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Siracusa, l’Unesco e il Piano regolatore


Come "sfruttare" al meglio l’attributo "Patrimonio dell’Umanità" che, da qualche tempo ha riempito d’encomio la città di Siracusa. Ma in modo particolare, la bocca dei politici.
giovedì 20 ottobre 2005, di Piero Buscemi - 2797 letture

Che interpretazione si può dare all’epitaffio “...inserita nella lista del Patrimonio dell’Umanità”? Che interpretazione danno i politici a quella che, dovrebbe essere più semplicemente giudicata, un’onorificenza?

Domande che molti, non solo i cittadini, si sono chiesti da quando l’Unesco, riunitosi in Comitato il 15 luglio scorso, alla sua 29° edizione, tramite il suo portavoce Themba Wakashe, dichiarò Siracusa e la Necropoli di Pantalica “Patrimonio dell’Umanità”.

La motivazione del Comitato, che ha inserito Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica nella World Heritage List, è incentrata sul prestigio che la città rappresenta per la cultura greca nel Mediterraneo, che la collocò nell’olimpo delle capitali dell’antichità, superando la rivalità di Cartagine e Atene. Davvero significativo il passo che cita: “...la stratificazione umana, culturale, architettonica ed artistica dimostra come non ci siamo esempi analoghi nella storia...dall’antichità greca al barocco, la città è un significativo esempio di un bene di eccezionale valore universale”.

Sono state parole particolarmente toccanti, tanto da “toccare” la sensibilità del Ministro per le Pari Opportunità, Stefania Prestigiacomo che, nell’occasione, dichiarò: “Un grandissimo risultato che premia l’impegno del Governo Nazionale e di quello Regionale che si sono battuti per questo riconoscimento dedicato a questa parte della Sicilia orientale, custode di tante bellezze monumentali e naturalistiche”. Lo stesso governo, aggiungeremmo noi, che ha pensato bene di sospendere, in via “cautelare”, gli abbattimenti delle case abusive ed ha autorizzato lo sviluppo di un’altra bellezza della quale può vantarsi l’intera Sicilia: il cemento.

Ma sono le parole conclusive, contenute nell’intervento della Ministro che “toccano” il cuore dei siracusani. Parole intrise di amor proprio e della propria terra, orgoglio delle proprie origini e vanto per il mondo intero: “da siracusana, gioisco per il raggiungimento di questo obiettivo che restituisce a questi luoghi il meritato premio per i progetti di promozione e di tutela di un’area che punta al turismo legato ai beni culturali e paesaggistici”.

Sono parole che rasentano l’assurdo e che raggiungono il baratro, quando il Ministro parla di “tutela”. Le iniziative del “suo” governo regionale e nazionale non sembrano essersi indirizzate verso quelle finalità di rispetto e tutela dei beni culturali, che forse lei auspicava. Beni culturali che, è “opportuno” (per restare sulla scia del ministro) precisare, sono stati ereditati dal passato da tutti i cittadini siracusani, siciliani e grazie all’Unesco, dal mondo.

E’ un dettaglio che può risultare scontato, ma gli amministratori di questa "eredità", dimenticano con facilità di essere soltanto i depositari della gestione di questa ricchezza culturale e non i nuovi “padroni” con il diritto di poterne disporre a piacimento. Stiamo tornando su questa vicenda perché tra qualche giorno, il Consiglio comunale sarà chiamato a discutere proprio sulle possibilità di utilizzo del titolo “Patrimonio dell’Umanità” e di come far conciliare tutto questo con un Piano Regolatore che, troppo spesso, è stato stralciato per giustificare iniziative e concessioni edilizie che con la “tutela” vanno in contraddizione.

Gli esempi del passato, quali il caso Asparano e le sue glissate concessioni edilizie, ma anche questa politica forsennata alla rincorsa del record, da inserire forse nel Guiness, per il centro commerciale più grande del mondo (visto che, sembra che il record europeo lo abbiamo già raggiunto con l’Auchan), non sembrano dare troppa fiducia e sicurezza per il futuro.

La situazione non è delle più chiare, né delle più risolvibili. Per cercare di capire cosa ci prospetteranno le decisione dei nostri amministratori, ci è venuto incontro l’avvocato Corrado V. Giuliano del Comitato Parchi di Siracusa che, come in altre occasioni, ci ha inviato un documento che troverete allegato a questo articolo.

