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“Sono contro gli indifferenti” di Antonio Gramsci


Parole profetiche quelle vergate da Gramsci nel lontano 1917. Che dipingono in maniera esemplare lo stato di degrado in cui versa l’Italia di oggi.
martedì 19 aprile 2011, di Emanuele G. - 509 letture

Vogliamo rendere di pubblico dominio un brano illuminante di Gramsci. Un brano che racchiude in sé le sue capacità di sentire come pochi l’Italia. Non solo quella del suo tempo. Ma, anche, quella a venire. Il brano è contenuto in “La Città Futura”, numero unico pubblicato nel febbraio del 1917 a cura della Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. Gramsci curò per intero la stesura, del giornale, che aveva lo scopo di "educare e formare" i giovani socialisti (siamo alla fine del primo conflitto mondiale) alla "disciplina politica", alla solidarietà e alla vita organizzata del partito.

Prima di sviscerare alcune brevi considerazioni, riportiamo di seguito il brano nella sua interezza testuale affinché voi lettori possiate comprendere la grandezza di Gramsci e quanto ci manchino persone come lui in grado di cogliere lo spirito dei tempi.


Testo:

“Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”


Le considerazioni potrebbero essere molteplici. Tanti sono i punti di riflessione che la lettura del testo gramsciano ci offre. Tuttavia, ritengo, che il succitato testo sia una magistrale descrizione di una situazione in cui la democrazia diventa sempre più apparenza. Perciò priva di contenuti e di qualsivoglia tensione quanto etica quanto morale quanto civile.

In questa situazione, attori principali diventano gli indifferenti. Persone che non vogliono mai schierarsi o prendere parte. Preferiscono inabissarsi nel regno – in apparenza tranquillo – del camuffamento. Per codardia. Per calcolo “particulare” (come avrebbe insistito il Guicciardini). In modo che possano risultare sempre e comunque vincitori. In qualsiasi situazione. In qualsiasi evento.

Certo stare sotto è molto più comodo e conveniente. Si può agire meglio al fine di perseguire gli interessi singoli o di gruppi informali di potere. L’importante è essere indifferenti. Invisibili. Alla stessa stregua di quella “maggioranza silenziosa” che nel corso degli settanta creò il terreno di coltura per il craxismo e il berlusconismo. Essere indifferenti gratifica. Eccome! Si usano a proprio piacimento le leggi, i valori e le istituzioni alla stregua di possedimenti personali.

Capite che in queste condizioni la democrazia diventa uno scrigno vuoto e pericoloso. Vuoto perché i valori costituenti sono simili a brina mattutina. Pericoloso in quanto una democrazia formale è foriera di innumerevoli simulazioni ché fanno comprendere che essa sia inutile. Un qualcosa da utilizzare e non da pretendere.

Un altro aspetto dell’indifferentismo – non meno letale – riguarda la schizofrenia dei comportamenti. In privato dico peste e corna del potere. Poi in pubblico ne divento strumento logistico. In sintesi, pretendo sempre da chi comanda. Ma in seguito non oso espormi ed essere di parte per paura di ritorsioni a mio danno. Da ciò discende l’affermarsi inesorabile di fenomeni attinenti dalla demagogia e al populismo. Infatti, ma cosa vuole questo popolo – baccello dove si nascondono gli indifferenti – che pretende sempre e mai agisce di conseguenza? Credo che l’indifferentismo sia una forma di pericolosa deresponsabilizzazione che produce poi quel particolare fenomeno sociologico che si definisce “dispotismo delle masse democratiche” ovverossia "didattura del popolo".

Come si evince il brano di Gramsci pone interrogativi pesantissimi e pressanti. La democrazia è tale solo se i cittadini sono “attivi” (Bobbio). In caso contrario essa diventa un pallido simulacro in grado di assumere il ruolo nefasto di “manu militari” per assecondare interessi singoli o complessi. La sintesi del pensiero gramsciano è racchiusa nella frase finale “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.” Dovremmo ritornare a leggere Gramsci. Spesso oggetto di odiose censure dall’intero movimento della Sinistra italiana.

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