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Sotto il segno dei pesci, quaranta anni dopo

Quando in Italia, ci sentimmo tutti un po’ romani.
di Piero Buscemi - martedì 15 maggio 2018 - 1505 letture

La parlata romanesca ha una musicalità innata. Basta recarsi a Roma ed entrare in un bar. Chi ci chiederà cosa ordinare, ci darà l’impressione di doverci preparare a rispondere ad uno stornello, sforzandoci a pensare alle espressioni più colorite che abbiamo ascoltato nei film o nelle canzoni.

Noi siciliani, poi, abbiamo una predisposizione a sentirci un po’ romani. Sono frequenti i contatti tra il nostro popolo e quello romano. La Sicilia è meta di turismo per i capitolini e, spesso, molti siciliani emigrano nella capitale per motivi di studio o di lavoro. C’è una sorta di intesa non sottoscritta che risale ai millenni della storia antica. Un po’ come uno scambio culturale tra gli antichi Greci e quello che sarebbe diventato l’Impero Romano. Un connubio che era destinato, e lo è tuttora, a durare nel tempo.

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Quando uscì Sotto il segno dei pesci di Antonello Venditti, settimo album da studio del cantautore romano, pubblicato l’8 marzo 1978, in Italia il fenomeno dei cantautori e delle canzoni così dette "impegnate" era in fortissima affermazione tra gli estimatori che, nella musica italiana, cercavano testi e slogan di protesta ai quali affidare i propri sogni per una società migliore.

Anche in Sicilia, dove il passa parola prese piede specialmente in quell’estate del ’78, quando un’altra orda di romani vacanzieri invasero le nostre spiagge con a seguito il mitico mangiadischi, dai colori pastello sgargianti, che emetteva la canzone Bomba o non bomba, terza traccia del lato A del 33 giri che, in versione 45 giri, spadroneggiava anche dai juke-box dei baretti locali.

Con Bomba o non bomba fummo in molti ad aggregarci a quei due, citati nella canzone. Partiti come due vagabondi del Dharma, di kerouachiana memoria, su quella strada tortuosa della musica italiana, con tante cose da dire e tanti sogni da regalare. Quel duo musicale, Venditti-De Gregori, autori del capolavoro del 1972, Theorius Campus, che lasciò molto amaro in bocca quando la coppia si sciolse, lasciando solo immaginare cosa sarebbero stati in grado di creare se la loro collaborazione si fosse mantenuta nel tempo. La canzone Francesco , contenuta nell’album, rivendica un’amicizia al di là del sodalizio artistico finito.

Sotto il segno dei pesci si può considerare il 33 giri della completa maturazione artistica di Venditti. Erano lontani i tempi di Roma Capoccia, Sora Rosa o Compagno di Scuola, solo per citare il repertorio precedente al disco in questione. Venditti aveva appena compiuto, anzi proprio lo stesso giorno dell’uscita del disco, 29 anni. Ancora incazzato con il mondo delle ingiustizie. Con la voglia di raccontare le storie degli umili incontrati nella sua vita. Il bisogno di trasmettere un messaggio di speranza ai giovani del suo tempo e a se stesso.

La società italiana era in pieno fermento. Politico, sociale, filosofico. Erano gli anni in cui non ti potevi permettere il lusso di non schierarti. Essere contro voleva dire automaticamente essere dall’altra parte di qualcosa. Terrorismo, i primi rapporti sospetti tra politica e servizi segreti deviati, la mafia, che non è mai mancata negli sconvolgimenti della nostra società, e le ceneri di guerre internazionali, anche loro sempre presenti nel nostro destino. Tutto questo schierato contro un femminismo beneaugurante, operai che occupavano le fabbriche e le canzoni. Cantate durante i falò estivi, a farsi correggere la pronuncia romanesca leggermente storpiata. Versi che diventavano inni da urlare nelle proteste che ci avrebbero dovuto consegnare un’idea migliore di rapportarci con la società, la politica e quel circolo folle di esperienze che, potranno cambiare le mode delle nuove e future generazioni, si ripresenteranno sempre a chiederci una reazione.

L’album contiene molte delle tracce che sono incise nella mente degli estimatori di Venditti. Sara, Chen il cinese, L’Uomo falco e, ovviamente, la canzone che da il titolo al 33. Sotto il segno dei pesci è la canzone che collega in maniera più intimistica il passato artistico che l’ha preceduta e il pensiero del cantautore, a far fronte alla consapevolezza di un crollo, già allora, delle illusioni per una vita diversa, rivoluzionaria, controcorrente ai dogmi di una società che ci ha sempre scritto il destino, subito dopo essere nati.

Il cantautore ritorna ai personaggi che, vestiti con l’eskimo gucciniano, si erano spogliati dell’insolenza costruttiva dei giovani per andare ad occupare le poltrone delle banche, delle scuole e di quella "piccola borghesia" che, dopo tanto urlare e cantare, è costretta ad un certo punto della vita, a tacere.

L’uscita del disco è contemporanea anche con quella del capolavoro di De Gregori, che aveva seguito anche lui la strada da solista per regalarci altri 33 giri da custodire gelosamente nei nostri personali archivi, oltre che nelle nostre menti. Ad aprile del ’78 De Gregori consegnerà agli amanti del genere l’album De Gregori. I falò estivi si riscalderanno con gli accordi delle canzoni del disco di Venditti, alternate a Generale, Renoir, Il ’56 di De Gregori.

L’arte non è fatta di se e ma. Quindi, ci accontentiamo di avere vissuto l’evoluzione artistica di questi due cantautori italiani, da singoli interpreti. Ci limitiamo a unirci a coloro che, nella produzione musicale di Venditti che seguirà negli anni successivi a Sotto il segno dei pesci, ci hanno visto una lenta ma inesorabile rabbia rassegnata che, solo in alcune occasioni ridestata nelle piazze italiane.

Un nostalgico e amaro destino di chi, oggi come ieri, lavora in una radio, nella migliore delle ipotesi, o è dovuto andare via e oggi insegna in una scuola, nella peggiore. Chissà, se riascoltando il disco di Venditti, a quaranta anni di distanza, possa riaffiorare la voglia di suonare e a ribellarci, l’ultima volta senza rimpianti, senza paura.


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