Da parte nostra possiamo aggiungere che, sentire le voci che giungono dal resto dell’isola, che parlano di campi da golf sull’Etna, di catene di alberghi da costruire alle Eolie (riconosciute patrimonio nel 2000) o della gestione della Villa del Casale a Piazza Armerina (patrimonio dell’umanità dal 1997), non suscitano ottimismo.

Ci rimarrà la consolazione di essere, per l’ennesima volta, tacciati di demagogia.

Rispondere all'articolo - Ci sono 1 contributi al forum. - Policy sui Forum -
> Siracusa, l’Unesco e il Piano regolatore
24 ottobre 2005

in Siberia il patrimonio paesaggistico e’ ancora piuttosto intatto, ti troveresti bene.
    > ....
    25 ottobre 2005, di : homeromastix

    Anche in Gabon lo è. Lì ti troveresti bene. Eh?!

    Che senso ha spacciare l’ambientalismo, l’ecologismo e la volontà di tutelare i beni culturali per mero, snobistico primitivismo "iuxta propria principia"? Tacciare buoni propositi di esecrabile, bieco conservatorismo. Cui prodest?!

    Se il tuo intento era provocatorio, hai fallito miseramente.

    Se invece avevi intenti parodistico-paradossistici, la banalità in cui sei caduto sfiora la totale insignificanza. Non ti vergogni?

    Se pensi davvero ciò che hai scritto, comincerei a preoccuparmi seriamente...

    Unicuique suum...

    (Al mio illustre predecessore nel commento dell’articolo)

    > Forse...
    25 ottobre 2005, di : profugo siberiano

    Russia / Sakhalin Gas e petrolio minacciano le popolazioni indigene e una natura unica

    Introduzione

    Davanti alle coste di Sakhalin, nell’estremo nordest russo, si trovano i maggiori giacimenti mondiali di petrolio e gas ancora da sfruttare. Si stima che vi siano circa 13 bilioni di barili (1 barile corrisponde a 159 litri) di petrolio. I giacimenti di petrolio e gas già aperti, denominati Sakhalin-1 fino a Sakhalin-6, attirano i grandi investitori e le multinazionali del petrolio, tant’è che Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP e Royal Dutch/Shell si sono uniti in consorzio con altre imprese petrolifere. Nel frattempo Yuzhno-Sakhalinsk, capitale dell’isola, sta sperimentando uno sviluppo esplosivo e incontrollato, e David J. Greer, capo programmazione della Shell a Sakhalin, annuncia: "quest’anno spenderemo 100 dollari USA al secondo".

    Loro malgrado, i costi maggiori di questo sviluppo sono sostenuti dai popoli dei Nivci, Nanai, Evenchi, Orochi e Oroci. I popoli indigeni dell’isola sono per tradizione pescatori e allevatori di renne, il che fa dipendere la loro sopravvivenza da un ambiente sano e intatto. Finora i loro interessi sono stati ignorati e ogni tentativo compiuto dalla federazione delle associazioni dei popoli indigeni siberiani RAIPON per una maggiore partecipazione decisionale nei confronti delle multinazionali e delle autorità locali è fallito in dicembre 2004. Il 20 gennaio 2005 i popoli indigeni hanno quindi deciso l’occupazione pacifica dei cantieri per la costruzione dell’oleodotto in modo da attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla loro situazione.

    Negli anni ’60 e ’70 lo sfruttamento di petrolio e gas nel distretto di Nogliki su Sakhalin iniziò ad assumere importanza. A partire dalla fine degli anni ’80 e dopo l’estrazione di 25 milioni di tonnellate di petrolio, i giacimento petroliferi sulla terraferma hanno però iniziato a esaurirsi. Nuovi giacimenti sono stati individuati nelle acque costiere, il cui sfruttamento è stato progettato per diverse tappe, denominate come i pozzi per l’estrazione Sakhalin-1 fino a Sakhalin-6.

