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Sto vivendo sulla terra degli umani o no?

Intendo riferirmi alla situazione dove sono stati precipitati i tarantini dalla presenza dell’ILVA o meglio dal pessimo modo in cui sono stati gestiti il suo insediamento e il suo sviluppo.
di Gaetano Sgalambro - martedì 19 novembre 2019 - 457 letture

O io, senza saperlo, faccio parte del modo di pensare di un altro pianeta o io fui lasciato, ben tanto tempo fa, dalla cicogna su un pianeta sbagliato. E’ questa la domanda alla quale non so darmi una risposta.

Entro nel merito del mio busillis, definito così proprio per sdrammatizzare quella che per me appare la sua sostanza: drammatica! Intendo riferirmi alla situazione dove sono stati precipitati i tarantini dalla presenza dell’ILVA o meglio dal pessimo modo in cui sono stati gestiti il suo insediamento e il suo sviluppo.

Essi da moltissimi anni sono chiamati a scegliere tra lavorare, mantenendo l’ILVA con il suo grave inquinamento ambientale, o salvarsi dal suo inquinamento, dismettendola e bonificandone l’area.

Brutalmente il dilemma è rappresentabile come segue: devono scegliere se morire di fame o di cancro. Ma c’è dell’altro! Come se questo non fosse già troppo.

Nel destino dell’ILVA, che oggi appare particolarmente incerto, è coinvolto quello di buona parte del sistema produttivo ed economico del paese. Questo è il dramma che la classe dirigente, i media, i sociologi e i sindacalisti stanno presentando all’opinione pubblica, il quale sul tavolo politico, semplificandolo al massimo, si giuoca tra il trovare il modo di costringere o di convincere l’ArcelorMittal, l’attuale affittuaria degli impianti dell’Ilva, a rispettare l’impegno contrattuale che vuole dismettere o il trovare un’altra proprietà finanziatrice.

Ma è giusta questa strategia? Ma è questo il cuore del problema dei tarantini e del paese?

Per dare la mia risposta entro nella questione contrattuale solo per estrarne il seguente dato d’interesse: l’impegno finanziario dell’ ArcelorMittal per la gestione del progetto industriale e per i provvedimenti di bonifica ambientale dell’ILVA, come da contratto, ammontano a 2,4miliardi di euro in 7 anni.

Alcuni sindacalisti, che sembrano attendibili, dicono che l’impegno contrattuale è sotto finanziato e che di miliardi ne occorrerebbero circa sei. Presa per efficace questa cifra massima, io mi dico:

posto che è stata decisa dal Consiglio dei ministri la sterilizzazione in debito dell’IVA per 23 miliardi, come da finanziaria prossima, e che tale trista operazione di bilancio, ad effetto zero, in se consista nel saldare un debito di oggi, accendendone uno nuovo, a scadere sulle spalle di figli e nipoti;

posto che si sarebbe potuto saldare detto eccesso di disavanzo di bilancio, conseguente agli impegni assunti con l’UE, con l’aumento di alcuni punti dell’IVA, a detta di Tria senza grossi scompensi sul sistema economico, o con lo strumento della fiscalità generale, opportunamente differenziato (pare che avrebbe comportato un aumento medio di 100 euro/anno di tasse per ogni cittadino);

per quale motivo questi 23 miliardi a debito non sono stati destinati ad affrontare e risolvere, una volta per tutte, il grave problema dell’ILVA, che è di Taranto e del paese insieme, e magari di qualche altro problema strategico? Ricavandone un ritorno strutturalmente vantaggioso per la collettività?

Certo che non è sufficiente trovare il finanziamento per risolvere definitivamente situazioni strategiche così complesse, resterebbero aperti altri seri aspetti. Ma l’unico veramente pregiudizievole è quello economico, gli altri sono tutti risolvibili: solo che i politici non ne affidino il compito ad esperti amici di partito, ma ad esperti veri e seri.

Mi sembra inverosimile che si voglia sacrificare un interesse così strategico per il sistema economico, produttivo e sociale del paese, a un malcelato orgoglio di natura elettorale.

Un’altra cosa mi sembra inverosimile: che sia solo io ad avere mosso un rilievo del genere.

E ove non fossi smentito, ci sarebbe da preoccuparsi moltissimo: si dovrebbe concludere che per gli italiani evitare a tanti la morte certa per cancro, offrire a tantissimi un’occasione di lavoro e risolvere un problema seriamente strategico per il paese non valgano uno straordinario sovraccarico di tasse (ritenuto sopportabile da alcuni seri esperti).


Errate corrige: “Sto vivendo sulla terra degli umani o no?”

Chiedo scusa ai miei coraggiosi lettori per avere riportato, nel post di cui sopra, un dato, grossolanamente indicativo, assunto dalla stampa senza averlo verificato, nonostante non ne fossi proprio sicuro.

Se si volesse valutare nel suo peso totale basterebbe fare questa semplice divisione: 23mld. di euro/60mln cittadini = euro 383,3/ per cittadino. Non 100 euro come ho scritto nel post, di cui riporto il brano incriminato: “… posto che si sarebbe potuto saldare detto eccesso di disavanzo di bilancio, conseguente agli impegni assunti con l’UE, con l’aumento di alcuni punti dell’IVA, a detta di Tria senza grossi scompensi sul sistema economico, o con lo strumento della fiscalità generale, opportunamente differenziato (pare che avrebbe comportato un aumento medio di 100 euro/anno di tasse per ogni cittadino);”.

La cifra corretta è chiaramente maggiore, ciò nonostante non sposta la problematica essenziale della scelta, che è comunque pesante: vale la pena d’impiegare i 23 miliardi di debito per disinnescare l’aumento di alcuni punti dell’IVA, onde non appesantire la produzione e non contrarre il consumo nazionale? Scaricandone però il peso sulle spalle di figli e nipoti? O vale la pena d’ impiegarli per la bonifica e ristrutturazione dell’acciaieria di Taranto (e magari anche in altri settori di pari portanza) con vantaggiosi ritorni permanenti sul piano della salute, dell’occupazione nazionale, della produzione industriale e in definitiva dell’economia?



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