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Stabilimento RWM in Sardegna: non va lasciato in pace chi fa profitti sulla guerra

Si è svolta il 17 novembre 2022 a Iglesias, per iniziativa della Tavola Sarda della Pace, la 19ima edizione della tradizionale Marcia Sarda per la Pace. Un articolo di Daniela Bezzi

di Redazione - mercoledì 30 novembre 2022 - 1817 letture

Si è svolta il 17 novembre 2022 a Iglesias, per iniziativa della Tavola Sarda della Pace, la 19ima edizione della tradizionale Marcia Sarda per la Pace, con un programma ricco di soste, passaggi, interventi che dalle 10 di mattina fino al tardo pomeriggio ha visto sfilare circa 500 partecipanti, che a detta degli organizzatori “è stato un ottimo risultato, non tanto per il numero, ma per la varietà delle realtà che hanno aderito all’appello”.

Moltissime le famiglie, le rappresentanze dell’associazionismo, le confederazioni sindacali, le varie sigle della sinistra (CARC, Potere al Popolo, PC, Rifondazione), che insieme alla Rete per la Pace e per il Disarmo, hanno marciato lungo una seria di tappe significative dal punto di vista ambientale, umano, storico, sindacale e persino religioso, a partire dalla zona industriale di Sa Stoia, dove hanno sede a poca distanza l’uno dall’altro, un deposito di materiali altamente pericolosi, funzionale alla fabbrica di bombe RWM, situato appunto tra Domusnovas e Iglesias, e un impianto fotovoltaico di energia pulita.

Doveroso a questo punto riepilogare la storia dello stabilimento RWM di Sa Stoia. Se ne ha notizia per la prima volta grazie a un articolo uscito nel maggio 2017 su Sardinia Post, in cui si annunciano le intenzioni, da parte della società, di realizzare un deposito per lo stoccaggio di “materiale combustibile” e di “liquidi altamente infiammabili”.

Il documento di Valutazione e Prevenzione Incendi (rintracciato però solo qualche tempo dopo) rivelò che nella fabbrica era previsto lo stoccaggio di 32.000 litri di liquidi altamente infiammabili e altri composti non meglio identificati. Da notare che questo stabile si trova a 400 metri dal centro abitato di Iglesias e in zona Serra Perdosa, quartiere molto popoloso. Nelle immediate vicinanze si trovano altre abitazioni, un buon numero di piccole-medie aziende e una delle principali strade, la statale 130, oltre alla ferrovia che collega Iglesias a Cagliari. Importante sottolineare inoltre che questo “deposito esplosivi e materiale combustibile” risulta essere nella visura camerale “una fabbrica di armi e munizioni”, presentando lo stesso codice identificativo dello stabilimento principale.

Già il 31 luglio 2018 si era svolto un presidio convocato da associazioni e da residenti della zona. Una rappresentanza aveva poi incontrato il sindaco Mauro Usai e l’assessora all’urbanistica e paesaggio Giorgiana Cherchi, per sollecitare delle risposte in merito agli ampliamenti e alla presenza di un “deposito di liquidi altamente infiammabili” dentro la città di Iglesias. Domande rimaste senza risposta.

Nel corso di quell’incontro era stata anche sollevata la controversa questione dello stoccaggio nei pressi dello stabile di 248 tonnellate di materiale contaminato da amianto. Anche su questo aspetto, che è stato oggetto di un esposto in procura, non è mai stata data alcuna risposta chiara. Né è dato sapere se per questo stabile, i cui lavori di adeguamento sono terminati a luglio 2019, esiste un piano d’emergenza delle aree esterne che la cittadinanza avrebbe diritto di conoscere.

Di certo si sa che durante la fase acuta della pandemia da Covid19, sono stati conclusi gli ampliamenti nell’isola comunale di San Marco. L’avvio degli impianti appena realizzati è stato però bloccato un anno fa da una sentenza del Consiglio di Stato.