    Gli investimenti solo per Sakhalin 1 ammontano a 12 miliardi di dollari USA. Grazie al suo pacchetto azionario del 30%, l’americana Exxon-Mobil dirige un consorzio di imprese petrolifere, a cui partecipano per un 20% a testa, la russa Gasprom (già Rosneft) e l’indiana India’s Oil & Natural Gas Crop. In agosto 2004 la Exxon-Mobil ha annunciato di aver terminato con successo le trivellazioni di sondaggio nel pozzo di Chayvo, appartenente a Sakhalin-1. Solamente per questa prima fase del progetto si stimano estrazioni pari a 2,3 miliardi di barili di petrolio e 480 miliardi di metri cubi di gas. Secondo il consorzio di multinazionali quest’anno dovrebbe iniziare l’estrazione, ma per poter muovere il petrolio c’è ancora bisogna di costruire un oleodotto lungo 200 km.

    Sakhalin-2

    Finora la protesta dei popoli indigeni si è diretta principalmente verso Sakhalin-2, dove la Royal Dutch/Shell rappresenta il maggior investitore con un pacchetto azionario del 55%. Nel 1998 la Shell ha fondato con le imprese giapponesi Mitsubishi (20%) e Mitsui (25%) la "Sakhalin Energy Investment Company" (SEIC). Finora sono stati investiti in Sakhalin-2 dieci miliardi di dollari. Con il governo russo questo consorzio ha stipulato un accordo sulla partecipazione agli utili ("Production Sharing Agreement"). Alla Shell vengono chiaramente affidate quote di dividendi al di sopra dei soliti standard. I finanziatori del progetto sono: il Corporazione statunitense di Investimenti Privati per Oltreoceano (OPIC), la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD) e la Banca Giapponese per la Cooperazione Internazionale (JBIC).

    La piattaforma di trivellazione Molikpaq è stata costruita direttamente davanti alla costa nordoccidentale di Sakhalin e costituisce una vera minaccia per l’ambiente marino. Le acque in prossimità della costa, le baie e i pascoli per le renne, ma anche il prezioso habitat di salmoni e di un piccolo gruppo di rare balene grigie sono in pericolo. Una perdita nell’oleodotto o un danneggiamento della piattaforma dovuto a scosse sismiche sarebbe una catastrofe per l’ambiente, e per le persone che ci vivono.

    Già nel 1999 si avvertirono le conseguenze delle trivellazioni per il petrolio su Sakhalin: i pescatori trovarono nel giugno di quell’anno 900 tonnellate di aringhe morte che galleggiavano in mare. La Shell smentì ufficialmente la sua responsabilità per la morte dei pesci, ma gli specialisti trovarono tracce di petrolio e di metalli pesanti nei corpi della maggior parte dei pesci morti (www.pacificenvironment.org). Inoltre gli abitanti della zona, tra cui la minoranza indigena dei Nivci, verificò un mutamento ambientale. Così, improvvisamente, diminuì il numero degli esemplari di foca e vennero trovati diversi animali morti; gli uccelli che normalmente si cibavano di plancton, iniziarono improvvisamente a nutrirsi di insetti; i pesci, avvelenati, avevano un forte odore di petrolio. Eppure ancora oggi la popolazione povera locale se ne alimenta, non potendosi permettere altri alimenti. La diminuzione della quantità di pesci e la perdita di significato della pesca a Sakhalin ha anche effetti diretti sulla Russia, in quanto la metà del pesce e di altri prodotti marini consumati in Russia proviene proprio da lì.

    Al momento il consorzio tra Shell, Mitsubishi e Mitsui sta pianificando una considerevole espansione del progetto Sakhalin-2. La seconda fase del progetto prevede la costruzione di due nuove piattaforme di gas e petrolio al nord di Sakhalin e di due oleodotti di 800 km di lunghezza, che attraverseranno tutta l’isola e per cui dovranno essere investiti 10 miliardi di dollari. Gli oleodotti dovranno unire le piattaforme progettate e quelle già esistenti nel nordest dell’isola con un porto nel Sud vicino alla capitale Juzhno-Sakhalinsk. Da qui petrolio e gas naturale saranno consegnati all’America del Nord e al Giappone, viaggiando in parte per mare e in parte per terra. Allo stesso modo è stata pianificata la costruzione di un oleodotto di più di 200 km di lunghezza per il blocco Sakhalin-1 a nord dell’isola. Inoltre, verrà costruita una LNG-Station, una stazione per gas liquido naturale ("Liquid Natural Gas Production Plant") per la liquefazione di gas naturale, con un porto connesso nella Baia di Aniva. Con questo Sakhalin-2 è il maggior progetto per gas e petrolio a livello mondiale, con la più alta spesa finanziaria al mondo.

