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Soccorritori: eroi o martiri di un sistema al collasso?

Riflessioni e denunce sul mondo dei soccorritori lombardi dopo il decesso di Diego Striscioni fuori dagli ospedali che inneggiano all’eroismo del personale sanitario
di Redazione Lavoro - mercoledì 18 marzo 2020 - 577 letture

Sì, perché dopo anni di “tagli alla sanità e razionalizzazione della spesa sanitaria” ora ci troviamo ad affrontare questa enorme emergenza sanitaria con validi soldati dotati, però, di armature di cartone.

Ed arrivano improvvisamente miliardi, soldi negati per anni dal “contenimento della spesa”, denaro per acquistare respiratori, per assumere sanitari e per far laureare infermieri in pochissimo tempo in modo che possano essere “immediatamente fruibili per il sistema sanitario” e l’annullamento dell’esame di stato per i medici neolaureati.

Professionisti sanitari ai quali verrà negato un tampone, mandati in trincea senza i dispositivi di protezione individuale idonei per evitare il contagio virale.

Tra questi sanitari ci sono anche i soccorritori del sistema dell’emergenza, volontari e dipendenti che siano. E già, perché il sistema emergenziale si basa su professionisti ma anche su volontari.

Loro, professionisti silenziosi, abituati a fare rumore solo con le sirene delle loro ambulanze per raggiungere prima possibile le persone infortunate; loro che non hanno una figura professionale (nonostante la richiedano da anni) e che sono definiti “tecnici” pur avendo il “potere” di scegliere se e quando inviare un mezzo rispondendo alle chiamate di soccorso.

Loro che non esistono per il sistema sanitario nazionale.

In questi giorni hanno paura, tanta, perché mancano gli strumenti per fronteggiare al meglio questa emergenza. Le mascherine non bastano per tutti. La sanificazione dei mezzi non è sempre fattibile per non bloccare le ambulane per troppo tempo. Le misure si stanno allentando sempre più. Eppure la “valutazione della sicurezza della scena” dovrebbe essere il primo punto della catena del soccorso ma oggi, loro lo sanno fin troppo bene, la scena non è affatto sicura.

La scena non è sicura per chi opera sulla strada, le mascherine “FFP3” scarseggiano e bisogna scegliere quali operatori tutelare. Tra gli addetti ai lavori circolano addirittura protocolli di “sanificazione per mascherine monouso” in modo che possano essere adoperate da un turno all’altro. E la divisa?

Viene lavata al proprio domicilio perché sono pochissime le associazioni dotate di servizio lavanderia.

I percorsi non sono sicuri neppure per i soccorritori che operano all’interno degli ospedali, ancora più sprovvisti di DPI, che si trovano a trasportare pazienti “COVID POSITIVI” da un reparto all’altro con addosso la divisa (che verrà lavata insieme alle altre) e, quando va bene, con una mascherina chirurgica a proteggere le vie respiratore perché “abbiamo solo quelle”.

Ed anche nel mondo del soccorso qualche soccorritore si sta ammalando. E qualcuno muore. Proprio oggi è deceduto uno di loro, si chiamava Diego, lavorava nella zona colpita di Bergamo ed aveva 45 anni e due figli. Ci ha lasciato facendo il suo lavoro: salvare vite, cercando di aiutare le persone finite dentro l’incubo del coronavirus. Ed è morto proprio per un "sospetto" contagio da covid-19.

Eppure nessun tampone è previsto. Ad oggi sono pochissimi i volontari che hanno deciso di sospendere il servizio, gli altri, con coraggio, proseguono ben consci del fatto che il sistema emergenziale collasserebbe senza di loro.

E, in questo scenario, il 9 marzo viene emanato il DL n. 14 che, all’art. 6 recita: “per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, per il periodo della durata emergenziale, come stabilito dalla delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, non si applica il regime di incompatibilità di cui all’articolo 17, comma 5, del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117". L’art. 17, comma 5 è la norma del Codice del Terzo settore che sancisce l’incompatibilità assoluta fra la qualità di volontario e «qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di lavoro retribuito con l’ente di cui il volontario è socio o associato o tramite il quale svolge la propria attività volontaria». È una delle pietre angolari della riforma del Terzo settore che, in nome dell’emergenza coronavirus, viene abrogata permettendo così di rafforzare la problematica del “lavoro nero” all’interno del sistema emergenziale.

In questo momento non è utile dare spazio alle polemiche ma utilizzare l’evidenza di tutte le criticità che si stanno rivelando in questi giorni, costruire insieme un percorso necessario a “raccogliere i cocci” di un SSN malato e distrutto dai continui tagli e, alla fine di questa epidemia, costruire un nuovo sistema sanitario su basi totalmente nuove, anche nel mondo del soccorso.

Per fronteggiare al meglio questa emergenza “sulla strada” proponiamo, infine, tre iniziative:

- sarebbe auspicabile che i pazienti indossassero le mascherine al momento del soccorso, ma siccome i presidi scarseggiano è necessario che gli operatori siano dotati degli specifici ed idonei dpi;

- Far ruotare i mezzi di soccorso adibiti al trasporto ed all’emergenza in modo da poter essere costantemente sanificati;

- Fornire supporto e disponibilità alle direzioni che, mai come ora, si trovano a gestire non solo la sicurezza dei pazienti ma degli operatori.

USB si pone in prima linea e scende in campo affinché nessun soccorritore rischi la propria salute come ha sempre fatto. Ma da oggi ancor di più.

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Soccorritori


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