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Stella Moris Assange: “Cari giornalisti italiani, siete nel mirino anche voi. Insieme ai vostri lettori”

Un articolo di Patrick Boylan (Pressenza).

di Redazione - domenica 12 marzo 2023 - 1801 letture

Stella Moris Assange lancia un grido d’allarme a tutti coloro che fanno il giornalismo con coscienza. E anche a tutti coloro che ne dipendono per tenersi informati. Il Potere sta cercando di bendare e imbavagliare non solo Julian, ma anche la stessa informazione libera e il nostro #DirittoDiSapere.

La Sala dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio era stracolma martedì scorso [7 marzo 2023] per sentire Stella Moris, partner del co-fondatore del sito WikiLeaks Julian Assange, spiegare come l’accanita persecuzione giudiziaria di Julian è in realtà “un attacco alla libertà di stampa”.

“E’ un segnale”, ha detto Stella, voluto deliberatamente dal Potere “per scoraggiare gli altri giornalisti dal fare come lui”, un segnale che mette a nudo “ciò di cui il Potere è capace”. L’Europa ha pertanto il dovere di “mobilitarsi in difesa di Julian Assange” per salvare “la libertà di stampa e di espressione”.

La 39enne avvocata – e da sempre paladina dei diritti umani – ha lanciato questo suo appello nel quadro dell’incontro sul “Caso Assange e il diritto alla verità”, promosso dall’europarlamentare Sabrina Pignedoli con la collaborazione della deputata M5s Stefania Ascari e con la presenza sul palco del Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Bartoli, del giornalista ed ex deputato Alessandro Di Battista e della vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva. Nella platea, oltre alla giornalista investigativa Stefania Maurizi, autrice del celebre libro sul caso Assange Il Potere Segreto, c’era una moltitudine di personalità venute dal mondo del giornalismo, della politica e dell’associazionismo, nonché tantissimi cittadini comuni con distintivi “Free Assange”.

“La battaglia di Julian è la battaglia di tutti quanti noi,” ha esordito l’On. Pignedoli, riassumendo il senso dell’incontro.

Carlo Bartoli ha poi preso la parola annunciando che a Julian Assange verrà consegnata una tessera d’onore da giornalista. “Siamo qui per difendere non solo la causa di un uomo incarcerato ingiustamente, ma anche per difendere un principio che è quello della libertà dell’informazione”. Per controbattere la calunnia secondo la quale Assange sarebbe stato un pessimo giornalista perché avrebbe divulgato documenti senza vagliarli accuratamente, Il presidente dell’Ordine dei giornalisti ha elogiato il sito WikiLeaks proprio in quanto, con grande cura, “espunge tutte le informazioni che potrebbero mettere qualcuno in pericolo.”

Alessandro Di Battista è poi intervenuto con un discorso che ha infiammato la platea. Se Assange dovesse morire in prigione, ha detto senza mezze parole, “tra i responsabili ci sarebbero anche i giornalisti che oggi stanno zitti per salvaguardare il proprio conto in banca, le proprie carriere, i propri spazi mediatici, trasformandosi soltanto in biechi sostenitori delle verità comode”. L’ex deputato M5s ha comunque riconosciuto come segno positivo che gli ex compagni di partito, inizialmente pro Assange e poi diventati reticenti, “ora tornano ad occuparsi di Julian: è una bella notizia davvero.”

L’effetto inibitorio sul giornalismo voluto dal Potere con la persecuzione di Julian e che Stella Assange ha denunciato nel suo intervento è già diventato purtroppo una realtà, ha asserito poi la vicedirettrice del Fatto Quotidiano Maddalena Oliva. Quanti articoli vengono soppressi oggi, ha aggiunto, e non solo in Italia. Due giornalisti del Fatto Quotidiano sono stati recentemente espulsi dall’Ucraina perché i loro report non erano graditi dal Potere e i colleghi giornalisti non hanno denunciato il fatto; il pluripremiato giornalista statunitense Seymour Hersh, poi, è stato recentemente condannato e zittito dai suoi colleghi della stampa per aver rivelato chi ha distrutto il gasdotto Nord Stream (un atto di guerra) lo scorso 26 settembre. “Ogni volta che cala il silenzio su una vicenda,” ha concluso Oliva, “siamo complici tutti quanti, noi giornalisti in primis; bisogna sempre avere il coraggio di porsi quella domanda in più.”

Comunque qualche speranza ancora rimane per la libertà di stampa e di espressione. Stella Assange ha ricordato come, lo scorso novembre, alcuni tra i maggiori giornali del mondo – The New York Times, The Guardian, Le Monde, El Pais e Der Spiegel – abbiano rotto il loro silenzio complice firmando un appello al Presidente Biden per chiedere la liberazione di Assange.

Lo scorso 27 gennaio, poi, Newsweek magazine, rivista statunitense di attualità che si vanta di rappresentare il consenso nel Paese (“siamo né troppo a sinistra né troppo a destra”), ha pubblicato un lungo articolo di Shaun Waterman basato su una intervista approfondita con Stella Assange. La grande empatia e compassione evidenti nell’articolo sono una novità negli Stati Uniti, dove da oltre un decennio Julian è stato oggetto di un’autentica caccia alle streghe – assai più feroce che in Europa — per screditarlo presso l’opinione pubblica.

Una grande empatia e compassione contrassegnano anche la recensione apparsa sul Los Angeles Times lo scorso 2 marzo a firma di Robert Abele, del film Ithaka, che descrive gli sforzi del padre di Julian, John Shipton, per liberare il figlio. Dopo aver espresso le solite riserve su Julian, forse per non smentire troppo quanto egli aveva scritto in passato, Abele dichiara: “In ogni modo, il fatto che gli Stati Uniti vogliono estradarlo e imprigionarlo a vita è qualcosa che dovrebbe far rabbrividire i giornalisti di tutto il mondo, che si consideri Assange un giornalista o meno; per il solo fatto di essere un editore, la sua incriminazione è una minaccia per la democrazia.”

Comincia a tirare un’aria nuova nell’Establishment statunitense. Era ora. Già da tempo i gruppi di base negli USA stanno manifestando dappertutto per la liberazione di Julian, anche davanti alla Casa Bianca.

Riprendendo le parole dell’On. Pignedoli, Stella Assange ha concluso l’incontro sottolineando che “questo caso è un caso politico, non legale; la soluzione dunque deve essere politica. Il Regno Unito detiene Julian; gli Stati Uniti vogliono estradarlo; tra i due deve frapporsi l’Europa per dire di NO e per salvarlo. Ognuno di voi può contribuire così alla sua liberazione”

In altre parole: “Gente, fatevi sentire!”


L’articolo di Patrick Boylan è diffuso dal circuito Pressenza.



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