Sei all'interno di >> :.: Primo Piano | Guerre Globali |

Sugli scontri in Algeria e Tunisia


Come al solito l’Occidente tende a una lettura riduttiva dei tragici eventi in Nord Africa. Non deve essere così. E’ il sintomo di un disagio generalizzato che potrebbe anche attecchire qui da noi.
martedì 18 gennaio 2011, di Emanuele G. - 676 letture

Molti di voi sapranno che in Algeria e in Tunisia sono in atto violente rivolte a carattere sociale. La politica non c’entra nulla. Apparentemente nessuna organizzazione politica o religiosa è ispiratrice dei tragici fatti che stanno mettendo a ferro e fuoco l’Africa Magrebina. Piuttosto, la causa è da invenire nello stato di estremo disagio in cui versano ampi strati di quelle popolazioni. Disagio dovuto a una drammatica disoccupazione, a una cronica mancanza di prospettive e a una spaventosa quanto endemica fame. Chissà come Albert Camus avrebbe raccontato i fatti...

Devo ammettere che la lettura che si è data in Italia su quanto sta accadendo sulla riva meridionale del Mar Mediterraneo è alquanto deludente. Ci si è limitati a raccontare la storia. Qualche informazione generale più il numero dei morti. Punto e basta. Applicazione monocorde del diritto di cronaca, ecco. Nessun accenno, al contrario, sulle ragioni di fondo e di scenario. Dire certe cose non è conveniente. Potrebbe far venire in mente a qualcuno idee strane. Eppure, è opportuno interrogarsi. A fondo. Con coraggio. Per una semplice constatazione di fatto. In un mondo globalizzato quale è il nostro le cause - spesso - non sono quasi mai vicine ai luoghi dove avvengono i fatti. D’altronde, sono fermamente convinto che il nodo centrale sia il prezzo a livello internazionale delle materie prime agroalimentari (o "commodities"). Converrete che tale meccanismo di determinazione del prezzo standard non si forma mica a Orano o a Sfax. Ma a migliaia di miglia in ambienti che non hanno nulla a che vedere con l’agricoltura. Attività umana sempre più pervasa da allarmanti giochetti geopolitici. Guarda caso i prezzi delle "commodities" agroalimentari sono al momento in fase di netto rialzo.

Cosa sono, dunque, le "commodities"? "Commodities" è un termine inglese di provenienza francese che indica un bene per cui c’è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato ed è fungibile. Ossia il prodotto è lo stesso indipendentemente da chi lo produce, come per esempio il petrolio o il latte. E’ un termine entrato oramai nel gergo commerciale ed economico per la mancanza di un equivalente italiano col significato di ottenibile comodamente, pratico. Una "commodity" (accezione al singola del termine) deve essere facilmente stoccabile e conservabile nel tempo, cioè non perdere le caratteristiche originarie.

L’elevata standardizzazione che caratterizza una "commodity" ne consente l’agevole negoziazione sui mercati internazionali. Le "commodities" possono costituire un’attività sottostante per vari tipi di strumenti derivati, in particolare per i future.

Una delle caratteristiche di una "commodities" è che il suo prezzo viene determinato dal mercato. Generalmente le "commodities" sono prodotti agricoli o prodotti di base non lavorati come l’oro, il sale, lo zucchero, il caffè.

La c.d. "commodification" accade quando beni o servizi di un determinato mercato perdono la loro differenziazione. Spesso questo avviene quando c’è una diffusione della conoscenza per offrire efficientemente quel determinato prodotto o servizio. Alcuni esempi di "commodification" possono essere medicine non più protette da brevetto o microprocessori la cui tecnologia è diventata pubblica e la cui produzione esclusiva non è più garantita da contratti.

Le principali "commodities" agroalimentari negoziabili sui mercati internazionali sono:

* agricoli

- avena

- farina di soia

- frumento

- mais

- olio di soia

- soia

* coloniali e tropicali

- cacao

- caffè

- cotone

- legname

- succo d’arancia

- tabacco

- zucchero

* carni

- bovini

- bovini da latte

- maiali

- pancetta di maiale

Le "commodities" sono negoziate, principalmente mediante contratti denominati "futures", nei seguenti mercati:

* New York Mercantile Exchange (NYMEX) - negozia alluminio, carbone, rame, petrolio greggio, energia elettrica, benzina, oro, nafta, gas naturale, palladio, argento, propano, platino

* Chicago Board of Trade (CBOT)

* Intercontinental Exchange (ICE) precedentemente noto come International Petroleum Exchange (IPE)

* Chicago Mercantile Exchange (CME)

* London Metal Exchange (LME)

* New York Board of Trade (NYBOT) - negozia cacao, caffè, cotone, alcol etilico (etanolo), pasta di cellulosa, zucchero, succo d’arancia concentrato

* Euronext.liffe - filiale dedicata alle negoziazioni di "futures" e opzioni dell’Euronext, la borsa valori nata nel 2000 dalla fusione delle borse di Amsterdam, Parigi e Bruxelles.

Gli indici di prezzo sulle "commodities" sono stati creati con lo scopo di fornire degli indicatori sull’andamento delle materie prime sottostanti, o su un loro sottoinsieme tematico (ad esempio, metalli o energetici). I principali indici sono:

- SP Goldman Sachs Commodity Index

- Dow Jones-UBS Commodity Index

- Reuters/Jefferies CRB Index

- RICI Jim Rogers Index

- Commin Commodity Index

In caso vogliate ottenere maggiori informazioni e seguire l’evoluzione del prezzo delle "commodities" sui mercati internazionali vi consiglio due siti:

- Il Sole 24 Ore (Italia)

- Bloomberg (Stati Uniti)

Qualche riga più sopra accennavo al fatto che il prezzo delle "commodities" agroalimentari sono in netto rialzo. Almeno al momento. Ciò significa che le aziende di trasformazione delle medesime devono pagare più caro il loro acquisto. Innescando tutta una serie di aumenti a catena che terminano con il consumatore. Consumatore costretto a modificare, anche radicalmente, le proprie abitudini alimentari perché non può acquistare il cibo. Consumatore che non ha coscienza che la ragione prima è un amorale giochetto a monopoli di lobby comodamente sedute in lussuosi loft newyorkesi o londinesi. E c’è il rovescio della medaglia. Altrettanto amorale. Il povero agricoltore che produce il grano o il cotone viene pagato con prezzi ridicoli perché i signori della finanza comprano a costo zero e, stipulando contratti "futures", lucrano sulle oscillazioni dei prezzi standard. Ingegnosi.

Oltre a Camus vorrei chiedere a Adam Smith, padre del liberalismo economico, cosa ne pensa delle tragiche conseguenze a cui un capitalismo disumano sottopone l’uomo contemporaneo. Cosciente che la libertà economica sia uno degli aspetti fondamentali della libertà dell’uomo, ma a tutto c’è un limite. Un limite ampiamente superato. Purtroppo.

Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -
Stampa Stampa Articolo
:.: Condividi

Bookmark and Share
:.: Articoli di questo autore
:.: Articoli di questa rubrica
:.: Articoli più recenti
Girodivite - Segnali dalle città invisibili è on-line dal 1994. Quotidiano telematico e cartaceo, registrazione presso il tribunale di Catania n.13/2004 del 14/05/2004. Redazione: via Antonino di Sangiuliano 147 - 95131 Catania. Contatti: giro@girodivite.it (mail max 200kb) ::: Puoi syndacare le nostre notizie attraverso il file backend.php (XML RSS 1.0 format). Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto le licenze Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike, che tutelano la possibilità di ripubblicarli, previa autorizzazione per fini commerciali.