    Conseguenze per gli indigeni e per l’ambiente L’attuale protesta delle popolazioni indigene è diretta contro questi oleodotti. Le condutture infatti incroceranno 1103 tra fiumi e ruscelli, distruggeranno il suolo per la deposizione delle uova dei salmoni, spezzeranno il transito della selvaggina e gli ultimi terreni contigui per il pascolo delle renne. Gli oleodotti verranno situati su zone a rischio di terremoti. Multinazionali come Shell, Exxon, British Petroleum e l’azienda Sakhalin Energy guidano il progetto. Le popolazioni indigene di Sakhalin, 3150 Nivci, Nanai, Orochi e Ulchi sono particolarmente esasperati dai progetti di estrazione di gas e petrolio. Le disposizioni edilizie hanno già distrutto aree di pascolo per le renne e boschi. Gli indigeni al momento vivono unicamente della vendita di prodotti artigianali tradizionali. L’allevamento delle renne non è stato valutato nella decisione sul percorso degli oleodotti. La "MGP-VAL", impresa in cui sono occupati, prende decisioni che risultano negative per l’allevamento delle renne ma allo stesso tempo afferma di difendere gli interessi degli allevatori.

    Tanto la Shell quanto la Exxon Mobil impiegano nei loro progetti tecnologie antiquate per la costruzione dei loro oleodotti e piattaforme. Una perdita da un oleodotto avrebbe conseguenze catastrofiche per la popolazione di balene grigie, la pesca e la vita della comunità dei Nivci (www.globalresponse.org). Sono in pericolo 25 diversi mammiferi marini, di cui 11 specie sono minacciate di estinzione, tra cui i 100 esemplari rimasti di balena grigia. Il territorio si distingue anche per la sua ricchezza di pesce: in quella zona vi sono molluschi, aringhe, merluzzi e diverse specie di salmoni.

    Sakhalin: terra di popoli indigeni

    Sakhalin, amorevolmente chiamata in lingua indigena "l’animale selvaggio scompigliato", è lunga 948 km e larga tra i 27 e i 160 km. Dei 650.000 abitanti, 3150 appartengono ai gruppi indigeni dei Nivci, Nanai, Orochi ed Evenchi. Per la maggioranza essi vivono degli alimenti di propria produzione, della pesca, dell’allevamento delle renne o della raccolta di piante selvatiche. La maggior parte di loro non è sufficientemente qualificata per i posti di lavoro nell’industria petrolifera.

    I Nivci sono per lo più pescatori per tradizione e vivono per la maggior parte nella zona nord di Sakhalin. Con circa 2000 persone, sono il più grande gruppo indigeno dell’isola. Negli anni ’30 la pesca fu collettivizzata e i Nivci dovettero sedenterizzarsi per lavorare negli allevamenti di pesci, artificialmente mantenuti in vita con sovvenzioni statali, nonostante non fossero redditizi. I bambini di questi allevatori di pesci, come i bambini di tutti i gruppi indigeni, vennero cresciuti negli internati statali, dove dimenticarono presto la loro lingua e molto della loro cultura, visto che l’educazione si basava strettamente sui criteri russi.

    Negli anni ’60 molte di queste imprese collettive vennero fuse insieme. La maggior parte dei Nivci venne trasferita obbligatoriamente nella circoscrizione di Nogliki, dove molti di loro non trovarono più lavoro nel campo della pesca. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica vennero regolati i programmi per il sostegno delle minoranze indigene. Le scuole materne e gli internati vennero chiusi, i privilegi sociali aboliti e molti Nivci rimasero disoccupati. Molti di loro vorrebbero ancora tornare alle loro precedenti dimore e alla Baia di Nyski. Sono ancora legati alle loro radici e vedono la pesca come fondamento dell’esistenza (www.sakhalinenergy.com).

