non è più di proprietà, non è una bella soluzione.

La giornata la stavo passando rilassandomi, perché aggravarla di rimpianti?

Lontano, il bosco di Malabotta, nell’agro di Moio Alcantara, tutta Valdemone, ma la littorina da Piedimonte corre, gira lesta verso Nunziata di Mascali, brevissima sosta e poi il mare, il porto di Riposto.

Il viaggio sta per finire; s’intravedono le piccole navi accostate alle banchine del caricatore.

Il mare Jonio, il mare dei Greci.

Il porto di Riposto era un porto importante nell’ottocento, ma anche molto prima; porto commerciale ed ora anche un po’ turistico.

Oggi è giornata di scuola e di lavoro, ho molto oziato con questa littorina che gira tutta l’Etna.

Non posso ritornare a Catania, il trenino si ferma qui.

Posso rifare la strada al contrario, non mi conviene: sono ritornato di nuovo bambino.


L’articolo di Santo Catarame, 7 dicembre 2005, è stato pubblicato su Corrieredaristofane n. 58


- Ci sono 2 contributi al forum. - Policy sui Forum -
Sulla circumetnea
4 maggio 2008, di : luitos

Articolo bellissimo! Hai fatto rivivere le forti e semplici emozioni dell’infanzia. Hai stimolato ricordi su tempi lontani, che vorremmo potessero tornare. Mi hai ricordato papà (giovane e bello) e mamma (allora pudica studentessa universitaria), che oggi non sono più. Mi hai fatto tornare bambino. Anzi, il bambino l’hai fatto uscire, liberato, da quella corteccia che ormai ci racchiude un po’ tutti. Forse per mimetizzarci, forse per difenderci dai pericoli della vita, forse per adattarvici, forse semplicemente per sopravvivere. Una buccia che a volte con l’età, si ha sempre più voglia di abbandonare, di togliersi di dosso per sentirsi più leggeri, più liberi di essere se stessi. Per tornare di nuovo bambini, ma comunque, grandi "piloti di Littorine" e tutta la Circumetnea ancora davanti da percorrere. Bravo e grazie. Un Valverdese, fotoamatore, tecnico in istituto di ricerca, cresciuto a Catania, nato a Roma ma da genitori Biancavilloti (Circumetnei).
Sulla circumetnea
21 maggio 2008, di : Maurizio

Mi spiace non ti sia fermato a Passopisciaro. Adesso è molto cambiato rispetto a quegli anni. Non so se in male o in bene. Dipende da quale punto di vista guardiamo. Hai ancora contatti, amici qui? Posso darti qualche notizia?