Ma la strada verso la liberazione da questa mortifera presenza è ancora lunga. In un contesto di crescente tensione internazionale che potrebbe sfociare in una nuova guerra mondiale, la militarizzazione della Sardegna è destinata ad acutizzarsi ulteriormente, come non smettono di denunciare gli attivisti di A’ Foras, della Rete Italiana per la Pace e il Disarmo, dei vari Comitati presenti sul territorio e che anche ieri erano in corteo: la Rete Sarda per la Sanità, i comitati Sardegna Pulita, Sardegna per la Pace, Donne Ambiente Sardegna e molti altri che per l’ennesima volta hanno ribadito l’urgenza di una radicale conversione verso un’economia di pace, invece che sempre più indirizzata ad alimentare la guerra.

Tanto per dare un’idea: è dei primi di novembre la notizia di ben tre siluri finiti inesplosi nei fondali di un tratto di mare al largo del poligono di Quirra, dove ogni giorno transitano natanti, navi di ogni genere, pescatori e quant’altro. E non si è trattato di ‘giochi di guerra’, perché veniamo a sapere che fin dai primi giorni di ottobre, mentre le cronache dei giornali sembravano unicamente interessate a commentare i risultati elettorali, quel tratto di mare era in assetto di pronto intervento in un warfighting esplicitamente legato “all’evoluzione dello scacchiere internazionale”, e nell’ambito di un “riservatissimo piano d’acquisto” dell’ordine di oltre 3 miliardi di euro! Per non dire dei droni destinati a contrastare l’avanzata russa in Ucraina, che gli israeliani della UVision in partneship con la tedesca Rheinmetall avrebbero deciso di produrre proprio a Sulcis, nel sud della Sardegna, a 50 km dal porto e aeroporto di Cagliari. I dettagli del contratto sono coperti da precise ‘clausole di segretezza’, ma già si sa che una prima imponente fornitura dovrebbe essere pronta sin dall’inizio del nuovo anno.

Chiarissima, in tutti gli interventi che hanno scandito la giornata, la consapevolezza che manifestare per la pace non può eludere l’innegabile condizione di sottomissione del nostro Paese (e in particolare della Sardegna) agli interessi della NATO, degli Stati Uniti, alle logiche di una comunità internazionale sempre più orientata a una concezione di sicurezza non certo dettata da criteri di pace, ma piuttosto di continua tensione emergenziale: militarizzazione dei territori, enfasi sulle Grandi Opere inutili e dannose, per non dire della Sanità Pubblica, sempre più in secondo piano, oppure funzionale al “fare cassa.”. E come è noto i casi di cancro, leucemia e varie patologie e nocività sono particolarmente numerosi in Sardegna in prossimità dei poligoni di tiro.

Dopo una tappa sul colle che domina la città, dove ha origine il Cammino Minerario di Santa Barbara, la giornata si è conclusa in Piazza Quintino Sella. Una volta di più è stata ribadita con forza la contrarietà all’invio di armi all’Ucraina e l’esigenza non più rinviabile di sviluppare, principalmente da parte dell’Italia, dell’Europa e dell’Onu una vera e forte azione diplomatica, che porti i contendenti nel conflitto russo-ucraino a un immediato cessate il fuoco e a una Conferenza Internazionale per la pace. Ma soprattutto è stato denunciato l’uso militare sempre più sproporzionato della Sardegna, per le soffocanti servitù militari che l’affliggono, con continue esercitazioni in mare, terra e aria, stabilimenti bellici dove si producono armi finalizzate a sostenere e potenziare le guerre di tutto il mondo “in totale contrasto con le storiche aspirazioni del popolo sardo di fare della Sardegna un laboratorio dove i popoli, le religioni e le culture presenti nel Mediterraneo e nel Mondo possano dialogare e costruire la pace.”

Daniela Bezzi. Grazie a Gaia Zotta per la collaborazione


Questo articolo esce anche su Pressenza.



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