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Spero di sbagliarmi

"Tutto questo per nascondere che nei sistemi sanitari delle regioni d’eccellenza si erano aperte grosse falle a livello della medicina di base, laddove sul loro perché bisognava riflettere obiettivamente; per non dovere individuare a ritroso tutti gli anelli della catena sanitaria nazionale che erano stati deficitari; per non dire che avevamo da affrontare una pandemia biblica (!!) a mani nude."

di Gaetano Sgalambro - venerdì 27 marzo 2020 - 1413 letture

Da medico spero di sbagliarmi, ma credo che stiamo inanellando un errore dietro l’altro. Anzi, da un punto d vista culturale strettamente metodologico e clinico ne dovrei essere sicuro. Ma voglio aspettare di avere altri riscontri. Nella speranza che non arrivino mai. Innanzitutto non so perché l’Istituto Superiore di Sanità, saputo nei primi del gennaio scorso della veloce epidemia di Whuan, non abbia tenuto conto della sua annunciata potenzialità pandemica, dovutamente prevedibile in un mondo globalizzato, e non abbia svegliato dal sonno le nostre società scientifiche di virologi, epidemiologi e infettivologi. E soprattutto perché non abbia preavvisato la medicina di base (e degli ospedali di primo impatto) della minaccia incombente, precisando che la malattia causata si sarebbe camuffata nelle sue fasi iniziali con i sintomi di un’influenza banale.

E, infatti, la prevedibile pandemia è arrivata come improvvisa, quando improvvisa non lo era per niente, gettandoci nella confusione e nel panico. Debbo riconoscere, peraltro, che questa sottovalutazione sia stata comune a tutto il modo occidentale, anche se a noi, chissà perché, è toccato di essere stati i primi ad esserne maggiormente investiti. Comunque, il mal comune in medicina non è mai un mezzo gaudio. Così le regioni d’eccellenza italiane, tali anche per la ricchezza dei rapporti commerciali con la Cina, sono state eccellenti anche nell’importare il SARS-COV2, virus responsabile della malattia Covid-19. Inoltre le loro aree di medicina di base cadono nell’inganno e considerano manifestazioni cliniche d’influenza, quelle che erano i sintomi della Covid-19 e ospedalizzano alla cieca i pazienti. In tal modo gli ospedali diventano veri detonatori dell’alta carica di contagiosità del Coronavirus (nome comune dei SARS-COV). A questo punto succede l’inverosimile: per spegnere il fuoco invece dell’acqua viene versata benzina. Infatti, entra in campo la politica con tutto il suo carico d’ignoranza e con tutti suoi interessi elettorali, i quali prevalgono nettamente sulla sua pur presente buona volontà. Subito si decide immediatamente di bloccare l’ingresso agli aerei provenienti dalla Cina (come se i virus viaggiassero solo sulla tratta aerea Cina-Italia). Poi si giudica eccessiva la chiusura degli aeroporti, invece di definirla inutile quale provvedimento isolato, e si sparge tanto fumo in giro con le accuse al governo che si manca di mascherine e tamponi: carenze che, il Consip docet, sono di competenza delle regioni (Titolo V della Costituzione). Ma in Italia chi grida più forte ha ragione.

Tutto questo per nascondere che nei sistemi sanitari delle regioni d’eccellenza si erano aperte grosse falle a livello della medicina di base, laddove sul loro perché bisognava riflettere obiettivamente; per non dovere individuare a ritroso tutti gli anelli della catena sanitaria nazionale che erano stati deficitari; per non dire che avevamo da affrontare una pandemia biblica (!!) a mani nude. Quando si sarebbero dovute creare due cabine di massima competenza professionale, pluridisciplinari, una epidemiologica e medica e l’altra economico-imprenditoriale, per una regia straordinaria di riduzione del contagio nella continuità del lavoro. Non si è voluto fare niente di questo per non sminuire le immagini di eccellenza dei sistemi sanitari della Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna e soprattutto per non fermare di fatto la produzione industriale di dette regioni, che è proseguita con molti sotterfugi, per l’appunto sfuggiti ai media. Nonostante lo sapessero tutti coloro che hanno le mani in pasta: a partire dai prefetti, con il loro silenzio/assenso sulle richieste di dispensa dal lockdown, guarda caso, proprio delle industrie delle valli comasche, dove si è registrato un altissimo numero di decessi da coronavirus. E da qui è nato tutto un prendere posizioni e decisioni operative politiche, una sovra l’altra, ad muzzum (licenza dialettale), anche se dichiarate di essere sostenute da un corposo staff tecnico-scientifico: quello personale del ministro della Sanità, il TCS e l’Istituto Superiore di Sanità. Per non dire di quelli regionali. A questo punto mi chiedo: ma come abbiamo potuto genericamente chiudere in quarantena tutte le famiglie italiane di sani, in verità solo presunte tali? Senza tenere conto che entro di esse ci sarebbero potuti essere dei portatori sani o di forme fruste o delle tante forme atipiche, come succede in tante altre malattie contagiose? Non è che le abbiamo costretti al suicidio del contagio? Quanti morti dovremo contare per questo? In medicina si fanno molti più errori di quanto non si voglia ammettere. E a tutti capita di farne più d’uno. Ma, di fronte ad eventi importanti come questo, l’onestà di ammetterli non deve mancare mai, perché questa attiene alla sfera etica di uomo, che vale prima di qualsiasi altra etica professionale.


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