Io non sapevo più che età avevo, Lui mi disse che ne aveva trenta.......
Il cielo era minaccioso venerdì sera a Castellarte. Aspettavo gli altri clown, di solito arrivo in anticipo. Tengo la moto del tempo, e per me è più facile rispettare gli appuntamenti, parto è arrivo quando voglio tanto è solo un problema di sconfigurazione spazio-temporale.
E, già quella sera a Capo Castello di spazio ce ne era tanto ed anche di temporale.
E, così, nel frattempo che aspettavo il loro arrivo, mi sono fatto un viaggio in Polonia, Ucraina e Russia in buona compagnia.
Anche li facevano sagre, e così ho gustato piatti squisiti. Di uno la "mimosa" mi so preso pure la ricetta qualche volta ve lo faccio.
Quando poi o pio (ma?) sono tornato a Capo Castello diluviava ancora.
Mi sono riparato sotto un portone lì nel borgo antico di Capo Castello.
C’era con me un bengalese che si riparava anche lui da un torrente d’acqua che veniva giù dal cielo, mentre saette squarciavano la notte, la sua pelle scura e la mia.
Io non sapevo più che età avevo, Lui mi disse che ne aveva trenta. I temporali quando ti prendono in questo spazio angusto di portoni mi hanno fatto sempre un po’ paura, ma a lui lo vedevo tranquillo.
Così mi raccontò dei suoi monsoni, dei suoi perenni allagamenti e che quel poco d’acqua che stava facendo li a lui gli sembrava veramente cosa da poco. Lui ne aveva subiti molti di allagamenti nei suoi anni, tanto da non poterne più. E, cosi aveva deciso di partire dal suo paese il Bangladesch per l’Italia con un sogno nella sacca...
Il suo viaggio però, a differenza dei miei che durano un nanosecondo, era durato tre mesi, per arrivare fin qui sotto questo portone.
Nel frattempo giunse Nannalisa: “..aoh, Nanos!... mi sembrava averti visto, nel mio sogno, al riparo di un portone. Io correvo per salvare ciò che resta del tendone. Fratelli, amici, clown,… non ricordo più?! Ricordo di una danza con l’intera nostra tribù … vado un attimo a cercala, ci vediamo dopo!”..."Non fare tardi però...anche se la serata è andata a male ormai!" ..le gridai mentre sotto un torrente di pioggia scompariva nei vicoletti.
E, così continuai il mio viaggio, adesso a piedi, in compagnia del ragazzo bengalese di cui non ricordo neppur più il suo nome, e quando poco fa gliel’ho richiesto (di nuovo) per scriverlo qua in questa sua storia, lui mi ha detto: “…l’ho dimenticato anch’io il mio nome,…..adesso non posso averne più uno....mi sono fatto una magia anch’io sai come te... devo scomparire, se no mi rispediscono nel mio paese …… sai ci vogliono solo dieci ore per ritornare, con l’areo!”.
Lo dico sempre che il tempo non esiste è solo un punto di vista.
Eravamo arrivati, anzi siamo arrivati dopo due mesi di marce forzate, passaggi su cassoni di camion, pieni di paglia e merda di animali da macello, al confine con la Libia, fa caldo e siamo tutti impolverati affamati e morti di sete.
C’era la polizia ad aspettarci con minacciosi manganelli tra le mani. Quando ci hanno visto arrivare sporchi di merda e con stracci di vestiti addosso, ci picchiarono gridando :...“morti di fame!”.
Lui gridava felice e sorridente: “… resuscitato adesso, perchè prima… non sentivo neppure più il dolore!”.
Ma allora ero morto anch’io? Non sentivo dolore!
Nannalisa ci raggiunse con garze e cerotti, lei è un pò crocerossina: “Ah! Ecco perché nel mio sogno partecipavo ad un dolore, sentivo mio il tuo ed il suo …. e questa mattina quando mi sono svegliata le braccia, le mani e le caviglie … erano gonfie e dolenti …. ”.
Gonfi e dolenti adesso come queste gocce d’acqua che battono il selciato, insistenti da più di un’ora, mentre ancora prigionieri del portone eravamo riusciti almeno ad eliminare le bolle del filo e dei manganelli spinati.
Una spina però a lui gli era rimasta nel cuore.
E, così mi confidò il suo sogno:”… adesso voglio stare qui in Italia per imparare a fare i gelati.”
E, così stese un tappeto sul pelo del torrente d’acqua che scendeva giù per il vicolo dei Fornai facendosi portare via dalla corrente....
“Ciaooo amicoooo mioooo!!!”..mi gridò da lontano.
Da li a poco finalmente mi raggiunse Caramella.
Si dondolava con i suoi piedi a pinna di papera nel tentaivo di trasformarsi in cigna, lei si era colorata tutta, anche se le sue mani a tenaglia nascondevano ancora dolori perchè incapaci di abbracciare?
Avevamo appuntamento il giorno prima alle nove del mattino e poi ancora il giorno dopo alle dieci e mezza davanti alla stazione della funiculare per salire su a Montevergine, ma quando arrivò era già sera ed io l’avevo aspettata invano. Si era svegliata tardi la mattina.
Mi carezzò con la sua mano di plastica....e mi chiese: “Ti do una mano, a portare le valige al sicuro?", ...anche se nutriva la speranza di un rifiuto perchè a stento si porta da sola.
“No, stai tranquilla… adesso mi è passato il dolore alle caviglie.”...gli risposi pensando ancora alle botte che mi ero preso.....e sicenramente la sua mano di plastica fredda senza nessuna morbidezza e calore mi faceva un pò senso e paura.
E, così gli lessi questa storia del viaggio durato tre mesi del ragazzo bengalese partito un giorno per venire i Italia ad imparare a fare i gelati.
“L’hai scritta tu?” …mi chiese Caramella…. “No!”, … gli risposi … “... Sai queste storie le lasciano a terra sotto i portoni....specialmente quando piove...sperando che qualcuno le raccolga e le racconti.”
di Nanosecondo