    Gli Evenchi sono per tradizione allevatori di renne semisedentari. Le renne addomesticate possono portare pesi ed essere cavalcate, quelle selvagge vengono cacciate. Anche gli Evenchi sono stati resi sedentari e costretti in collettività durante il periodo sovietico. La loro struttura sociale e le loro tradizioni culturali ne furono danneggiate. A grande fatica il nomadismo e quindi il relativo sistema di approvvigionamento di alimenti riprese vigore. La renna rimane ancora il principale mezzo di trasporto, dato che mezzi di trasporto moderni si sono affermati da poco a malapena. A Sakhalin vivono circa 1000 Evenchi.

    I piccoli gruppi di circa 130 Orochi sono strettamente imparentati con gli Ulchi che vivono sul fiume Amur. Anche loro sono allevatori di renne per tradizione semisedentari, oltre ad essere cacciatori e pescatori. Gli Orochi nel Nord di Sakhalin vennero colletivizzati forzatamente nel 1932 e vennero dislocati nel territorio della fattoria collettiva di Val, che si è specializzata nell’allevamento delle renne. Gli Orochi che vivono nel Sud di Sakhalin, invece, abbandonarono l’allevamento delle renne nel XIX secolo e divennero sedentari come pescatori. Fino alla II Guerra Mondiale questa parte di Sakhalin apparteneva al Giappone. Gli Orochi vennero trattati con diffidenza da entrambi le parti del confine. Quando alla fine della guerra Sakhalin cadde nelle mani dell’Unione Sovietica, alcuni di loro temevano la deportazione nei campi di lavoro sovietici e furono evacuati sull’Isola di Hokkaido in Giappone.

    I circa 170 Nanai sono per tradizione pescatori e cacciatori sedentari. La loro maggioranza vive sul continente e solo un piccolo gruppo vive su Sakhalin. Le persone anziane si occupano tutt’oggi prevalentemente della pesca. La maggior parte si convertì alla corrente economica del Kolkoz in agricoltura e allevamento di bestiame. Molti Nanai lavorano anche in occupazioni ben qualificate, come per esempio l’insegnamento.

    Anche gli Orochi vivono per tradizione di pesca e caccia. La maggior parte degli Orochi vive ancora nel Sud di Khabarovski Kray sul continente. Nel XIX secolo una parte si trasferì sull’Isola di Sakhalin, dove ancora oggi vivono 210 Orochi. Oggi sono stabiliti in villaggi e vivono di orticoltura e allevamento di bestiame. Alcuni vanno ancora a pesca e a caccia. La caccia degli animali da pelliccia è però diminuita a causa delle severe regolamentazioni per le licenze di caccia (per indicazioni etnografiche: Istituto Polo Nord, www.npolar.no/ansipra/english/index.html).

    La resistenza inizia a formarsi

    A poco a poco ha iniziato a formarsi la resistenza contro l’estrazione del petrolio delle multinazionali internazionali. I rappresentanti degli indigeni, così come la loro federazione di organizzazioni dei popoli indigeni di Sakhalin e l’associazione di 40 popolazioni indigene siberiane ( RAIPON, Russian Association of Indigenous Peoples of the North), hanno tentato di far valere le legittime richieste nella comunicazione con le autorità e il gruppo di rappresentanti russi. Le stesse trattative sono fallite già nel dicembre 2004. Gli indigeni non vedono più molte possibilità di difendere i loro diritti e le risorse naturali della loro isola, se non bloccare i lavori di costruzione e le strade di accesso ai progetti.

    Hanno anche scritto, chiedendo il loro intervento, alle banche che partecipano considerevolmente al finanziamento del progetto, come la Banca Europea per il rinnovamento e lo sviluppo di Londra e altre banche che concedono crediti all’industria petrolifera a Tokyo, Londra e Washington. Gli indigeni sanno che non riusciranno a fermare l’estrazione di petrolio. Tuttavia vogliono un compromesso, affinché sia loro permesso il mantenimento di un’economia propria e un’adeguata partecipazione alle decisioni dell’industria petrolifera.

    Le loro richieste alle imprese petrolifere sono:

    per ogni progetto pianificato deve essere condotta una valutazione di impatto ambientale indipendente; le imprese petrolifere devono istituire un fondo per lo sviluppo dei popoli indigeni di Sakhalin; un gruppo di lavoro permanente deve discutere dei problemi e dei progressi nei cambiamenti delle precedenti richieste.

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